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Wi-Max, Vincenzo De Caro (Mandarin): ‘Aiuteremo gli iracheni’

18 Mag 2009

Che cos’hanno in comune la Sicilia e l’Iraq? Sono uniti nel
segno del WiMax di Mandarin, una piccola azienda catanese nata con
l’acquisto delle licenze WiMax valide per la regione Sicilia.
L’azionista principale dell’azienda, con una quota del 50%, è
del gruppo Franza, che ha il cuore del proprio business nel
turismo, ma dimostra la vocazione a differenziare sostenendo
iniziative innovative nel territorio. Medianet (con unq quota del
25%) ha portato in Mandarin l’infrastruttura di rete e il know
how. Il 20% è di Korec, che si occupa di ricerca e sviluppo, e
progetti ad alto valore aggiunto. Il 5% per finire fa capo a Temix,
azienda catanese che ha vinto il contratto per costruire una rete a
banda larga in Iraq. Alla guida di Mandarin c’è Vincenzo De
Caro, 42 anni, oltre 20 anni spesi nel settore dell’Ict. L’Ad
ha una sua propria vision: usare le tecnologie wireless broadband
con l’occhio attento alle esigenze del territorio. Che in Sicilia
come in Iraq sono molto diverse da quelle dei mercati evoluti del
Centro-Nord Italia e più in generale dell’Occidente. La Sicilia,
quindi, come laboratorio per indicare la strada del buon operatore
wireless alternativo ai colossi e in grado di tenere testa al
mercato.

Ci tolga una curiosità, che cosa avete in mente per
l’Iraq?

Mandarin avrà il compito di portare il WiMax, all’interno di una
cordata capeggiata da Temix. Noi aiuteremo gli iracheni a creare un
operatore WiMax. Sarà gestito dagli iracheni, ma Mandarin ne avrà
una partecipazione. Sarà l’operatore che poi offrirà il
servizio agli utenti, nelle principali tre città del Paese entro
fine 2009. In altre parole, insegneremo agli iracheni le logiche e
i meccanismi che reggono il business di un operatore
occidentale.

Logiche occidentali in un Paese dall’anima completamente
differente…

È proprio questa la sfida. Costruire un operatore che si regga
sulle proprie gambe. Esportando un modello d’impresa occidentale
in un Paese che ancora non è uscito del tutto dalla guerra.

Quanto contate di ricavare dall’avventura?
Poiché porteremo know how e non infrastrutture, ancora non è
chiaro quando ne ricaveremo. La commessa aggiudicata da Temix ha un
valore totale di 13 milioni di euro, per questa prima fase di
lavori.

Dal WiMax siciliano a quello iracheno… un parallelismo è
possibile?

Sì. La Sicilia è un ambito di mercato non facile, ci pone delle
sfide. Diciamo che qui ci stiamo facendo i muscoli per affrontare
una situazione ancora più difficile, in Iraq, dove la rete fissa
semplicemente non funziona e dove la gente deve usare il cellulare
per chiamare; e dove le connessioni banda larga sono costosissime,
nell’ordine di 2mila euro al mese, oppure inaffidabili, del tipo
che funzionano un’ora al giorno.Temix porterà una soluzione che
riesce ad aggirare il problema, prendendo la banda dal satellite e
poi distribuendola in WiMax agli utenti.

E per la Sicilia che progetti avete?
La Sicilia ha bisogno di operatori vicini a esigenze territoriali,
più contenute rispetto al Nord del mondo. Esigenze quindi
marcatamente regionali. Il WiMax può essere soluzione, per colmare
il digital divide, ma non solo per quello.

Il digital divide peraltro in Italia è un concetto
piuttosto sfuggente…

Già, mentre Telecom Italia dice che copre oltre il 95% di
popolazione con l’Adsl, il rapporto Caio parla del 12% in digital
divide, pari a 7,5 milioni di abitanti. Perché include anche
quelli che vanno a meno di 1 Mb al secondo. Non solo. Ci sono anche
i casi di micro digital divide. Posti che sono coperti dall’Adsl
Telecom, ma dove di fatto non si può navigare, per problemi di
penuria di banda o di doppini inadatti. A Randazzo, un comune
catanese con 11mila abitanti, hanno formato un comitato di protesta
e inviato firme ad Agcom, perché navigano lentissimi. Li abbiamo
contattati per prevedere un’eventuale copertura WiMax del
comune.

Il WiMax, dunque, non serve solo ad abbattere il digital
divide…

Il wireless serve anche per progetti machine to machine, su cui
puntiamo molto. Ad esempio: anti incendio, allarme evacuazione,
video sorveglianza e uso di sensori, che poi comunicano in
wireless. Il tutto declinato ovviamente sulle esigenze del
territorio, come dicevo. Per esempio abbiamo presentato un progetto
alla Regione Sicilia per un sistema di sorveglianza anti incendio
in una delle zone più a rischio eruzioni dell’Etna. Funziona con
telecamere di video sorveglianza e sensori termici, e una rete
wireless che si installa molto rapidamente.

Il WiMax sta subendo molta cattiva pubblicità. Nokia ne
parla come una tecnologia destinata a morire, alla stregua del
Betamax. E gli operatori titolari delle licenze hanno rinviato e
ridimensionato i piani di copertura. Che ne pensa?

Noi mettiamo sul tavolo una formula diversificata, che mira al
digital divide e a tante altre cose, in base a precise ed esplicite
esigenze del territorio. Concordiamo sul fatto che la
sostenibilità del business scricchiola quando si opera con un
approccio orizzontale, su scala nazionale, con mentalità business
plan tradizionali. Non bastano le offerte nel digital divide per
ripagare le licenze e i costi di rete. È ovvio che nei Paesi in
via di sviluppo è diverso, lì ci sono grossi buchi e un mercato
con grandi potenzialità inespresse- non a caso in Iraq il piano è
di fare una copertura nazionale. Ma in Italia bisogna pensare con
una mentalità diversa. E i progetti calati sul territorio possono
anche generare sinergie con la pubblica amministrazione.

Come si generano le sinergia con la pubblica
amministrazione?

Presso vari governi europei, si sta facendo strada l’idea che
serva il supporto dello Stato per incentivare lo sviluppo della
banda larga e dell’innovazione. Come sapete, ne parla anche il
rapporto Caio. Ebbene, è qui la sinergia: se un progetto per la
protezione civile, come quello proposto per l’Etna, ottiene
finanziamenti pubblici, noi possiamo costruire una rete che poi
servirà anche per colmare il digital divide e servire gli abitanti
delle zone interessate.

A proposito di sostenibilità del business voi che piani
avete?

Tra licenze e altri costi, spenderemo 7 milioni entro il 2009 e poi
10 milioni nel 2013, con un obiettivo di rientro in cinque anni.
Nel 2009 prevediamo di fatturare 2,5 milioni e poi a crescere.
Raddoppieremo la forza lavoro, quest’anno, arrivando a una
trentina di persone con varie forme contrattuali.

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