L'informazione non è un divertissement

L'EDITORIALE

I nodi sono venuti al pettine. E la questione fake news è solo la punta dell'iceberg. Facebook e Google rischiano grosso. E ora puntano sui giornalisti per fare ordine e garantire la sostenibilità del business

di Mila Fiordalisi

“Non siamo una media company. Anzi no, siamo una media company”. È bastato il tempo di una stagione – dall’estate all’autunno 2016 -a far cambiare idea a Mark Zuckerberg.

Che Facebook abbia mutato la sua pelle nel corso degli anni è un dato di fatto. Ma per garantirsi un futuro, il social dei social dovrà innovarsi ancora, ora più che mai. I numeri del business – a parte quelli del conto in banca a nove zeri di Zuckerberg, fra gli uomini più ricchi al mondo-  non tornano appieno. E sul futuro del social dei social non tutti sono pronti a scommettere. Molte delle promesse e delle previsioni di business non solo non si sono avverate, ma sono state sottoposte alla graticola della “post-verità”, a voler usare un neologismo fresco di “stampa”.

La pubblicità veicolata attraverso il social network annunciata come una killer application al momento non ha generato profitti degni di nota per le aziende che hanno deciso di investirvi. E persino i video, annunciati anch’essi come una rivoluzione, si stanno rivelando ben poca cosa in soldoni. La situazione è nota da tempo a Menlo Park e nel 2016 l’azienda è finita sotto i riflettori a causa delle perfomance non veritiere diffuse agli investitori-inserzionisti. Un’inchiesta giornalistica – a firma del Wall Street Journal – ha rivelato la grande “bufala”, quella dei video, i cui dati sono stati “gonfiati” addirittura dell’80%. E se è vero che l’azienda è immediatamente corsa ai ripari annunciando una nuova metrica di calcolo, dopo appena tre mesi si è scoperto che erano errati (di nuovo per eccesso) anche i dati in merito alla quantità degli utenti che raggiungono le pagine delle aziende.

A peggiorare le cose ci si è messa ora la questione delle fake news: Facebook per la sua natura social è l’approdo per eccellenza di quelle notizie create ad arte per orientare in questa o quella direzione l’opinione pubblica condizionandola nelle sue convinzioni grazie alla natura virale” del mezzo. I professionisti dei media da tempo dibattono sulla necessità di fare ordine in un mondo, quello del Web, in cui riconoscere l’informazione corretta e di qualità diventa sempre più difficile. Il dibattito però non ha avuto fortuna, almeno fino ad oggi: i fautori della cosiddetta democrazia della Rete hanno “armato” i navigatori facendo credere loro che per fare informazione sia sufficiente andare in giro a fare riprese, magari con lo smartphone, e “postare”. E così tutti a “fare notizia”.

I nodi però sono venuti al pettine, e non poteva essere altrimenti. Ed eccoci alla post-verità. E alle domande che attendono risposte concrete. Se chiunque può fare notizia allora tutto è notizia? Chi verifica e si fa garante della correttezza delle informazioni? E come fronteggiare il fenomeno – già sfuggito di mano – delle cosiddette fake news, notizie false create ad arte per disorientare l’opinione pubblica facendo leva sul “vox populi vox” dei e sull’effetto virale dei social network? Per Zuckerberg il 2017 si apre dunque con una bella gatta da pelare, anche perché una media company, se media company si mira a diventare, non può permettersi di diffondere informazioni false mettendo a repentaglio la propria stessa ragion d’essere. E udite udite, cosa ha deciso di fare Facebook? Esattamente quel che ci si aspetterebbe da qualsiasi media company degna di nota: affidarsi a professionisti dei media, gli unici in grado di garantire credibilità.

Gli algoritmi dunque non bastano. Né tantomeno fidarsi esclusivamente delle “segnalazioni” degli utenti. Il social ha annunciato che si avvarrà di un team di giornalisti per verificare le notizie in odore di falsità.  Che la strategia di Facebook sia la strada da seguire per riequilibrare gli squilibri informativi della Rete? Che sia (finalmente) arrivata l’ora della scrematura? Oppure se è ancora valida la tesi di McLuhan che “il medium è il messaggio”, qual è la natura del messaggio Internet (il medium)? Informazione o propaganda? Una cosa è certa: da che tempo è tempo per chi fa business è sulla credibilità che si costruiscono gli economics. E ancor di più la regola vale per colossi come Facebook ma anche Google. La veridicità delle informazioni visualizzate nelle Google News è una questione strettamente legata alla capacità del motore di garantirsi la propria sostenibilità economica. Gli inserzionisti saranno disposti a rischiare che i loro brand vengano associati a notizie false con tutte le conseguenze del caso?

©RIPRODUZIONE RISERVATA 02 Gennaio 2017

TAG: fake news, misinformation, malainformazione, mcluhan

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