Angelucci: "La partita si vince sulla nicchia"

FOCUS/ IL RILANCIO DELL'IT

Intervista con il presidente di Assinform. "Investimenti bassi rispetto all'Europa. Bisogna sviluppare la filiera puntando su segmenti ad alto valore aggiuntol. Con il supporto della PA"

di Matteo Buffolo
Paolo Angelucci, 56 anni, è il nuovo presidente di Assinform, l’associazione di Confindustria che raggruppa le aziende italiane che si occupano di information technology. E su presente e futuro dell’informatica italiana ha le idee chiare. “Bisogna far capire che il mondo dell’IT nostrano è un’industria, sviluppare la filiera e puntare forte sulle nicchie, perché è lì che l’Italia può giocare la sua partita”.

Presidente Angelucci, com’è la situazione?
Vorrei intanto chiarire che l’informatica italiana è un’industria. Una grande industria: deve sicuramente crescere, ma con i suoi 390mila addetti, le 92mila imprese e 20 miliardi di mercato non ci sono dubbi sulla portata del comparto. Il problema è che spesso il mercato non lo capisce ancora, e che quindi sarà necessario in futuro comunicarlo meglio.

Certo è che rispetto al periodo d’oro, quello della Olivetti, si è perso molto per strada. Si può recuperare ciò che abbiamo lasciato indietro?
Io il periodo d’oro di Ivrea l’ho vissuto in prima persona e credo che sia stato un momento irripetibile, anche perché gli investimenti nell’IT erano settoriali. Ora, nel mercato globale, gli investimenti devono essere globali e quindi, per quanto riguarda i settori di largo consumo, difficilmente l’Italia potrà giocare questa partita.

Mentre per quanto riguarda gli altri settori?
L’Italia dovrebbe puntare sulle nicchie ad alto valore aggiunto: dematerializzazione, politica di governo della finanza... In Italia ci sono tantissime eccellenze, e io vedo molto spazio per un made in Italy dell’IT. Basti pensare che il miglior software per la gestione dei vulcani lo abbiamo fatto noi. Mettendo assieme tante nicchie nasce un mercato, un’industria. Credo che l’informatica potrebbe seguire le tracce del mondo dell’arredo casa. Dovremmo replicare le multinazionali tascabili anche nel settore dell’IT, dove comunque già ci sono realtà come Txt o Replay. In Italia abbiamo inventato gli sms, abbiamo le opportunità di crescere ma il Paese deve investire di più: più occupazione, più innovazione. Lo ribadisco: tante nicchie fanno un mercato. È ovvio però che, anche in questa visione, i big standard, come la PA e il settore Finance potrebbero portare avanti il mercato in maniera molto forte.

Ma a livello concreto, quali potrebbero essere i primi step per gli investimenti di cui parla?
Un inserimento del comparto tecnologico nella detassazione degli investimenti sarebbe importante e stiamo cercando di pressare il Governo in questo senso. Abbiamo avuto il riconoscimento verbale che l’IT è un investimento, ma dobbiamo comunque misurarci con una coperta che è corta e non può coprire tutto. C’è da dire che l’esecutivo sta facendo una serie di cose importanti per quanto riguarda l’ottimizzazione della spesa, che libera risorse per gli investimenti innescando processi virtuosi che spostano la spesa da quella corrente a quella per investimenti. Se poi si vuole andare all’estero, non possiamo fare a meno del supporto della finanza: le nostre imprese sono storicamente sottocapitalizzate, e questo spesso impedisce loro di conquistare nuovi mercati che magari potrebbero essere alla loro portata.

Da parte sua il mondo dell’Informatica cosa potrebbe fare?
Sviluppare l’offerta, soprattutto in termini di filiera. Spesso ci troviamo a replicare gli investimenti, mentre potrebbe essere più opportuno realizzarli in maniera congregata e poi distribuirli. Anche parlando in valore assoluto, investiamo troppo poco. Rispetto ai competitors europei spendiamo il 40% in meno: se raggiungessimo il loro livello di investimenti il mercato Ictm, quindi considerando anche comunicazioni e media, passerebbe da 85 a 108 miliardi, ma a fare la parte del leone sarebbe proprio l’IT che crescerebbe da 20 a 36 milioni. La sfida è questa: creare domanda e sviluppare offerta, facendo crescere il valore per tutto il Paese. Ed è una sfida soprattutto in un momento in cui il 70% delle aziende sta tagliando la spesa IT, rinunciando a nuovi progetti ma anche alla manutenzione.

Quale potrebbe essere una strada per fermare questi tagli?
Una strada è quella di puntare di più sulle best practice: stiamo lavorando molto in questo senso, con gruppi dedicati a industria, finanza, PA, università e ricerca.

Un aiuto potrebbe venire, oltre che dal piano per la digitalizzazione della PA, anche dall’Ngn.
Sì, ma il “New generation networking” non dev’essere un fine, ma un mezzo, un fattore abilitante indispensabile. E soprattutto, se vogliamo che sia veramente utile, la rete di nuova generazione deve essere fatta per le imprese più che per gli utenti finali. Saranno loro, e soprattutto quelle che lavorano con l’IT, ad avere bisogno della larghissima banda.

14 Settembre 2009