Cloud, il motore convergente

LO SPECIALE

Internet sta cambiando la propria fisionomia a seguito del dilagare delle applicazioni. Facebook, Twitter & co. altro non sono che cloud application. E il loro  successo, oltre che alla genialità della proposta, si deve alla virtualizzazione delle risorse: senza la “nuvola” il business non sarebbe stato tecnicamente ed economicamente sostenibile

di Francesco Sacco
Chi avesse voluto una prova della crescente importanza del cloud computing, quest’estate avrebbe avuto una ghiotta opportunità seguendo lo scontro tra Hp a Dell per l’acquisizione di 3Par. Fondata nel 1999 e quotata nel 2007, 3PAR è passata in 3 anni da 38 milioni di dollari di fatturato a 194 milioni offrendo servizi di storage nel mercato del cloud computing. Sebbene quotasse 9,65$ per azione, le offerte per acquisirla in poche settimane sono lievitate da 18$ a 33$: un’acquisizione da più di 2 miliardi di dollari quando l’intero settore ne fattura 5 e nonostante gli ultimi tre anni in perdita. È stata una gara sconsiderata? Difficile crederlo dato che entrambi conoscono bene il mercato: Hp, con una quota di mercato di circa l’11%, è il terzo player al mondo nel settore dello storage e Dell il quarto (9,4%). Ma 3Par, che ne controlla appena lo 0,6%, è un attore strategico nel firmamento del cloud computing.

In sé, il cloud computing non è un concetto così nuovo da sembrare rivoluzionario. È parente del modello time-sharing degli anni ’60, dell’application hosting degli anni ’80 come degli Asp di fine anni ’90. Il suo potenziale però è del tutto diverso rispetto a quello dei suoi affini perché si ripresenta offrendo una complessità gestionale enormemente più bassa, prestazioni notevoli a costi molto bassi e, soprattutto, in un contesto molto diverso.

Il mondo da allora è profondamente cambiato. La rivoluzione della “convergenza” sta trasformando l’Ict, i media e i settori contigui. Convergono le reti di accesso, i servizi, i device, i mercati e anche i loro attori. Ma soprattutto i numeri sono diversi. Ci sono quasi 2 miliardi di utenti di Internet al mondo, un terzo della popolazione mondiale, e di questi alla fine del 2010 la metà sarà in mobilità. È una massa critica sufficiente per innescare un cambiamento genetico che digitalizza i contenuti e sposta sempre di più online il baricentro dell’IT. Da questo punto di vista non stupisce che globalmente il traffico su Internet cresca del 38% all’anno, quello in mobilità addirittura del 131% e la domanda di storage del 50%.

Non è però soltanto una questione di numeri. Sta cambiando anche Internet, un po’ influenzata e un po’ influenzando questi numeri. Facendo molto discutere, la rivista americana Wired ha titolato la copertina di agosto “The Web is dead” per intendere che l’Internet vissuta navigando dal browser sta ormai declinando e le applicazioni che usano i protocolli di Internet per comunicare (Skype, Dopbox, Pandora, Evernote e migliaia di altre), la stanno sostituendo. Il numero medio di applicazioni collegate a Internet per pc nell’ultimo anno è aumentato del 60%, arrivando a 18. Ma soprattutto l’esplosione delle applicazioni sono causa ed effetto del successo di Apple, prima con l’iPhone e il Touch, poi con l’iPad. Ne sono stati venduti 120 milioni e se ne aggiungono 230.000 al giorno. Una chiave del loro successo sono le 250.000 applicazioni sin qui create: in appena 3 anni ne sono state scaricate più di 6,5 miliardi, facendo sì che da questa estate Linux non sia più il terzo sistema operativo per diffusione online, ma iOS, il sistema operativo di iPhone e iPad. È l’Internet delle apps che sta cambiando l’editoria ma anche il modo di comunicare, di accedere alle informazioni e ai servizi. E questa Internet funziona soprattutto grazie al cloud computing, che permette tempi di sviluppo molto rapidi, fornisce elevate garanzie di disponibilità a costi bassi e con un accesso ubiquo da device diversi. Facebook, Twitter e la quasi totalità dei social network e delle applicazioni del Web 2.0 sono cloud applications. Se non fosse stato così, sarebbe stato impossibile che l’anno scorso il numero di utenti dei social network e il tempo speso usandoli superasse i rispettivi dati per la posta elettronica, non solo per ragioni tecniche, ma perché finanziariamente insostenibile dati i loro modelli di business.

Tutto ciò fa verde il futuro del cloud, non solo perché intrinsecamente più ecologico, ma anche perché la sua diffusione sembra dilagante. Se il cotè più innovativo del mercato IT non ha più dubbi verso il cloud ma richieste, il suo mercato è sempre più ampio: la Casa Bianca ha lanciato da poco www.apps.gov, un cloud per le pubbliche amministrazioni; l’esercito americano l’ha già adottata come architettura preferenziale; in sanità ci sono le prime applicazioni interamente basate sul cloud; il mondo della ricerca sta inventando nuovi paradigmi per sfruttarne l’enorme potenza di calcolo e di archiviazione. Le previsioni dicono che il solo fatturato dei public cloud services passerà dai 16,5 miliardi di dollari del 2009 a 55,5 miliardi entro il 2014. Al 2009 la sua adozione in Europa è la metà degli Usa (2% contro il 4%) ma le intenzioni di adozione praticamente le riallineano al 20% del mercato, composto dal 26% delle grandi imprese, dal 19% delle medie e dal 14% delle piccole, confermando la trasversalità della sua offerta.

Naturalmente, i cieli del cloud non sono popolati soltanto da nuvolette rosa. Restano problemi non trascurabili in rapporto alla sua sicurezza, alla mancanza di standard, alle garanzie delle performance e della disponibilità, di natura legale. Ma la semplificazione che porta con sé, ancor più che della riduzione dei costi, è in sé una ragione sufficiente di adozione per la maggior parte delle aziende. Resta adesso da capire come, davanti a servizi cloud sempre più articolati per tipologia di offerta e di offerenti, le imprese se ne giocheranno l’opportunità, che è strategica più che tecnica per il potenziale dirompente di innovazione che può abilitare e che è ancora soltanto in nuce. Ci sono le premesse perché le imprese italiane vi guardino come all’occasione per un leapfrogging che permetta di recuperare il distacco accumulato in passato. È un auspicio, ma la scarsa crescita della produttività del sistema produttivo italiano ne avrebbe proprio bisogno.

20 Settembre 2010