Export di bit, una manna per gli Usa

MERCATI

Il business di Google & co. impatta (e non poco) sulla bilancia commerciale. Il digitale diventa merce di scambio a tutti gli effetti

di Edoardo Narduzzi
I nuovi store, cioè i mercati digitali nati per commercializzare contenuti ed applicazioni per terminali avanzati, hanno già iniziato a cambiare le regole secolari del commercio internazionale. Questi mercati di ultima generazione hanno alcune caratteristiche che, inevitabilmente, da qui a qualche anno impatteranno sui flussi finanziari transnazionali e sui meccanismi di contabilizzazione di esportazioni ed importazioni.

Tramite gli store lanciati, ad esempio, da Google, Apple o Samsung, già si commercializzano milioni di oggetti digitali scaricabili, a pagamento o meno, dai consumatori di tutto il mondo. Pochi mercati elettronici globali, dunque, ma flussi di acquisto mondiali. Chi esporta sono oggi e lo saranno sempre di più nel futuro i paesi “proprietari” degli store, cioè quelli dove sono localizzate le imprese che li possiedono. Gli Stati Uniti nel caso di Apple o Android di Google, la Corea del Sud nel caso di Samsung. Ciò significa che l’export mondiale di queste nazioni è inesorabilmente destinato ad aumentare nel corso degli anni a discapito di quello finora appannaggio di altri paesi.

In qualche modo, nel prossimo futuro una parte importante dell’export digitalizzato sarà intermediato ed originato da pochi paesi. L’Europa ad oggi è in forte difficoltà, ad esempio, nel trovare un proprio ruolo effettivo e difendibile nel medio termine. Chi esporta verso gli store? Tutte le imprese produttrici di contenuti o applicazioni commercializzabili tramite questi mercati elettronici. I produttori di merce non fisica intermediabile ed intermediata dagli store sono, al pari dei consumatori, soggetti globalizzati, nel senso che possono risiedere in Nuova Zelanda o in Africa del Sud senza alcun problema. Accettando di commercializzare la propria app tramite uno store implicitamente accettano di esportare verso Google o Apple e quindi di innescare un flusso di scambio con gli Usa.

In questa realtà si creerà una forte concentrazione delle esportazioni finali ed una polverizzazione delle importazioni dai paesi produttori di contenuti o applicazioni commercializzabili dagli store. Una originale ed atipica composizione del commercio internazionale: pochissimi paesi esportatori in tutto il mondo che incassano un sostanziale margine di guadagno per il servizio svolto pari ad almeno il 30% del valore esportato annualmente ed una moltitudine di esportatori verso gli store localizzati in ogni paese del mondo.

Pochissimi paesi esporteranno, guadagnandoci bene, i contenuti degli store, mentre tutti gli altri produrranno i contenuti da vendere. Proiettata tra cinque o dieci anni questa dinamica offre la visione più nitida di come e di quanto il tradizionale commercio internazionale fatto di scambi fisici di beni rischia di essere rivoluzionato.
Avere la capacità di esportare verso gli store impatterà sulle bilance commerciali dei paesi che potranno, ad esempio, registrare positivi flussi di export nel caso in cui sapranno ospitare molte imprese, produttrici di applicazioni o contenuti, competitive. La bilancia commerciale americana, invece, potrebbe essere molto aiutata da questo cambio di paradigma che permetterà agli Stati Uniti di contabilizzare ogni anno miliardi di dollari di esportazioni che nei fatti sono una semplice intermediazione commerciale.

Innovare con successo offre sempre dei buoni ritorni economici. Nel caso degli store l’innovazione sarà sistemica e a beneficiarne saranno quei paesi che più e meglio degli altri sapranno posizionarsi nel nuovo flusso degli scambi commerciali globali. Si tratta di una partita aperta e nella quale ciascuno ha la possibilità di dire la sua, salvo sul fatto della localizzazione degli store.

09 Maggio 2011