SENTIERI DEL VIDEO. Giornalismo, vedi alla voce "clava"

SENTIERI DEL VIDEO

Aumentano gli iscritti all'ordine: ma i punti di riferimento stanno sparendo

di Enrico Menduni - Professore di Media e Comunicazione all'università Roma Tre
La televisione ha profondamente rimescolato le carte del giornalismo; e Internet ha completato l’opera. Precedentemente, “giornalismo” significava scrivere professionalmente sui giornali e le riviste, con alcuni annessi e connessi (gli uffici stampa, le agenzie).

Ma in televisione, quale sostanziale differenza c’è tra lavorare nella redazione di una trasmissione di infotainment, o una rubrica, o nell’approfondimento di un telegiornale? Il lavoro è sempre quello, una grossa agenda piena di numeri di telefono (ora, un laptop o tablet), le agenzie di stampa (ora Internet, compreso Google, Wikipedia, Facebook…), tante riunioni, scrittura testi, casting per gli ospiti, realizzazione video ecc. E fare un sito, un blog, una campagna sui social network, è così diverso da gestire un giornale, o un ufficio stampa, o piuttosto ne costituisce una prosecuzione?

La definizione di giornalismo viene usata come una clava. Dai censori, per cercare di controllare Internet. Dagli editori, per cercare di evitare rapporti di lavoro fortemente sindacalizzati e onerosi. Dai lavoratori in senso opposto per migliorare stipendi, condizioni di lavoro, previdenza. Punti di riferimento precisi però non ci sono più. Autori testi (a tariffa Siae), programmisti registi, Co.Co.Co, precari pagati a prestazione o a articolo sono tutti “operatori dell’informazione e della comunicazione”; difficile adattare ad essi le categorie del giornalismo novecentesco, più che ci si allontana dalla (sola) carta stampata. E la deontologia del giornalista, il principale valore di tutto questo, si perde: insieme alla notizia.
Di “progressiva frammentazione della professione” parla la ricerca 2011 su “Giornalismo. Il lato emerso della professione” realizzata da Lsdi, un gruppo attivo di giornalisti (http://www.lsdi.it).
Aumentano continuamente gli iscritti all’Ordine, ma ci sono almeno 50.000 giornalisti “sommersi’’, che non hanno alcuna posizione all’ Inpgi e non si sa se e in quale modo siano “attivi”. Solo il 26% del lavoro giornalistico autonomo (25mila persone) ha un fatturato lordo annuo superiore ai 10.000 euro. Il 62% dichiara meno di 5.000 euro l’anno. Al contrario fra i giornalisti dipendenti a tempo indeterminato il 66% guadagna oltre 30.000 euro lordi; ma il turnover delle redazioni è fermo al palo.

Non si tratta solo di difficoltà previdenziali; è la definizione stessa di giornalismo che - con tutte le buone intenzioni - non riesce a coprire il complesso delle attività professionali (dei task) che la multimedialità e Internet richiedono, con una buona dose di brutalità, ad una massa di neolaureati disposti a fare qualunque mestiere intellettuale e comunicativo ma spesso privi degli aggiornamenti necessari. Un problema generazionale e sociale di prima grandezza.

14 Novembre 2011