Musica, la burocrazia italiana blocca lo sviluppo digitale

INTERNET & DIRITTI

Non decolla il business italiano di musica online. E fra le cause un eccesso "di segmentazione delle procedure" per la gestione dei diritti, dice Luca Barbarito esperto della Iulm

di Patrizia Licata
La nuova economia trasforma l’industria della musica, trasferendo le attività di distribuzione e fruizione sempre più dai supporti fisici a quelli digitali: i brani si scaricano da Internet o dai gestori di telefonia su computer, cellulari e lettori. Come nota l’ultimo studio della Fondazione Università Iulm “Economia della musica digitale 2009”, le vendite di supporti fisici costituiscono una frazione sempre meno rilevante dei ricavi totali per le case discografiche e per gli editori musicali. Il trend è in atto da alcuni anni a livello mondiale e anche se le vendite dei prodotti fisici restano prevalenti (generano 21,8 miliardi di dollari, il 78% del totale, mentre il mercato digitale raggiunge un fatturato di 6,1 miliardi di dollari), la quota del mercato digitale continua ad allargarsi: solo un anno fa la ripartizione era 84% alle vendite fisiche e 16% al digitale. Come valore, le vendite digitali sono aumentate nel 2008 del 29% confermando il trend del 2007 (+34%).

La sviluppo di questo settore non è però uguale in tutti i Paesi e l’Italia presenta un quadro a tinte contrastanti. Se da un lato, il mercato della musica digitale è l’unico che cresce da noi (+35% dal 2007 al 2008, per un fatturato di 38 milioni di euro), dall’altro le sue dimensioni sono ancora poco sviluppate. La musica digitale rappresenta il 36% del mercato della musica negli Usa (leader al mondo), il 20% in Giappone (secondo), il 14-15% in Uk (terza a livello globale e prima in Europa), il 9% in Italia.

Il confronto internazionale, insomma, evidenzia come ci siano ancora “molti margini di aumento”, sottolinea Luca Barbarito, professore associato di economia applicata allo Iulm e coordinatore della ricerca. “Il mercato digitale rappresenta in Italia meno dell’1% del valore complessivo delle vendite di dischi e anche se il tasso di crescita è maggiore che altrove, il mercato britannico è 8 volte più sviluppato di quello italiano, quello francese è sei volte più grande del nostro, quello tedesco quattro volte più grande”. Perché? “Soprattutto per il problema della gestione dei diritti e la difficoltà di sviluppare modelli di business”, risponde Barbarito.

“Richiedere i diritti per la musica digitale è complicato, ci sono molti attori coinvolti che vanno remunerati e la segmentazione delle procedure limita le iniziative imprenditoriali”, spiega il professore. “Un altro ostacolo è lo scarso sviluppo dei micropagamenti, anche per le commissioni troppo alte. Non vedo un freno invece nella diffusione della banda larga, che è già a buon punto e sufficiente per il mercato della musica digitale”.

A quali modelli dovrebbe guardare l’Italia? “In Nord Europa sono stati sviluppati meccanismi di grande efficacia come l’offerta della musica in bundle col servizio di connessione Internet, pagando appena 5 euro in più al mese: così si scarica legalmente tutta la musica che si vuole. Ma occorre che le telecom e gli Isp si alleino con le case discografiche anziché sentirsi in concorrenza: tutti possono guadagnare da questo modello. Un altro esempio è quello della britannica Spotify.com: la musica è gratis ma accompagnata dalla pubblicità. Chi non vuole gli spot paga un abbonamento mensile di 10 euro”.

25 Gennaio 2010