Google, utili nei paradisi fiscali. "Evasi" 3 miliardi

IL CASO

L'azienda utilizza leggi europee per portare i soldi alle Bermuda. L'operazione ha permesso di rafforzare gli utili del 26% nel 2009, ma il fisco perde miliardi di entrate

di Patrizia Licata
Un escamotage fiscale con il quale Google ha potuto evitare di versare 3,1 miliardi di dollari negli ultimi tre anni al fisco di alcuni dei Paesi dove opera: secondo il meccanismo descritto oggi da La Stampa e venuto alla luce da un’indagine condotta da Bloomberg, il colosso dei motori di ricerca ha ridotto i suoi versamenti tributari utilizzando una specie di scudo grazie al quale i profitti incassati all'estero finivano nel paradiso fiscale delle Bermuda passando per canali olandesi e irlandesi.

Questa manovra di “elusione” - conosciuta in gergo come “Dutch Sandwich” e “Double Irish” - ha permesso alla società di Mountain View di ridurre l'aliquota di imposta (tax rate) nei confronti dei fisco straniero al 2,4%. “E' un'aliquota sorprendentemente bassa”, nota Martin Sullivan, economista ed ex consigliere dell'Ufficio delle entrate del Tesoro americano. “La società opera in Paesi con pressioni fiscali elevate, senza dubbio superiori al 20%”. L'aliquota applicata ai profitti delle big corporation negli Stati Uniti è in media del 35%, mentre nel Regno Unito, secondo grande mercato per giro d'affari di Google, si aggira intorno al 28%.

D'altra parte non si può dire che Google sia l’unica a farsi i “panini all’olandese”. Il re dei motori di ricerca, come ribadisce La Stampa, ha adottato strumenti già impiegati da altri operatori del comparto hi-tech tra cui Facebook e Microsoft. Si tratta di schemi che traggono vantaggio dal codice tributario irlandese, il quale consente di veicolare profitti dentro e fuori sussidiarie locali, eludendo buona parte del 12,5% di imposte locali sugli utili. I tesoretti finiscono così in isole-far west fiscali, come Bermuda o Saint Lucia, dove non esiste alcuna forma di imposizione.

Niente di illecito, dunque. Il sistema chiamato “Double Irish” (da doppia entrata) non comporta l'accusa di evasione fiscale. “Si tratta di una pratica ampiamente utilizzata da altre imprese globali che operano in diversi settori”, spiega Jane Penner, portavoce di Mountain View. Facebook ha messo a punto un sistema simile che consente di veicolare parte dei profitti alle isole Cayman. Tecnicamente il metodo funziona con il “transfer pricing”, ovvero movimenti contabili tra società controllate che consentono di spostare i proventi in sussidiarie con sede nei paradisi fiscali, e di allocare le spese in quelle che operano in Paesi con aliquote elevate. L'operazione si traduce per Google in un rafforzamento degli utili pari al 26% lo scorso anno. Secondo un'analisi di mercato, se la società dovesse rispettare l'aliquota Usa del 35% per tutti i suoi profitti, il valore del titolo sarebbe di 100 dollari inferiore.

L'altro metodo di dribbling della tassazione si chiama “Dutch Sandwich” (panino olandese) ed è una specie di garanzia aggiuntiva al buon esito della rotta off-shore. In pratica il cash flow operativo dalla controllata di Dublino non va direttamente alle Bermuda ma si ferma per un breve tour in Olanda per evitare royalty particolari che il governo irlandese applica a società che operano in certi Paesi dell'Ue.

Una volta che i profitti extra-Usa di Google raggiungono il paradiso fiscale caraibico, il ciclo di allocazione è completo e i flussi finanziari terminano in un sistema di scatole cinesi dove è difficilissimo rintracciarli. Nemmeno questa procedura rappresenta una forma di evasione, ma si traduce in una perdita enorme per il fisco: secondo funzionari del Tesoro Usa una correzione di queste procedure consentirebbe un guadagno di 86,5 miliardi di dollari.

26 Ottobre 2010