FRONTE DEL VIDEO. Publishing on demand: così il Web 2.0 ci sommerge di carta

FRONTE DEL VIDEO

di Enrico Menduni
Non è un articolo sugli e-book, sulle librerie online, su altri aspetti virtuosi del passaggio al digitale ma su un curioso paradosso: l’avvento di Internet e particolarmente del 2.0 e successivi ci sta riempiendo di carta stampata inutile.
Meri vettori di pubblicità commerciale travestiti da giornali tagliando e incollando lanci di agenzia, ma anche libri traballanti pubblicati da case editrici improbabili che non troverete in nessuna libreria ma servono a soddisfare le ambizioni di qualche erudito di provincia o a affrontare qualche concorso universitario.
Si chiama “publishing on demand”: si paga un tanto a pagina, si presenta un manoscritto e questo viene trasformato in qualcosa di simile ad un libro, con copertina, indici, e nessun controllo o intervento sulla qualità e il contenuto.
L’editore appone il sospirato codice Isbn, l’International Standard Book Number, un codice di 13 cifre che identifica permanentemente il volume e lo qualifica come tale (http://www.isbn.it/HOME.aspx), fa stampare un piccolo quantitativo di copie del manoscritto e le consegna all’autore. La distribuzione è un optional.
Naturalmente, si tratta di iniziative legittime, che rientrano nella libertà di espressione costituzionalmente sancita. Ma la libertà di critica è altrettanto garantita e ci sentiamo di fare alcune osservazioni. Adesso è possibile stampare micro-tirature; l’editing del testo e la messa in pagina si fanno al computer, la componente redazionale del lavoro editoriale in molte mini-case editrici è ridotta al minimo. L’editore – in questi casi – non ha una sua linea editoriale orgogliosamente ribadita dai libri che pubblica e che vengono a formare il suo catalogo; non sceglie, non discute con l’autore, non raduna comitati editoriali e non acquisisce valutazioni scientifiche sul testo che gli viene proposto. Non distribuisce diritti d’autore ma anzi si fa pagare per la pubblicazione, come se si trattasse di biglietti da visita o di calendari natalizi.
È possibile affermare, senza essere scambiati per nemici del libro, che questa traballante editoria on demand poco aggiunge alla cultura? Che produce un rumore di fondo e viene meno ad alcuni importanti principi della professione di editore? Un editore che non è né un autore, né un libraio, né un tipografo, ma un organizzatore di cultura di cui io mi fido, quando acquisto un volume con il suo marchio. Questi principi non vengono intaccati dall’avvento degli ebook. La distribuzione digitale anzi li conferma, e in qualche modo li rafforza.

21 Marzo 2011