La Camera a Brunetta: "Una cabina di regia per l'hi-tech pubblico"

PA DIGITALE

La Commissione Affari Costituzionali della Camera spinge sul coordinamento unitario e avverte: "L'innovazione è ostacolata dall'ignoranza inforamtica e dalla carenza di norme ad hoc"

di Federica Meta
È una strada ancora tutta in salita quella per digitalizzare la Pubblica amministrazione. Il punto della situazione è nell’indagine conoscitiva sull’informatizzazione delle pubbliche amministrazioni promossa dalla Commissione Affari costituzionali della Camera, il cui documento conclusivo evidenzia le criticità e gli ostacoli sul cammino digitale.
Dopo aver ascoltato in audizione i rappresentanti degli enti che si occupano di PA digitale (Cnipa, Consip e Sogei) e quelli degli enti locali fra cui l’Anci (Associazione nazionale dei Comuni italiani) e aver ascoltato il parere di Confindustria Servizi Innovativi e Tecnologici nonché di alcune grandi aziende impegnate nella sfida dell’informatizzazione, come ad esempio Poste Italiane, la Commissione ha evidenziato tre macro-debolezze: scarsa cultura digitale, carenza normativa e mancanza di un centro di un centro di coordinamento unitario. Solo sciogliendo questi nodi - sostiene la Commissione -  ci si potrà dotare di un’amministrazione pubblica di qualità “che consenta al processo di informatizzazione di tradursi in formidabile spinta per lo sviluppo del Paese”.  L’ostacolo numero uno è di tipo culturale.

La PA non ha sufficientemente messo in atto il processo di adattamento della “mentalità” - fatto di riorganizzazione dei processi e del lavoro - di pari passo con l’evoluzione tecnologica. E considerato che la tecnologia corre veloce va da sè che il digital divide culturale si fa sempre più profondo. Come fare? La Commissione suggerisce il ricorso a strumenti normativi. “Nel corso delle audizioni è emersa la carenza di una norma che traduca in concreto i principi posti a livello generale”. Necessità di cui si è fatto carico il ministro della PA e Innovazione Renato Brunetta: nel 2010, ha annunciato a ottobre scorso, sarà aggiornato il Codice dell’amministrazione digitale. Aziende, enti ed esperti ascoltati alla Camera hanno sottolineato che la tecnologia di per sé altro non è che  “un mero fattore abilitante”: non sono gli strumenti tecnologici a fare la differenza se poi mancano  rinnovamento culturale, programmazione e formazione delle competenze. Questo sul piano qualitativo.

Su quello quantitativo, secondo gli intervistati le attività destinate alla gestione e alla manutenzione dei sistemi informativi pensano troppo a scapito di quelle necessarie a modernizzare processi e organizzazione. “Occorre spendere di più e meglio per allargare l’offerta dei servizi  in rete a vantaggio di cittadini e imprese”, ammonisce la Commissione. Obiettivo che il piano e-Gov 2012 (e la versione ridotta i2010) si propone di raggiungere, in settori quick win, quali scuola, sanità e giustizia. Nonostante gli sforzi del governo, a preoccupare è anche la diffusione dell’hi-tech pubblico a “macchia di leopardo”. Ci sono “differenze importanti tra le regioni”, puntualizza la Commissione: alcune sono decisamente all’avanguardia, altre sono ancora legate a modalità vecchio stampo. Una soluzione - suggerisce la Commissione - potrebbe essere rappresentata dalla creazione di una cabina di regia che faccia da tramite tra Stato e Regioni evitando sovrapposizioni e duplicazioni di competenze.


L'opposizione. Intervista a Linda Lanzillotta (Api): "Troppi enti in campo. Uno spreco di denaro"

«Una novità che rimette l’innovazione al centro del dibattito politico». Linda Lanzillotta definisce così l’indagine conoscitiva da lei stessa promossa “che ha avuto un consenso bipartisan ed è servita a convogliare l’attenzione nei confronti dell’innovazione da parte della politica”.
Il limite della PA italiana è dunque principalmente di tipo culturale.
È un limite culturale che si riflette sul sistema economico tutto. L’innovazione è un driver fondamentale soprattutto in un momento delicato come quello che stiamo vivendo; un momento in cui si stanno elaborando strategie per uscire dalla crisi. In questo senso l’indagine parla chiaro: rischiamo di scegliere exit strategies che non prevedano massicci investimenti in innovazione. Stando al rapporto Onu l’Italia è al 27° posto nella classifica del Paesi più “tecnologici” nonostante sia la settima potenza mondiale: un controsenso dannoso per il Paese.
Quali sono i rischi concreti per il Paese?
Sicuramente il ritardo che si manifesta, da una parte, nel digital divide infrastrutturale e culturale, e dall’altra nella mancanza di un piano strategico per le reti di nuova generazione. Si tratta di questioni che impattano direttamente sull’efficienza della PA perchè è impensabile “iniettare” innovazione senza un efficace supporto di rete o senza che i cittadini conoscano il Web.
Cosa manca, invece, nel rapporto PA-aziende?
Una cabina di regia a cui facciano capo le politiche per l’innovazione. Ad oggi ci sono ancora molteplici enti che si occupano del tema in varie forme, da DigitPA fino al Formez, passando per Consip, Sogei e Poligrafico: enti costosi che non fanno altro che duplicare le attività, rendendo difficile alle aziende trovare l’interlocutore più adatto e frenando i processi di innovazione.
La soluzione?
Un unica porta di accesso ai servizi  che operi secondo standard comuni - e quindi metta in pratica l’interoperabilità - e una qualificazione della domanda pubblica. La mancanza di una domanda qualificata “costringe” ad acquistare i prodotti dalle grandi multinazionali, tagliando fuori la filiera delle Pmi innovative italiane. Se la PA si facesse partner strategico non solo si troverebbero soluzioni ad hoc, che non siano mera applicazione software e hardware, ma si rilancerebbe anche il made in Italy. Il tutto andrebbe poi anche a favore del cittadino, che avrebbe a che fare  con una amministrazione pubblica che “fa” cultura digitale e la diffonde.
Brunetta ha messo in campo servizi come la Pec, la cartella clinica elettronica...
Il problema del governo è la tendenza a fare l’innovazione per spot: quella nella sanità “è” la cartella digitale, le modalità di accesso alla PA sono tutte racchiuse nella posta elettronica certificata. Servizi certamente utili ma che non modificano alla radice il modo di lavorare. Per tornare a quello che dicevamo prima, non trasformano i processi e, quindi, la cultura.


La maggioranza. Intervista a Raffaele Volpi (Lega Nord): "Le multinazionali dell'IT facciano la loro parte"

«C’è una responsabilità pubblica nella scarsa diffusione di una cultura digitale ma c’è anche - e questo si tende a dimenticarlo - una responsabilità delle aziende IT, soprattutto multinazionali». Raffaele Volpi, deputato della Lega Nord, che insieme alla Lanzillotta ha seguito l’indagine, ribalta la convinzione diffusa che gran parte del ritardo sull’innovazione dipenda esclusivamente da ostacoli interni alla PA
Onorevole Volpi la sua è un’affermazione quasi “rivoluzionaria”. Quali sarebbero le responsabilità dei privati?
Io credo che ci sia una tendenza a “giocare” troppo sul fatto che l’amministrazione italiana sia in ritardo sull’innovazione. Certo, è vero che la cultura digitale pubblica scarseggia e che l’innovazione di processo è ostacolata da questo, ma credo che sia un problema che verrà meno nel momento in cui ci sarà il turn over negli uffici; quando, cioè, arriveranno giovani impiegati per i quali il Web non ha segreti. Mi sembra puerile chiedere a un dipendente pubblico con 40 anni di servizio alle spalle di cambiare il suo modo di lavorare. Qui la questione è un’altra...
Quale?
L’innovazione di processo, che anche l’indagine riconosce come fondamentale,  è ostacolata da una frammentazione dell’offerta che costringe le PA ad usare un prodotto solo perché è l’unico che l’azienda presenta. Una situazione che riguarda in particolar modo i piccoli enti locali che, spesso, non hanno il know-how tecnologico o manageriale per capire cosa serva realmente ai cittadini.
E allora?
Come ho detto più volte in Commissione le aziende hi-tech hanno la responsabilità sociale di creare le condizioni perché il mercato sappia rispondere alle necessità degli enti pubblici. Come? Diventando sponsor dell’IT sul territorio e sviluppando soluzioni in linea con la domanda e con parametri di interoperabilità e riuso: i prodotti devono mettere i sistemi delle diverse PA nelle condizioni di scambiarsi i dati e assicurare l’adattabilità da ente a ente.
Le aziende chiedono più chiarezza nelle governance dell’IT pubblico, auspicando la creazione di una cabina di regia...
Una richiesta condivisibile. La cabina di regia serve ai privati per avere un interlocutore ben identificabile e agli enti pubblici che avrebbero a disposizione una sorta di “cassa di risonanza” dove far conoscere e diffondere le best practice. In questo senso credo che la cultura digitale debba essere frutto di uno sforzo condiviso. Ma - ripeto - le aziende devono accompagnare la PA nel cammino digitale, anche spiegando  cosa c’è che va o non va nelle politiche pubbliche per l’innovazione.
In questo quadro cosa cambierebbe per i cittadini?
I cittadini usufruirebbero di servizi che nascono, sì, dalle singole PA ma che, allo stesso tempo, hanno una vocazione “universalistica” perchè supportati da un impegno culturale condiviso che mette insieme “l’umanismo” del settore pubblico e gli skills tecnologici dei privati.

25 Gennaio 2010