Rifkin a CorCom: "La digital revolution è già qui"

L'INTERVISTA

Lo studioso americano: "L'integrazione fra piattaforme di Tlc, energia e trasporti è il nuovo paradigma economico". È in arrivo "una nuova rivoluzione industriale: le imprese che non sapranno coglierne la portata spariranno"

di Gildo Campesato

«Nel 2030, fra appena quindici anni, avremo 100 trilioni di sensori in comunicazione fra loro e con ogni essere umano. Stiamo creando una nuova piattaforma che costituirà un cervello umano globale, esterno all’uomo”, spiega Jeremy Rifkin, economista, saggista, visionario del futuro. Lo abbiamo incontrato in occasione dell’Evento Ericsson “We are all change maker». Prospettiva angosciante? Forse, per qualcuno. Ma per lo studioso americano è il nuovo mondo che arriva, trainato dalla piattaforma che integrerà comunicazioni, energia e logistica: l’Internet delle cose. Per Rifkin cambierà il paradigma con cui gli uomini comunicheranno, produrranno, si scambieranno beni. È la “terza rivoluzione industriale”, ampiamente descritta nel suo ultimo libro “The zero marginal cost society”, appena uscito nella versione italiana.
Perché “terza” rivoluzione industriale?
Perché la seconda, basata su centralizzazione di telecomunicazioni, motore a scoppio, combustibili fossili e nucleare a buon mercato, è al tramonto. Quel che poteva dare ha dato, non può più crescere ma solo deperire. Anche per gli insostenibili costi ambientali che essa comporta. Questa consapevolezza sta crescendo ovunque. Si pensi all’interesse e al consenso destato dall’enciclica Laudato si’ di Papa Francesco.
E allora?
E allora il mondo può andare oltre solo con l’affermarsi di una nuova era economica. In Italia potete riorganizzare la spesa pubblica, fare le riforme che volete – e fate benissimo – ma tutto ciò non vi basterà se restate fermi al vecchio modello economico. L’integrazione di tecnologie della comunicazione Internet based, di fonti di energia rinnovabili, di nuove modalità di trasporto e logistica cambierà l’organizzazione della nostra vita economica, la nostra visione del tempo e dello spazio, le relazioni fra persone, il modo come concepiamo la nostra vita nel pianeta. È questa piattaforma che sta creando la distruption più forte.
Perché?
Perché con essa la centralizzazione della seconda rivoluzione industriale è finita. Il futuro cui guardare è lo sharing, in cui i consumatori sono anche produttori, “prosumer”. Fondamentale non sarà più il possesso ma l’uso comune, lo scambio di beni e servizi che le persone contribuiscono a creare: che si tratti di automobili, di energia, di servizi, di giocattoli dei figli. È la common sharing economy che sta nascendo dal vecchio capitalismo.
Faccia un esempio.
La produzione di energia. Solare ed eolico sono le fonti del futuro, illimitate e a costo zero. Con un grid elettrico intelligente e costruito con le logiche di Internet, ognuno potrà produrre e contemporaneamente immettere l’energia in rete. Allo stesso medo di conme oggi ci scambiamo i file digitali. A costi pressoché nulli, una volta ammortizzato l’investimento iniziale. Che, però, può essere suddiviso fra milioni di persone: non servono più società elettriche con grandi masse di capitali. Se vogliono sopravvivere, dovranno inventarsi nuovi mestieri, offrire servizi di rete o aggregare dati. Più simili a Google e Facebook che a venditori di kilowattora.
Le auto viaggeranno da sole.
Con comunicazioni ed energia, Gps ed oggetti connessi rappresentano l’altro pilastro dell’Internet delle cose, della “big Internet”. I costi della logistica si abbasseranno terribilmente, cadranno molte intermediazioni.
Ma ci saranno sempre molte cose da produrre.
O anche molto meno. Ad esempio, il car sharing ridurrà drasticamente il numero delle auto in circolazione: dell’80% secondo alcune stime. I grandi produttori di auto è meglio che comincino a immaginare di diventare gestori di logistica piuttosto che produttori. Daimler è già su questa strada con car2go. Non a caso, la Germania è il Paese europeo che meglio ha capito la rilevanza dei cambiamenti. E poi, non dimentichi il potenziale delle stampanti 3D. Un’altra rivoluzione in arrivo: ci sarà una democratizzazione della produzione. Milioni di individui potranno costruirsi quel che serve a loro. Voi, in Italia, avete già fatto un’auto, primi al mondo, usando una stampante 3D.
Parla di democratizzazione dell’economia, ma il web ha fatto nascere colossi monopolisti come Google o Facebook.
Amo Google. Ma in una situazione in cui non vi sono reali alternative nel search e tutti ne abbiamo bisogno, Google è di fatto un global public good, un bene pubblico globale. Va dunque regolato come una public utility su temi come accesso, prezzi, discriminazione. Penso che ciò avverrà. Vale per Google, come per Facebook e Twitter.
Un mondo interconnesso come lo disegna lei avrà bisogno di una rete aperta.
Non c’è dubbio. Sono assolutamente d’accordo con le posizioni di Barak Obama sulla net neutrality. Verrà ricordato proprio per questo. Se ne discute molto anche a Bruxelles. In ogni caso, i governi non riusciranno a fermare la condivisione. Ci ha provato inutilmente l’industria della musica con la criminalizzazione e la codifica: non è servito a nulla.  I giovani si stanno spostando verso la connettività globale, a costi di mercato molto bassi e a costi marginali quasi zero. C’è un solo modo di fermare questo flusso: bloccare la tecnologia e impedirne l’uso. Ma non accadrà.
Impotenti le leggi anti-Uber?
A fermare Uber sarà il mercato. È ancora nel vecchio paradigma dell’integrazione verticale. Quanto ci vorrà che i tassisti si organizzino cooperativamente su base locale, saltando l’intermediazione di Uber? La terza rivoluzione industriale è collaborativa, aperta, orizzontale.
Grandi aziende industriali e governi irrilevanti?
Non più così rilevanti come prima: la trasformazione durerà qualche decennio in cui capitalismo e sharing economy conviveranno. Sia le grandi aziende che i governi dovrebbero preparare la nuove fase. In Cina si stanno ponendo seriamente il problema; ne ho parlato con la cancelliera Merkel che ho trovato molto sensibile: vuole la Germania protagonista della terza rivoluzione industriale. Ho presentato un progetto al presidente Junker che immagina l’Europa il leader nell’Internet of things.
Prospettiva possibile?
Se l’Europa ci crede, sì. Ha più possibilità degli Usa. Tutela ambientale, economia partecipativa, socializzazione, cultura: sono le idee con cui l’uomo guarderà al futuro. E l’Europa ne è la culla. Le istituzioni pubbliche a tutti i livelli, locale, regionale nazionale, devono incoraggiare una quick adoption delle infrastrutture necessarie alla interconnessione delle reti di comunicazioni, elettriche, logistiche. Non è un problema di fondi, ma di priorità e coordinamento verso una grande trasformazione digitale. L’Ue già oggi spende miliardi in infrastrutture. Sono più che sufficienti anche perché possono trainare grandi risorse private.
E le imprese?
Devono imparare a collaborare per integrarsi nella terza rivoluzione industriale. Telco, l’Ict, consumer electronics, trasporti, logistica, trasmissione di energia elettrica, manifatturieri: lo sforzo deve essere comune. Vedo nuove consapevolezze. Sono rimasto impressionato dall’investimento per il fotovoltaico in Africa del ceo dell’Enel, Francesco Starace.
L’Italia è indietro nel digitale.
Avete potenzialità enormi. Avete più cultura, più diversità, più talento potenziale di qualunque altro Paese. Gli italiani eccellono nella moda, nel cibo, nell’elettronica, nell’architettura, nell’ingegneria, nelle costruzioni. È frustante che non riuscite a sfruttare tutto questo: vi muovete troppo lentamente. Se l’Italia vuole rimanere per altri 10 anni nella seconda rivoluzione industriale, sarete persi.
Milioni di posti di lavoro saranno tagliati.
Ma ne saranno creati almeno altrettanti. Innanzitutto per costruire l’infrastruttura dell’Internet of things; e poi nell’economia della condivisione, a vocazione sociale, l’educazione, la cultura, la sanità. Le persone verranno pagate per i servizi resi. In ogni caso, rimanere nella seconda rivoluzione industriale significa andare verso impasse economica e catastrofe ecologica.
 

©RIPRODUZIONE RISERVATA 17 Luglio 2015

TAG: jeremy rifkin, economia digitale, disruption, ericsson

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