Conservazione digitale, la PA italiana "bocciata"

LO STUDIO

Meno del 40% delle amministrazioni ha attivato protocolli informatici a norma di legge. In controtendenza Basilicata, Friuli Venezia Giulia e Lombardia. I risultati dell'indagine dell'Università della Calabria e dell'Istituto di Informatica e Telematica del Cnr

di F.Me.

Le amministrazioni pubbliche conservano poco e male i documenti digitali. E’ quanto emerge dalle prime analisi di un sondaggio predisposto dall’Università della Calabria in collaborazione con l’Istituto di Informatica e Telematica del Cnr, sede di Rende, diretto dal professor Roberto Guarasci. L’indagine esplorativa è stata predisposta per rilevare – a soli fini scientifici – il livello di digitalizzazione delle pubbliche amministrazioni, con particolare attenzione ai sistemi di conservazione dei documenti digitali. Il questionario risulta ancora più interessante in considerazione della rilevanza del tema e dell’assenza di una mappatura nazionale, tenendo in considerazione che l’effettiva realizzazione di tutti gli interventi previsti dalla normativa vigente, indurrebbe una maggiore efficienza nell’operato delle amministrazioni, oltre che ad un riavvicinamento tra enti pubblici, cittadini e Imprese.

Da una prima analisi dei dati (i definitivi saranno resi noti a settembre), emerge uno scenario certamente disomogeneo e poco incoraggiante soprattutto per quel che riguarda la conservazione dei documenti informatici: meno del 40% delle pubbliche amministrazioni ha attivato protocolli informatici che consentono un sistema di conservazione a norma di legge, mentre il restante 60% decide di non rispondere alle domande specifiche sull’argomento.

Rispondono in positivo le Regioni Basilicata, Friuli Venezia Giulia, Lombardia, Molise, Umbria e la Provincia Autonoma di Trento, mentre gli altri enti pubblici preferiscono non dare alcuna risposta. Nessuna delle pubbliche amministrazioni interpellate, tuttavia, ammette di non avere attivato alcun protocollo di conservazione informatica.

Entrando nello specifico della domanda, se per i documenti digitali prodotti dall’amministrazione di appartenenza sia stato predisposto un sistema di conservazione e a chi sia stato affidato, gli enti che hanno risposto positivamente hanno scelto, in maggioranza, di affidarsi a conservatori esterni, non essendo, evidentemente, dotate le pubbliche amministrazioni, di risorse interne specializzate in materia. Un vuoto professionale che potrebbe essere associato ad una mancanza di percorsi di studio specializzati. A tale scopo, all’Università della Calabria è attivo, da due anni, un Corso di laurea magistrale specifico e un Master di II livello in “Conservatore dei documenti digitali”, diretto dalla professoressa Anna Rovella, riconosciuto dalla Scuola nazionale dell’amministrazione, della Presidenza del Consiglio dei Ministri, quale unico master in Calabria accreditato e finalizzato a garantire l'alta formazione di dirigenti e funzionari di ruolo in servizio presso le Amministrazioni pubbliche.

"Il Paese sta ormai, da più anni, spingendo le amministrazioni pubbliche verso una digitalizzazione crescente – spiega il professor Guarasci - senza preoccuparsi sufficientemente della conservazione dei documenti digitali che, in molti casi, costituiscono ormai l’originale dell’atto amministrativo, rischiando così di disperdere non solo la memoria e la storia ma, prima di tutto, la base per il regolare funzionamento dell’attività amministrativa".

©RIPRODUZIONE RISERVATA 01 Agosto 2017

TAG: conservazione digitale, università calabria, cnr

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