Turatto: "PA digitale, la leva è l'integrazione"

LA STRATEGIA

Il Capo del Ddi rivela la ricetta per modernizzare l'amministrazione Italia: "Non serve lo switch off della carta, ma servizi digitali affiancati a punti di accesso tradizionali". Via al rafforzamento dei canali di accesso "mobile" e all'implementazione delle Reti amiche

di Federica Meta
Innovazione sostenibile e a costo zero. Al suo giro di boa - lo stesso ministro Brunetta aveva detto che il 2011 sarebbe stato l’anno della “massa critica” - il programma di digitalizzazione messo in campo da Palazzo Vidoni si svilupperà all’insegna di questi due concetti. Ad annunciarlo Renzo Turatto, Capo Dipartimento Digitalizzazione e Innovazione Tecnologica,.
Ci spiega meglio cosa vuol dire innovazione sostenibile?
Vuol dire che si deve smettere di pensare a uno switch off della carta in tutte le procedure amministrative e nell’erogazione dei servizi di front office ma puntare a dematerializzare in senso multicanale, con attenzione precipua al Web e al Mobile, mantenendo allo stesso tempo punti di accesso “tradizionali” laddove non ci sono le condizioni per digitalizzare, vuoi per motivi di digital divide infrastrutturale vuoi per cause culturali. Un esempio di successo, in questo senso è rappresentato dalla Reti Amiche.
E tutto questo è compatibile il “costo zero”?
In questo momento è molto più che compatibile, è una realtà dato che siamo riusciti a mettere a frutto gli investimenti per l’e-gov fatti negli anni precedenti. A questa condizione privilegiata, piuttosto rara in tempi di crisi, si è poi aggiunto un importante sforzo legislativo, rappresentato dal varo del nuovo Cad che punta a mettere a sistema l’innovazione per creare risparmi da reinvestire
Il testo stabilisce una roadmap per l’adeguamento alle norme. La PA ce la farà rispettare le scadenze?
La questione non è se l’amministrazione sia pronta o meno, quanto se i decisori sono pronti ad accompagnare gli enti sul cammino dell’innovazione, varando i regolamenti attuativi necessari. E questo lo sta già facendo il Dipartimento e anche DigitPA, a cui il Codice riconosce funzioni più ampie di quelle previste finora. A breve saranno emanati i primi regolamenti attuativi relativi all’indice iPA, che riporta le norme tecniche per il protocollo informatico e consente di reperire informazioni sulla Pec.
I risultati ottenuti dal governo sono stati riconosciuti anche dalla Ue che però, pur considerando l’Italia una best practice, sottolinea uno scarso utilizzo di servizi digitali. Non pensate di fare qualcosa per il digital gap culturale?
Indubbiamente in Italia esiste un’importante fetta della popolazione che rischia di rimanere fuori dalla rivoluzione digitale, ma io non credo che siano i programmi di alfabetizzazione informatica la leva dell’inclusione: la questione non è tanto “insegnare” ad usare l’Ict quanto mettere a disposizione strumenti più user friendly in un’ottica, come dicevo prima, multicanale. Motivo per cui stiamo puntando all’ampliamento dell’offerta di prestazioni dell’iniziativa ViviFacile, ampliandone il portafoglio sul Web e sul cellulare.
Anche la Pec è stata pensata per semplificare l’accesso alla PA. Ma ora sembra essere al palo con solo 600mila caselle attivate. Cosa succede?
Certamente la massa critica che speravamo ancora non si è creata ma continuiamo a credere che la Pec sia lo strumento più adeguato per modernizzare la PA sia per la facilità di utilizzo - le e-mail continuano ad essere usate massicciamente nonostante l’avvento di Skype e social network - sia perché svolge due funzioni importantissime, quella di identificazione dell’utente e quella di certificazione della ricezione del messaggio. Non a caso il nuovo Cad, che va nella direzione di una ulteriore semplificazione, fa della Pec lo strumento principe della digitalizzazione.
E allora perché la massa critica ancora non c’è? Cittadini e imprese non hanno capito la convenienza?
Se la Pec incontra qualche ostacolo è perché non ci sono i servizi annessi. Perché un cittadino dovrebbe attivare una casella di posta certificata se poi non ci può fare nulla? In questa fase gli enti si devono impegnare a lanciare servizi fruibili tramite Pec. E iniziative interessanti già ci sono, prima fra tutte quella delle supplenze nella scuola pubblica. Il ministero ha messo a disposizione 500mila caselle per i supplenti che devono interagire con istituti scolastici e provveditorati. A poco più di un mese dall’avvio del progetto sono già state attivate 100mila caselle e contiamo di dare la volata il prossimo anno scolastico, quando la Pec diventerà obbligatoria per tutti gli insegnanti in attesa di chiamata. Il ministero degli Interni, invece, obbligherà a breve i Comuni a comunicare tramite e-mail certificata tutte le variazioni di stato civile.
Quindi le amministrazioni centrali e locali si parleranno via Pec. Nessun problema di interoperabilità che, invece, rilevano i critici del vostro piano digitale?
Onestamente la questione dell’interoperabilità lascia il tempo che trova. Che vuol dire che i sistemi pubblici devono essere interoperabili? Che si devono parlare? Mi pare ovvio. Ma il nodo non è tanto tecnologico quanto di servizio: se le PA, o le PA e gli utenti, devono scambiarsi dati all’interno di un servizio standard e per questo facilmente ingegnerizzabile, allora basterà affidarsi a una piattaforma Web. Ma se, invece, al dialogo “telematico” va aggiunta una corposa documentazione e, insieme, uno strumento di riconoscimento dell’utente, allora la Pec risulterà essere più conveniente. Con questi esempi voglio dire che gli enti devono essere messi nelle condizioni di scambiarsi agevolmente le informazioni, al di là del sistema scelto. Anche con la e-mail certificata la PA è interoperabile, dato che le consente di dialogare all’interno e all’esterno.
È soddisfatto dei risultati raggiunti finora o crede che avreste potuto fare di più?
Abbiamo raggiunto risultati interessanti in settori chiave come la scuola, la giustizia con l’avvio del processo telematico, e la sanità con i certificati di malattia online. E non sono io a dirlo, lo dicono i numeri: quasi la totalità dei tribunali ha aderito al piano straordinario sull’e-justice mentre vengono inviati giornalmente da oltre l’80% dei medici oltre 100mila Web- certificati. Ora tocca alle ricette digitali, il secondo pilastro dell’e-health.

09 Maggio 2011