Parisi: "Per l'Italia è strategica l'economia digitale"

L'INTERVISTA

Il presidente di Confindustria Digitale rilascia al Corriere delle Comunicazioni la prima intervista nel nuovo ruolo: "L'Ict può dare un contributo importante nel tenere sotto controllo la spesa pubblica e crescere"

di Gildo Campesato
«Il vero tema è la crescita: una spinta determinante può venire dall’economia digitale»: ne è convinto Stefano Parisi, presidente di Confindustria Digitale, la nuova associazione che raccoglie “una lunga filiera”: gestori di reti di tlc, fornitori di tecnologie e di apparati, outsourcer, aziende dell’IT. A ben vedere è quasi un miracolo, quello riuscito a Parisi: superare i particolarismi di un mondo estremamente competitivo e gli interessi a volte contrapposti per raccogliere in un’unica federazione associazioni distinte: Assinform (aziende dell’informatica), Anitec (i manifatturieri), Asstel (i gestori dei servizi di tlc), Aiip (gli Internet service provider). “E speriamo di accogliere presto anche Assocontact , (contact center in outsourcing, n.d.r.)”, anticipa Parisi in questa che è la sua prima intervista da presidente di Confindustria Digitale. “È la realizzazione di un vecchio sogno”.
Che in concreto significa?
Significa dare voce unitaria ad un mondo che in Italia “vale” 120.000 imprese, 130 miliardi di fatturato, il 4,5% del Pil, 650.000 addetti, più di 10 miliardi di investimenti l’anno, una massa salariale di 22 miliardi. La nostra associazione è diventata fra le prime associazioni di Confindustria, al pari delle più importanti federazioni storiche come Federmeccanica e Federchimica. Se penso che sino a qualche anno fa l’economia digitale era pressoché sconosciuta in Confindustria… Emma Marcegaglia ci ha dato una grossa mano a fare capire l’importanza del nostro settore e a raggiungere questo risultato.
Quale è stato l’agente coagulante?
La consapevolezza che non aveva più senso continuare a tirare la coperta da una parte e dall’altra. Oltre i singoli interessi, c’è un interesse comune: fare crescere l’economia digitale in Italia. In questo modo tutti i segmenti della filiera potranno crescere, non uno magari a spese dell’altro. Oggi l’economia digitale italiana è ristretta in un perimetro asfittico: basso uso di Internet da parte di famiglie e imprese, digitalizzazione limitata della pubblica amministrazione, pochi investimenti in IT. Nel contempo, il mercato è sempre più competitivo, i margini sono in calo, le aziende sono costrette a fare investimenti importanti solo per mantenere la qualità del servizio. È evidente che solo la crescita può farci uscire dall’impasse.
Lo si dice anche dell’Italia.
C’è un consenso generalizzato, mi sembra, sulle cose da fare: tenere sotto controllo la spesa pubblica e crescere. Ebbene, l’Ict può dare un contributo importante a raggiungere questi due obiettivi.
Ridurre la spesa aumentando gli investimenti pubblici in Ict?
Ormai è dimostrato, tanti sono gli esempi all’estero ma anche da noi in Italia: informatizzazione della pubblica amministrazione abbinata a sistemi di comunicazione adeguati consentono di ridurre la spesa, di tenere sotto controllo i centri di costo, di dare trasparenza alla macchina pubblica, di fare efficienza, di migliorare i servizi per i cittadini. È un combinato disposto che solo la tecnologia digitale può consentire. Non pensiamo all’Ict come a un costo: non si tratta di spendere di più ma di usare l’Ict per spendere di meno e dare servizi migliori.
Non mancano le resistenze.
Non vi è dubbio. Lo si è visto, per restare ad un esempio recente, con i certificati medici online. Ma se si persevera nelle iniziative, i risultati si vedono. Certo, c’è necessità di una grande trasformazione dei processi, con iniziative dall’alto ma che siano capaci di stimolare un movimento anche dal basso.
Niente dirigismi?
Non è un problema di dirigismi, ma del cambiamento di paradigma introdotto dalle tecnologie digitali. Le informazioni non sono più soltanto nei database delle amministrazioni. Sono nel territorio, diffuse presso gli utenti. Non c’è più solo il tema di connettere le banche dati della pubblica amministrazione: le persone connesse alla Rete sono una fonte straordinaria di informazioni che possono essere rese efficienti valorizzando in modo nuovo il rapporto tra cittadino e amministrazione, fra dipendente e amministrazione, fra impresa e amministrazione. È un’opportunità straordinaria. Pensiamo, ad esempio, a come il digitale può razionalizzare la spesa farmaceutica senza incidere sulle prestazioni ai malati. Certo, le pubbliche amministrazioni devono capire che i processi di digitalizzazione non vanno fatti “a pezzi” ma con logiche end to end: è l’intero processo che va digitalizzato. Solo così i flussi di lavoro e informazioni si integrano realizzando efficienze e migliorando la capacità di dare servizi ai cittadini.
Non sempre l’offerta si è dimostrata all’altezza.
Accetto la critica. Anche le imprese devono fare un grande salto di qualità, capire che la scommessa per tutti è rendere efficiente la pubblica amministrazione e ridurne i costi. L’evoluzione dell’offerta deve accompagnare una importante evoluzione della domanda e viceversa. Con le pubbliche amministrazioni dobbiamo trovare una partnership. Già oggi è possibile mettere in campo azioni che danno risparmi in tempi molto brevi. Sono soldi ben spesi. Non chiediamo fondi in più: però quelli che ci sono possono essere spesi meglio. Brunetta sta già facendo molto in questa direzione: vogliamo diventare un suo partner.
Anche l’industria è poco “digitale”
È vero. Nelle imprese italiane l’adozione delle tecnologie Ict è più bassa che altrove. Questo pesa su competitività, efficienza, produttività delle imprese. Le filiere industriali hanno molto da guadagnare dall’Ict. Cercheremo di parlare con loro: non per vendere pacchetti di prodotti ma per metterci al loro servizio, per capirne i problemi, per mettere a disposizione il nostro know how e le nostre imprese. Tutto questo va in direzione della crescita.
Tremonti annuncia il “tagliando”.
Una domanda da porsi è: “Quanto possiamo crescere nel digitale?” La risposta è: “Moltissimo, visto che siamo indietro rispetto ad altri”. È un problema ma anche un’occasione: gli investimenti nel digitale sono un acceleratore importante del Pil. L’Ict può dare molto al Paese.
Non è una scusa per chiedere soldi?
Non chiediamo soldi ma scelte giuste: vorremmo che l’Italia considerasse l’economia digitale un fattore strategico di sviluppo. E poi, guardi, le nostre imprese di soldi ne investono parecchi. Si pensi, per stare alle telecomunicazioni, alle aste per l’Lte e agli ingenti investimenti che saranno necessari per la posa delle nuove reti mobili e per le Ngn. Questi sforzi avranno un effetto immediato su Pil e occupazione, ma anche un effetto indotto ancora più importante perché consentiranno la crescita di un’economia digitale fatta di contenuti, servizi, nuove applicazioni che correranno sulla Rete e supporteranno nuove iniziative economiche che faranno da traino al Pil del futuro.
I fondi pubblici per le nuove reti sembrano spariti.
Inutile farsi illusioni: la situazione del bilancio pubblico la conosciamo tutti. Dobbiamo imparare a fare i conti senza quei fondi. Aspettarli è una perdita di tempo. Piuttosto, dobbiamo chiedere regole che garantiscano il ritorno degli investimenti. Tutte le aziende del settore sono pronte a compartecipare all’investimento per le nuove reti se ci sono le condizioni per rendere credibili i loro business plan.

03 Ottobre 2011