Frequenze, operazione glasnost

IL FORUM DEL CORRIERE DELLE COMUNICAZIONI

Dopo l’asta valorizzare lo spettro: troppi sprechi, scongiurare l’"effetto discarica". Al forum del Corriere delle Comunicazioni intervengono Frullone (Fub), D'Angelo (Agcom), Sassano (Università "Sapienza") e Dècina (Polimi)

di a cura di Paolo Anastasio
Le frequenze sono un asset importante da sfruttare al meglio. Non soltanto per il valore economico di un bene scarso e preziosissimo come lo spettro, ma soprattutto per il ruolo strategico che l’etere ricopre per lo sviluppo del Paese: consentire agli operatori di telecomunicazione di fare fronte nei prossimi decenni all’esplosione del traffico dati in mobilità che crescerà in maniera esponenziale in futuro, anche per consentire a miliardi di oggetti di essere connessi fra loro in quell’Internet delle cose in arrivo.

Prima di arrivare con l’acqua alla gola all’appuntamento del futuro, con tutte le conseguenze negative che questo significa, serve una pianificazione ed una ingegnerizzazione complessiva dello spettro, così da mettere a punto un piano capace di traguardare gli obiettivi almeno sino al 2020 e di assicurare che l’Italia possa raggiungere gli obiettivi della Digital Agenda europea anche grazie a una rete di infrastrutture di telecomunicazioni adeguata agli sviluppi tecnologici e dei servizi per aziende, cittadini, pubblica amministrazione che passeranno sempre di più dalle reti mobili.

Queste sono le conclusioni di un Forum sulle frequenze, tenuto presso la redazione del Corriere delle Comunicazioni e coordinato dal direttore Gildo Campesato, al quale hanno preso parte Mario Frullone, direttore ricerche della Fondazione Ugo Bordoni, Maurizio Dècina, ordinario di Reti e Comunicazioni al Politecnico di Milano, Antonio Sassano, ordinario di Ricerca Operativa alla Sapienza di Roma, Nicola D’Angelo, commissario dell’Agcom. Al centro del dibattito un caso delicato, le “preziosissime” frequenze fra i 380 e 470 MHz. Una parte di questa banda è già attribuita al servizio mobile ed è impiegata oggi per le comunicazioni professionali. In generale si tratta però di frequenze quasi sempre sottoutilizzate.

Frullone. Il radiomobile professionale è impiegato anche da soggetti e organizzazioni da cui dipende la sicurezza delle persone e la loro protezione. Si tratta generalmente di applicazioni critiche. Fermo restando che la pubblica sicurezza e i servizi di emergenza sono fondamentali e che la loro valutazione si determina non solo in termini di efficienza economica ma anche in termini di numero di vite umane salvate, l’uso che oggi si fa di queste frequenze non appare ottimale. Lo standard Tetra, che assieme alle sue evoluzioni rappresenta la tecnologia più avanzata per il radiomobile professionale, adopera canalizzazioni molto ridotte che, come ci insegna Shannon, non consentono quella trasmissione dati ad alta velocità che è indispensabile, ad esempio, per il trasferimento di video in real time. Non si tratta, desidero sottolinearlo, di adoperare gli standard della telefonia pubblica, ma di rilanciare il radiomobile professionale. Altre porzioni di spettro a 450 MHz sono inutilizzate o adoperate secondo criteri definiti negli anni ’80. Un’altra era geologica.
Disponendo di una banda preziosissima dal punto di vista della propagazione radio, bisognerebbe cominciare a ragionare su un utilizzo più efficace. La mia è una valutazione di natura tecnica, ma penso sarebbe utile aprire un dibattito che coinvolga tutti gli stakeholder, coinvolgendo anche le grandi aziende leader in questa tecnologia, a partire da Selex Communications del gruppo Finmeccanica. Tra l’altro, oggi sono disponibili soluzioni tecnologiche innovative con un uso più avanzato dello spettro, che potrebbero dare un impulso al settore. In questo periodo difficile per tutta l’economia occidentale, i benefici varrebbero il doppio. Ma di tutto questo in Italia non si parla abbastanza.

Campesato. L’assegnazione di precise frequenze a determinati servizi ha una sua logica di tutela dell’interesse pubblico. Ad esempio garantire la continuità del servizio anche in situazioni di intasamento della rete.

Dècina. Non credo che nessuno abbia l’intenzione di sottrarre frequenze ai servizi di pubblica utilità o di diminuirne l’efficienza. È però evidente che se ci dotiamo di capacità di intervento e di tecnologie più moderne rendiamo più efficiente l’uso dello spettro radio, consentiamo di rendere più efficaci i servizi di pubblica utilità e consentiamo anche di realizzarne di nuovi come, ad esempio, sistemi di controllo video del traffico, monitoraggio degli incidenti stradali, interventi di emergenza con maggiore diffusione territoriale.
Mi paiono evidenti e rilevanti i vantaggi anche in termini di sicurezza sociale. Va anche aggiunto che oggi il Tetra non ha una diffusione capillare nell’intero Paese. Vi sono vaste zone non coperte dal servizio.

Campesato. Non c’è il rischio di mettere in crisi un campione nazionale come Selex Communications che sul Tetra ha una parte significativa di fatturato e di expertise tecnologica?

Sassano. Credo, al contrario, che non serva a nessuno coltivare orticelli chiusi. Prima o dopo i nodi vengono al pettine. Anzi, in un mondo sempre più aperto e con evoluzioni tecnologiche sempre più rapide, vincono le aziende che sanno cogliere la sfida dell’innovazione. Anche per questo credo che affrontare in modo diverso e sistemico l’uso dello spettro frequenziale non possa che essere di aiuto alla crescita competitiva della nostra industria nazionale.

D’Angelo. Quando a inizi anni Novanta è arrivato il Gsm, l’Europa era all’avanguardia, con aziende al top come Ericsson e Nokia. Oggi, con l’Lte, l’Europa è indietro. L’Italia ha bisogno di ingegneria. Chi meglio di Selex e Finmeccanica, per tornare ai ragionamenti di prima, ha interesse ad una pianificazione nazionale efficace e solida dell’uso e dello sviluppo delle frequenze? Si tratta di temi che interessano a tutti gli operatori del settore, alle telco come ai fornitori di apparati e di servizi, soprattutto dopo l’asta Lte.  

Decina. Dobbiamo imparare a guardare oltre l’orticello italiano. Il vero tema su cui ragionare, che tra l’altro ci è imposto dalla digital agenda Ue, è questo: con quali risorse frequenziali faremo fronte all’inarrestabile esplosione di dati in mobilità? Ormai non ha più senso considerare reti fisse e reti mobili come due infrastrutture separate, tanto più che i terminali della rete fissa non saranno tanto le borchie domestiche ma i ripetitori mobili. Per non parlare dell’Internet delle cose che ci porterà miliardi di apparecchi connessi in wireless.

Sassano. Per razionalizzare l’uso delle bande fra i 380 e i 470 MHz così come il resto dello spettro, bisognerebbe innanzitutto sapere come vengono attualmente utilizzate. Purtroppo non esiste in Italia un catasto dettagliato dell’uso dello spettro. Bisognerebbe estendere l’esperienza positiva del catasto delle frequenze TV a tutto lo spettro radio. L’assenza di un catasto dello spettro, per altro richiesto dall’Agenda Digitale Europea, pone un grave limite alla nostra capacità di intervento. Tuttavia, da quello che si evince da alcune analisi che si possono trovare anche in Rete, l’uso di molte bande di frequenza appare tutt’altro che razionale ed efficiente: a quanto pare, quelle frequenze sono usate molto poco e anche male. C’è persino chi ha scoperto che questa banda viene utilizzata da qualcuno che, ovviamente in maniera abusiva e ben lontano dal mare e dalle coste, si insinua su bande riservate alle comunicazioni di pubblica sicurezza mare-terra. Ed è anche nato un fiorente mercato abusivo di telefonini cordless molto potenti che operano sulle frequenze del Tetra. Stiamo parlando di frequenze preziosissime, con bande che per gli operatori di telecomunicazioni potrebbero essere addirittura più appetibili delle frequenze a 800Mhz, il cui uso è stato appena ceduto con l’asta Lte a 3 miliardi di euro. Si tratta di 90 MHz di frequenze male utilizzate, un terzo di quelle messe all’asta per l’Lte, come se un area di alto pregio artistico fosse utilizzata come una “discarica”.

Campesato. Quanto potrebbero valere sul mercato?

Sassano. La sottobanda di frequenze fra 450 e 470 MHz potrebbero essere messe all’asta già domani per l’Imt, vale a dire per servizi di telefonia mobile, come del resto ha stabilito dalla Conferenza mondiale delle telecomunicazioni del 2007 e come è previsto dai piani della Digital Agenda Ue che l’Italia dovrà implementare. Non credo di andare molto lontano dal vero stimandone il valore ad almeno un miliardo di euro, anche in considerazione di come è andata l’asta Lte. Si tratta, è bene ricordarlo, di frequenze per il cui uso lo Stato oggi non incassa nemmeno un canone adeguato. In Gran Bretagna, per fare un esempio, l’Ofcom ha previsto che dal 2014 dovrà essere pagato un canone d’uso di 1,25 milioni di sterline per MHz per anno.

Frullone. Va considerato che sono frequenze, cioè risorse pubbliche preziose, che vengono usate scarsamente o in modo poco efficiente e vengono quindi parzialmente sprecate. Ci sono margini di miglioramento consistenti verso un utilizzo più efficiente dello spettro e ciò non può che giovare alle condizioni della nostra finanza pubblica. Penso anch’io che sia fondamentale avere un quadro complessivo di conoscenza sull’uso effettivo dello spettro in Italia. È da una seria spectrum review che bisogna partire per pianificare il futuro.

Campesato. Ma c’è veramente bisogno urgente di altro spettro per le tlc in Italia?

Dècina.  Davanti a noi c’è la necessità di trovare un Gigahertz se non addirittura due per sostenere l’implementazione dell’Lte Beyond, la versione avanzata dell’Lte. Arriverà entro il 2020. E già ora le reti mobili sono sotto pressione, non basterà l’Lte di prima generazione a reggere il traffico degli smartphone del futuro e degli oggetti connessi. Il problema della banda è drammatico, l’Italia rischia di perdere il treno. Bisogna pianificare oggi il Gigahertz di domani: il 2020 non è chissà quando. È dietro l’angolo.
Per pianificare un uso adeguato dell’Lte Beyond serve mettere in campo 300 MHz di banda. Per fare un confronto, l’asta l’Lte ha liberato 255 MHz. Il resto del mondo corre, cinesi e indiani corrono: rischiano di essere loro i protagonisti dell’Lte Beyond con italiani ed europei rimasti indietro. Mentre loro corrono, noi stiamo sostanzialmente fermi. L’uso dello spettro va programmato e ingegnerizzato il più presto possibile, con un piano che traguardi il 2020. In Cina lo hanno già fatto. Ma nel 1995.

Frullone. Tanto più urgente visto che entro l’aprile del prossimo anno l’Italia dovrà dire all’Ue cosa intende fare per rispondere ai dettami della Digital Agenda 2020.

D’Angelo. Il problema dell’uso efficiente dello spettro esiste, ma non si può guardare soltanto alla sua valorizzazione economica o tecnica: vi sono esigenze di interesse pubblico, come la sicurezza o la gestione delle emergenze, che vanno tenute nella dovuta considerazione. Premesso questo, non si può ignorare il fatto che in Italia esiste una gestione vecchia dello spettro, poco coerente con quelle che sono le stesse disposizioni degli organismi internazionali. Mi rendo conto che il tema delle frequenze è complesso e non esistono ricette facili, ma in Italia abbiamo un piano di ripartizione molto attento agli aspetti formali e alle garanzie per l’utilizzatore ma che è scarsamente sensibile all’uso efficiente delle risorse del sistema radioelettrico, come invece ci chiede l’Unione Europea.

Campesato.  Anche Agcom può svolgere un ruolo in questa direzione.

D’Angelo. Certamente, ma quel che manca a monte, soprattutto, è una visione sistemica, in grado di programmare e coordinare l’uso dell’insieme dello spettro anche in relazione a quelli che sono gli sviluppi delle tecnologie e dei servizi. Lo stesso tema della banda larga deve essere affrontato in modo organico, abbracciando contemporaneamente la banda larga fissa e quella mobile. Bisogna superare il vecchio approccio legato alla parcellizzazione tecnologica e alla specializzazione a vantaggio di una visione più sistemica, d’insieme. Ma questa è una questione politica prima ancora che regolatoria.

Sassano. In Australia la ricanalizzazione della banda 400 MHz è stata decisa dal Governo. Nel documento del 23 giugno sulle Ngn firmato dal ministro Romani la parola wireless non è utilizzata una sola volta. Al contrario è universalmente riconosciuto il ruolo che le reti wireless avranno nella struttura delle future Ngn, sia per le zone in “digital divide” che per l’ultimo miglio.

Dècina. Da tempo sostengo che è necessario parlare di Fiber to the base station (Ftbs) perché il Fiber to the home non funziona, ha costi e complessità eccessive. La fibra va posata non fino agli edifici, ma fino alle base station mobili, per veicolare poi il segnale in modalità wireless verso i condomini. Nei tetti degli edifici si potranno montare antenne capaci di garantire capacità di 2-3 Mbps a tutti gli appartamenti. Per il backhauling della rete si possono inoltre usare anche frequenze radio, sfruttando microcelle posizionate sui terminali della rete in fibra. Dal cavo l’attenzione per il futuro va spostata al wireless.

D’Angelo. Anche per questo le frequenze a 450 MHz sono importanti. Hanno una capacità di penetrazione indoor eccezionale, una qualità molto preziosa. Queste bande di frequenza avranno un ruolo fondamentale per la standardizzazione dello spettro.

Frullone. I sistemi mobili hanno un netto vantaggio rispetto al fisso. I costi di investimento possono essere graduati sulla crescita degli abbonati. La fibra, al contrario, obbliga ad un grosso investimento infrastrutturale iniziale  con una minore certezza sui tempi necessari per remunerarlo adeguatamente. Per questo penso che potremmo pensare di risolvere il problema di assicurare una copertura di 2 Mbps a tutti gli italiani, come ci chiede l’Agenda Digitale europea, anche usando tecnologie wireless, anche per alcuni segmenti di backhauling. Non dimentichiamo che tutta la capacità di traffico che stiamo destinando al mobile, richiede anche adeguate risorse di interconnessione.

Sassano. Infatti,  secondo stime di Juniper Research entro il 2016 per l’Lte saranno spesi a livello globale 840 miliardi di dollari per l’upgrade del backhauling delle reti.

Dècina. In India le reti Ngn non sono assolutamente previste: passano direttamente al mobile. Da noi invece inseguiamo ancora la fibra quando il mondo guarda ormai al mobile. E ci si inventa pure una società pubblica della fibra.

Campesato.  Dall’asta Lte vi sono risorse che Romani promette di usare per il settore.

Sassano.  Come usare il surplus dell’asta Lte? Ad esempio anche per realizzare e connettere ad alta capacità le centrali Telecom e le stazioni radiobase in aree in “digital divide”. Mi pare il modo migliore per affrontare con risorse pubbliche, come ci consente l’Unione Europea, la copertura delle zone bianche.

17 Ottobre 2011