Cgil-Slc: "Lo 0,5% del fatturato degli Ott per fare le reti Ngn"

LA PROPOSTA

Il sindacato: le internet company sono le prime a saturare la rete, devono contribuire agli investimenti

di Paolo Anastasio
Superare il forte ritardo tecnologico del nostro paese, colmando il digital divide e raggiungendo così gli obiettivi dell’Agenda Digitale dell’Ue, puntando sulle Ngn come leva di crescita economica. Intervenire con incentivi sugli investimenti e modifiche normative da parte dell’Agcom. Questo in sintesi il messaggio della Slc-Cgil, che oggi ha organizzato a Roma il seminario “Il piano delle reti di nuova generazione per lo sviluppo e la crescita”, che ha spaziato dai piani del governo al ruolo degli enti locali per la realizzazione delle Ngn, stigmatizzando il taglio per ragioni di finanza pubblica degli 800 milioni di euro derivanti dal surplus dell’asta Lte al settore delle Tlc.

Genovesi (Slc-Cgil): "Per le Ngn un chip elettronico dagli Ott"

“Per la realizzazione dell’Lte e della fibra, oggi sarebbe sbagliato mettere in competizione fisso e mobile – ha detto Alessandro Genovesi, segretario nazionale della Slc Cgil – Fra qualche anno l’Lte sarà in competizione con l’Adsl. Gli operatori mobili hanno sborsato 4 miliardi per le frequenze Lte e dovranno spendere 1,5 miliardi a testa per la realizzazione dei network 4G”. Secondo Genovesi, è necessaria una “leva pubblica, magari Infratel, che porti la fibra fino alle antenne nelle aree a fallimento di mercato e una leva legislativa per abbassare il contenzioso con le tivù e liberare le frequenze”. Qui l'intervento integrale di Genovesi.

L’Agcom, poi, potrebbe fare due cose secondo il sindacato: da un lato, un abbassamento delle tariffe di terminazione sul mobile solo a fronte di un vincolo per gli operatori fissi di destinare una quota dei risparmi alla costruzione di reti Ngn in fibra.
Dall’altro, l’Authority potrebbe individuare una terza fascia di territorio, le aree intermedie potenzialmente competitive, al di là delle aree a fallimento di mercato e di quelle a successo di mercato, superando così la rigida bipartizione imposta a livello europeo. “Sarebbe una soluzione per incentivare investimenti in particolare nei distretti industriali – precisa Genovesi – che di fatto in base alle distinzioni meramente demografiche dell’Ue non rientrano nelle aree competitive, ma in Italia sappiamo che non è così”.

Un’altra leva da usare è quella degli Over the top, che secondo il sindacato devono contribuire alla realizzazione delle Ngn “con un chip elettronico dello 0,5% del loro fatturato”. Serve, infine, una regia pubblica per coordinare i vari interventi sul territorio, evitando sovrapposizioni nella posa delle reti.

Vatalaro (Comitato Ngn dell'Agcom): "La tivù sarà un volano per la fibra"
Per Francesco Vatalaro, professore all’Università di Tor Vergata e presidente del Comitato Ngn dell’Agcom, l’Italia deve uscire dall’empasse per quanto riguarda le Ngn. “Nel settore Tlc in Europa, ma anche in Italia, siamo passato a modelli privatistici – dice Vatalaro – e anche per le Ngn credo che il modello sia questo e non si tornerà indietro. L’Ue ci spinge alla realizzazione della rete ultra broadband a 100 Mbps entro il 2020. Bisogna portare l’Ftth nelle case degli italiani. Entro il 2015 il 15% delle famiglie europee devono essere collegate in fibra, ma siamo in ritardo. Le famiglie abbonate sono pochissime”. Un elemento che potrebbe spingere verso la fibra, secondo Vatalaro, “al di là del cloud e della telepresenza è la tivù diffusiva – precisa – nel 2017 con l’avvento sul mercato di schermi piatti, ultra high vision, ogni canale tivù occuperà una capacità di banda circa 10 volte superiore a oggi”. Insomma, entro il 2017 la gran parte delle tivù, secondo Vatalaro, migrerà sulla fibra.

“Fisso e mobile sono ormai in competizione di retta – continua Vatalaro – ma la fibra fin sotto la base station è una soluzione sbagliata per ragioni economiche”. Per quanto riguarda la regolamentazione Ue, secondo Vatalaro la raccomandazione del settembre 2010 sulle Nga non contribuisce affatto alla messa in campo di incentivi sugli investimenti.

Manacorda (Cnel): "PA digitale, servono standard"

Per Paola Manacorda, componente del Cnel, la crisi dell’Occidente in Italia è accentuata dalla mancanza di “un percorso verso la società della conoscenza – dice – sistematicamente quando bisogna investire questo paese non pensa all’Ict come ad una ripresa per uscire dalla crisi. L’Ict non è la panacea, ma una società che punta sulla conoscenza può progredire. Internet contribuisce al Pil, l’Ict inoltre ha un vantaggio: non grava sull’ambiente, a parte gli scavi”. Secondo Manacorda, il digital divide italiano è “culturale e politico – continua – il tutto in un paese vecchio, dove l’occupazione femminile è appena al 46%, penultima in Europa”. Mancano investimenti pubblici per l’Ict “mentre ad esempio per incentivare l’acquisto del decoder per il digitale terrestre i soldi c’erano - aggiunge Manacorda – il compito di colmare il digital divide è stato delegato alle regioni, ma lo sviluppo della rete e dei servizi avviene a macchia di leopardo. Un esempio è l’adozione della Pec, obbligatoria dal 29 ottobre per tutte le imprese, ma soltanto il 50% della PA ne è munita”.

E’ necessario, chiude la consigliera del Cnel, standardizzare lo switch off di alcuni servizi nella PA, dove peraltro ci sono diversi servizi digitali al cittadino, ma troppo spesso troppo complicati e per questo il loro utilizzo è scarso. Infine, la tivù pubblica, che negli anni ’50 ha avuto un ruolo fondamentale nell’alfabetizzazione della popolazione, non propone nulla sul fronte dell’Ict. “Perché la Rai non fa dei mini corsi di Internet?”, domanda Manacorda, che chiude proponendo l’introduzione di un’agenda digitale italiana, che il Governo dovrebbe presentare ogni anno insieme alla Finanziaria.

Savini (Anci): "Modello Expo per gli scavi"
“I comuni non hanno competenze dirette sulle reti ultrabroadband – dice Mauro Savini, esperto per l'Anci Area Ambiente, Sviluppo e Innovazione – ma impattano molto sull’ambito urbano delle città. Da circa un anno l’Anci si impegna per semplificare gli interventi degli operatori, che devono fronteggiare diversi problemi soprattutto nei piccoli comuni sui vantaggi dell’ultra broadband. Stiamo cercando di modellizzare un unico schema omogeneo per gli interventi di scavo, visto che ogni comune si muove a sé”. In questo senso, l’Anci Lombardia ha messo a punto una bozza avanzata “utilizzata per la realizzazione delle infrastrutture in vista dell’Expo del 2015 – dice Savini – l’obiettivo è diffondere questo modello anche altrove”. L’Anci sta anche lavorando alla realizzazione di un catasto delle reti, dopo il memorandum firmato un anno fa con Ministero dello sviluppo Economico e i player del settore.

“Il 60-70% dei costi della fibra riguarda gli scavi – dice – e i lavori di ripristino del manto stradale. Purtroppo c’è ancora molta diffidenza verso le minitrincee. C’è una costante interlocuzione con il Mise per la condivisione delle infrastrutture (cavidotti) e con le utilities, anche se si procede a rilento”. In tema di smart grid, l’Anci sta discutendo con diversi comuni di medie dimensioni per ottimizzare il controllo da remoto di reti di illuminazione ed elettriche. “Si tratta di sistemi che consentono di abbattere i costi del 20-30% dei consumi energetici negli edifici pubblici – chiude l’esponente dell’Anci – è chiaro che in comuni come ad esempio Piacenza, che ha un bilancio annuo di 80 milioni di euro, la possibilità di risparmiare un milione di euro l’anno è un driver importante”.

Cicchetti (Telecom Italia): "PA, serve uno switch off in 10 punti"

“In Italia gli operatori Tlc nel complesso investono di più rispetto agli altri paesi rispetto ai ricavi – dice Oscar Cicchetti, direttore Strategy di Telecom Italia – Telecom ha portato negli anni l’Adsl al 92% della popolazione. La fibra arriva in due milioni di edifici e le nostre reti mobili sono le migliori. Per quanto riguarda gli investimenti, l’intervento pubblico è auspicabile nelle aree a fallimento di mercato. Infratel in questo senso qualcosa ha fatto, altri hanno fatto qualcosa anche in Sardegna e Lombardia, ma non basta. E’ utile un intervento pubblico sulle Ngn? E’ un terreno difficile e lo Stato non può intervenire se non nelle aree a fallimento di mercato. Basti pensare agli esiti non concreti del tavolo Romani”.

Passando alla proposta di Metroweb, Cicchetti dice che “può aprire a interventi pubblici e parapubblici della Cassa depositi e prestiti – dice – ed è una direzione giusta. Tanto più che gli operatori in Italia sono disposti a investire, come dimostra l’asta Lte. Certo, in altri paesi, ad esempio in Spagna, parte dei proventi sono stati destinati al settore”. C’è poi un dato da non dimenticare: “il 40% degli italiani considera Internet inutile, ma non credo che incentivi in stile decoder del digitale terrestre siano utili per la diffusione della banda larga – dice Cicchetti – il mobile facilita l’adozione della banda larga, ma servono dei servizi per incentivare gli italiani a navigare. In Brasile, ad esempio, il nuovo status symbol nelle favelas è lo smartphone connesso a Facebook, che ha sostituito l’antenna parabolica nel cuore dei brasiliani”.

Sul fronte delle aziende, aggiunge il manager di Telecom, “gli incentivi servono di più e il cloud abbatterà di molto le barriere all’ingresso. Le aziende che non abbracceranno la Rete sono destinate a morire”.

Per quanto riguarda la PA, secondo Cicchetti, “i servizi possono essere un motore di alfabetizzazione, ma la strada maestra è quella degli switch off forzati – precisa – invece dell’Agenda digitale, bisogna individuare dieci servizi da digitalizzare entro una data precisa, per dematerializzare la PA allo stesso modo in cui in passato è stato imposto il modello unico online per la dichiarazione dei redditi”.

Per quanto riguarda le regole, Cicchetti non ha dubbi: “Quando la rete non esiste ancora non si devono disincentivare gli investimenti, ma bisogna pensare al trade off fra reti vecchie e nuove”. Gli over the top infine devono contribuire al finanziamento delle Ngn e l’identità digitale degli utenti va regolata.

Gola (Wind): "Economics delle telco in flessione nei prossimi 5 anni"
“Gli economics delle telco negli ultimi anni sono molto cambiati – dice Giuseppe Gola, direttore Finanza e Acquisti di Wind – il tempo delle vacche grasse da mungere è finito. Nei prossimi 5 anni ci sarà un calo dei ricavi sul fisso e sul mobile del 3-4% nei prossimi 5 anni. Il valore del traffico voce per Wind è dimezzato in pochi anni e in questo contesto la diminuzione delle tariffe di interconnessione estrae ulteriore valore dagli operatori mobili, senza dimenticare l’aumento delle tariffe di unbundling”.

Insomma, in un contesto di calo generalizzato dei ricavi, il traffico esplode. “nel 2011 Wind avrà 50 miliardi di minuti di traffico mobile, nel 2000 la somma del traffico mobile e fisso in Italia era di 100 miliardi di minuti voce”. Un aspetto negativo per le casse degli operatori è la guerra dei prezzi, che si è scatenata anche sul fronte del traffico dati in mobilità. “Ma con l’Lte i clienti dovranno per forza pagare di più”, dice Gola.

Nel mirino di Wind gli over the top: “Facebook e Google ci cannibalizzano i ricavi – dice Gola – se i portali italiani avessero la possibilità di gestire i dati personali degli utenti allo stesso modo di Google e Facebook sarebbe diverso”.

Bragadin (Vodafone): "Incentivi per investire nelle aree meno popolate"

“L’Italia non sa convivere con la competizione - dice Marco Bragadin, amministratore delegato di TeleTu, che fa capo a Vodafone Italia – il settore mobile continua ad investire massicciamente, sulla rete fissa invece si fatica. L’ex incumbent è dominante nel fisso. Per la realizzazione della banda ultralarga serve una copertura complementare fisso-mobile, con prevalenza del fisso nelle grandi città.

E’ auspicabile la presenza di incentivi per investire nelle aree meno popolate del paese”. Per quanto riguarda la rete in fibra, “la immaginiamo unica, aperta e paritetica sul fronte dell’accesso – dice Bragadin – L’ammortamento dei costi per la realizzazione della fibra dovrebbe arrivare grazie allo switch off del rame”. Per quanto riguarda Metroweb, “il vataggio è che esiste – dice Bragadin – ma lo scenario di oggi non ci tranquillizza. Il piano industriale di Metroweb è ristretto a Fastweb e punta a Milano e dintorni. La presenza di Banca Intesa è un problema, visto il suo ruolo in Telco. La rete inoltre sarà operativa soltanto nel 2017. La discesa in campo di cassa depositi e Prestiti è interessante, a patto che l’azienda non si limiti a Milano e dintorni. Vodafone potrebbe entrare in Metroweb, se il raggio d’azione dell’azienda si allargherà. Anche perché o sono presenti tutti gli operatori oppure li escludi tutti. Serve un business plan più avanzato, ma di certo il ruolo di Cdp è fondamentale, perché rappresenta un profilo di garanzia degli investimenti molto elevato”.

“Non è obbligatorio realizzare un’unica rete – dice Vatalaro – il problema vero sul tavolo è realizzare diverse eventuali reti in contemporanea per non moltiplicare i costi di scavo”.

Lombardi (H3g): "Ott contribuiscano alle Ngn"
“Dal 2000 ad oggi gli operatori mobili hanno dato 16 miliardi di euro allo Stato – dice Antongiulio Lombardi, direttore affari regolamentari di H3g – per noi il tema della terminazione mobile è importante. Se abbracciamo la proposta della Cgil di destinare i guadagni degli operatori alla realizzazione delle Ngn, ci sarebbero circa 800 milioni da investire. Sugli Ott, è necessario trovare un modo di tassarli, anche perché le tariffe di terminazione andranno presto ad azzerarsi, l’Lte non prevede tariffe di terminazione. E’ quindi necessario prevedere una nuova disciplina di remunerazione degli Ott”.

Proietti (Fastweb): "Portare la fibra nelle aree industriali"
Dopo il boom dei prima anni 2000 il mercato si è bloccato per mancanza di risorse – dice Giorgio Proietti, responsabile technology attività operative di Fastweb – abbiamo cablato due milioni di unità immobiliari, ma sul fisso siamo molto pressati da un lato dagli Ott dall’altro da Telecom Italia, che totalizza la maggior parte dei 4 miliardi di profitti ante imposta del mercato. Servono regole certe per non congelare gli investimenti futuri in Ngn”. Un mercato da coprire è certamente quello “delle aree industriali – dice Proietti – dove le reti performanti sono carenti. Per la fibra ottica la maggior parte dei problemi deriva da ostacoli a livello di amministrazioni locali, che non comprendono i vantaggi del riuso delle reti esistenti. Molte medie aziende italiane, anche blasonate, sono davvero carenti sul fronte delle infrastrutture IT”.

Di Bernardo (Ericsson): "Servono nuovi modelli di business"
“Serve in Italia un’infrastruttura abilitante e nuovi modelli di business – dice Giancarlo Di Bernardo, responsabile Engagement Practice di Ericsson Italia – Non si può negare che gli Ott abbiano rinnovato i modelli di business. La banda larga sta evolvendo, la Rete Ip sta per passare al 4G, servono reti scalabili, che si devono semplificare. Bisogna abbattere i silos tecnologici e dobbiamo essere consapevoli di cosa succede sulle reti broadband, che cosa fanno gli utenti sulle reti. In questo senso, serve una revisione della gestione sicura dell’identità digitale. Bisogna passare da un concetto di rete come “tubo” a quello di rete come “tubo intelligente”. L’obiettivo è passare da una gestione di rete alla gestione di servizi in base alla user experience, nell’ottica del prossimo avvento dell’Internet delle cose”.

Loiola (Huawei): "Sull'Lte l'Italia parta in fretta"

L’Ict è un tema centrale per il paese – dice Roberto Loiola, vicepresidente dell’Europa occidentale di Huawei - Per quanto riguarda l’Lte, bisogna partire presto perché l’Italia diversamente da quanto accaduto con il Gsm e il 3G non parte per prima nel deployment della rete. E realizzare le reti Lte è complesso. Sul fronte della politica, manca la mentalità vincente per realizzare l’Agenda Digitale e su Metroweb, l’iniziativa va tarata e compresa appieno, per capire se sarà di scala oppure no. Come esponente di una multinazionale cinese dico che per attrarre investimenti in Italia serve credibilità politica”.

25 Ottobre 2011