Tlc, Enzo Savarese (Agcom): "Una nuova fase regolatoria"

INTERVISTA

Il commissario Agcom è convinto della necessità di conciliare investimenti e concorrenza. "Serve concertazione. Non è facile. ma conviene a tutti".

di Gildo Campesato
«C’è bisogno di una fase nuova della regolazione. Potremmo chiamarla regulation by concertation»:  Enzo Savarese, membro dell’Authority per le Comunicazioni e componente della Commissione per le infrastrutture e le reti, delinea col Corriere delle Comunicazioni quelli che potrebbero essere i rapporti tra autorità regolatoria ed aziende di telecomunicazione nel prossimo periodo. Un periodo, tra l’altro, che vede l’Italia (e l’Europa) davanti alla “sfida impegnativa della realizzazione delle reti di nuova generazione”.
Servono proprio queste reti?
Sì, ma ricordiamoci Manzoni: adelante cum juicio. La banda larga è certamente necessaria, ma non indispensabile adesso. A cosa deve servire? Solo a vedere meglio la Tv? Non vorrei che si enfatizzasse la costruzione di una infrastruttura destinata forse, almeno nel breve, a restare vuota, fine a se stessa.
Allora niente 50 mega?
Non è un problema di fede ma di scelte di politica industriale. E di priorità d’uso delle risorse pubbliche. Personalmente, penso che il primo obiettivo sia di assicurare a tutti un minimo di banda con cui poter accedere a servizi qualificati, a partire da quelli della PA digitale.
Il governo investirà 800 milioni di euro per questo.
È uno stanziamento significativo, ben superiore ai 200 milioni di sterline di Digital Britain. Detto questo, non aspettiamoci risultati miracolistici. Se non si attrezzano la PA, gli ospedali, i servizi civili alle opportunità della banda larga, tutto questo sforzo rischia di restare monco. E poi bisogna investire in formazione e informazione.
Non c’è solo il digital divide. Ci sono anche le Ngn.
Non c’è dubbio. Ma per un bel po’ di tempo avremo uno sviluppo integrato di rame e di fibra.
Ma chi poserà la fibra?
È un tema da tenere ben presente. Dobbiamo pensare a ritorni che invoglino le aziende ad investire, soprattutto in tempi di recessione economica. Ciò significa anche stabilire poche regole, ma certe e trasparenti.
Propone una vacanza regolatoria?
No. Ma la regolazione deve essere leggera, come ha detto la commissaria Reding. Alla fibra non si può applicare le stesso quadro regolatorio del rame. Se vogliamo che qualcuno la posi. E poi, non va dimenticato che la nuova infrastrutturazione è di fatto prodromica a nuovi livelli di concorrenza di medio-lungo periodo.
Ma nel breve non si rischia di rendere più forti gli incumbent?
La regolazione deve lavorare di freno e di acceleratore, contestualmente. Dobbiamo operare per stimolare gli investimenti, ma anche per preservare la concorrenza: è un problema di dosaggio, di verifica sul campo, non di ricette aprioristiche. Non mi nascondo che non sarà facile, ma la via è questa.
Immagino gli scontri che ne seguiranno.
Non servono a nessuno. Abbiamo attraversato varie fasi. All’inizio vi è stata una regolazione dall’alto, necessaria per aprire un mercato monopolistico e dare spazio alla competizione. Poi vi è stata una fase di regulation by litigation, quasi tribunalizia, meticolosa, con operatori fortemente in contrasto fra loro, a volte anche in modo pretestuoso. È un modello che non giova a nessuno, oggi. Meglio pensare ad una regolazione per concertazione che tenga conto delle necessità della concorrenza ma anche dei grandi temi di politica industriale. Ovviamente, ognuno nell’ambito delle sue competenze: il governo la politica industriale, l’Autorità le regole e la loro osservanza.
Riuscirà a convincere gli operatori?
Conviene anche a loro. Il rischio, altrimenti, è di avere un mercato totalmente ingessato: per mancanza di regole o per troppe regole. E poi, l’Italia non può certo permettersi di perdere il treno delle infrastrutture digitali.

06 Luglio 2009