Google, multa da 7 mln per i dati rubati

STREET VIEW

Negli Usa BigG sceglie di patteggiare nel processo per violazione della privacy attraverso la piattaforma Street View. Ma restano aperti i procedimenti in Europa

di Patrizia Licata

Si chiude in America la vicenda del cosiddetto "Wi-Spy" con il patteggiamento da 7 milioni di dollari raggiunto da Google e dai Procuratori generali dei 37 Stati Usa più il District of Columbia che avevano trascinato in tribunale il colosso di Internet con l’accusa di violazione della privacy. Il fatto risale al 2008-2010, quando Google, tramite i veicoli per le riprese di Street View, ha catturato i dati personali dei consumatori trasmessi su reti wifi non protette. Ciò è avvenuto non solo negli Stati Uniti, ma anche in Europa, come sappiamo, e infatti le sfide legali per il gigante della ricerca non sono certo concluse.

Ma intanto il patteggiamento americano soddisfa l’accusa, non tanto economicamente (ogni Stato riceverà una porzione dei 7 milioni, il che vuol dire poco più di 520.000 dollari per gli otto Stati che hanno guidato il procedimento e circa 150.000 per gli altri), ma per il valore intrinseco, come ha spiegato il Procuratore Generale del Connecticut George Jepsen: “Questo accordo ha un’importanza che va oltre i termini finanziari: i consumatori hanno diritto alla privacy e si aspettano che questo diritto venga rispettato. L’accordo è un riconoscimento di tali diritti e garantisce che Google non userà simili pratiche in futuro per catturare informazioni personali senza il permesso di ignari consumatori”.

Il patteggiamento prevede che Google organizzi dei corsi interni rivolti ai dipendenti per sensibilizzare sui temi della confidenzialità dei dati degli utenti. Tale programma “educativo” dovrà durare per i prossimi dieci anni. Il colosso di Internet realizzerà anche una campagna informativa a livello nazionale in cui mostrerà ai consumatori come mettere in sicurezza le loro reti wireless. Questa campagna includerà “un video su YouTube con istruzioni agli utenti del tipo ‘how-to’ sulla protezione tramite cifratura delle reti wireless”, nonché “ads online che appariranno tutti i giorni per due anni per pubblicizzare il video”. Ancora, un post sul Blog Google Public Policy dovrà spiegare l’importanza di crittare le reti wireless (includendo un link al video di YouTube). Google dovrà anche comprare spazi pubblicitari di mezza pagina sui quotidiani nazionali e locali americani per informare sulla protezione delle reti wifi e produrre un pamphlet su sicurezza e privacy. Ovviamente alla web company è stato imposto di distruggere tutti i dati privati che i veicoli di Street View hanno raccolto tra il 2008 e marzo 2010.

In quell’arco di tempo, ha sostenuto l’accusa, i veicoli di Google con cui venivano scattate le foto per il servizio Street View hanno catturato dati privati su reti wifi non protette: allora infatti i router casalinghi non erano automaticamente crittati e quindi la mole di dati raccolta è risultata enorme, con gravi problemi di privacy. 

La reazione di Google non è stata esattamente coerente. Dopo aver negato di aver raccolto informazioni private, l’azienda ha ammesso il fatto indicando però che si era trattato di un “errore”. Inoltre, Mountain View ha sempre sostenuto di non comunque commesso atti illegalo, perché i dati erano stati catturati da siti pubblici e trasmessi dagli utenti senza cifratura. Infine, l’azienda ha fatto ricadere le responsabilità su un singolo ingegnere che nel 2006 aveva sviluppato del codice per raccogliere dati da reti wifi casalinghe per un progetto sperimentale; il codice sarebbe poi finito per sbaglio in quello di Street View. Google si era detta all’oscuro delle finalità di questo software ma una successiva indagine della Federal Communications Commission ha invece evidenziato che Google sapeva bene quali codici venivano sviluppati al suo interno. La Fcc ha anche multato Big G per 25.000 per ostruzione all’indagine, ma non ha preso ulteriori misure.

 

©RIPRODUZIONE RISERVATA 13 Marzo 2013

TAG: google, street view, google publoc policy, George Jepsen

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