ANALISI

Il cloud in Italia vale più di 1,5 miliardi di euro

La nuvola cresce del 25% nel 2015. Secondo una ricerca degli Osservatori del Politecnico di Milano decolla il cloud pubblico (+35%), soprattutto per le Pmi (+75%) che però partono da 46 milioni di spesa

Pubblicato il 30 Giu 2015

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Il cloud accelera in Italia. La nuvola, strumento principe per esternalizzare e al tempo stesso rendere più flessibili e potenziare i bisogni di Ict delle aziende, diventa sempre più grande. Il Public Cloud cresce del +35% (460 milioni di euro) mentre gli investimenti per la Cloud Enabling Infrastructure registrano un +21% e toccano quota 1,05 miliardi. La spesa delle PMI per il Public Cloud è ancora limitata in valore (46 milioni di euro) ma ha registrato una crescita del 70%.

I tassi di crescita confermano che il Cloud sta diventando un percorso inevitabile di trasformazione delle aziende. Infatti il 54% delle grandi imprese utilizza il cloud pubblico. Il 25% si trova in una fase di maturità definita “Cloud first”, per cui è stato scelto l’approccio Public Cloud come preferibile in alcuni ambiti progettuali. Il 44% dei CIO vedono l’Hybrid Cloud (Public Cloud + Cloud Enabling Infrastructure) come il trend che avrà maggiore impatto nella strategia cloud aziendale dei prossimi tre anni.

Lo dice l’Osservatorio Cloud & ICT as a Service, giunto alla quinta edizione e promosso dalla School of Management del Politecnico di Milano. La ricerca, presentata a Milano presso il Campus Bovisa in occasione del Convegno “Cloud davvero, semplice ma non banale” ha analizzato l’evoluzione dell’offerta e i modelli di adozione di tale modello nelle aziende di grandi, medie e piccole dimensioni coinvolgendo 600 Cio e responsabili It di imprese italiane.

«A distanza di un anno, sembra davvero – dice Alessandro Piva, Responsabile della Ricerca dell’Osservatorio Cloud & ICT as a Service del Politecnico di Milano – che le ombre che rendevano il cloud un fenomeno talvolta incompreso e incapace di incidere realmente sulle scelte delle imprese siano finalmente svanite. È stato compreso che esistono due strade e approcci differenti: da una parte il public cloud dall’altra parte, l’approccio interno, la Cloud Enabling Infrastructure. Due strade molto diverse: la prima disruptive e veloce, la seconda più complessa, una via questa che richiede investimenti, scelte e percorsi abilitanti l’evoluzione e l’aggiornamento del patrimonio infrastrutturale e applicativo esistente, che favorisce e promuove l’utilizzo dei servizi Public Cloud e prevede un percorso meno estemporaneo, ma maggiormente connesso con le strategie di evoluzione del Sistema Informativo Aziendale».

Secondo la ricerca dell’Osservatorio del Politecnico, la spesa in soluzioni di Public Cloud segna una crescita del 35% e si divide principalmente nell’acquisto di servizi applicativi (45%), i servizi infrastrutturali (44%) e i servizi PaaS (Platform as a Service, 11%). Analizzando più nel dettaglio la spesa in servizi applicativi emerge come poco meno della metà, il 46%, è attribuibile a servizi di Office Automation, Posta Elettronica, Enterprise Social Collaboration & Intranet, il 21% a CRM, SCM ed ERP, il 20% ad amministrazione, finanza e controllo, risorse umane ed e-learning, il 13% a portali Web B2C ed eCommerce, Business Intelligence e Web Analytics.

Analizzando lo sviluppo futuro del mercato del Public Cloud nei prossimi tre anni, i Cio intervistati segnalano che avranno un impatto significativo l’Hybrid IT (42%), il Cloud Management Platform (24%) in grado di gestire ambienti cloud eterogenei, la progressiva diffusione del Platform as a Service (39%) e dei servizi di integrazione infrastrutturale (22%). Rilevanti anche i temi legati all’Application Development & Lifecycle Management (22%), all’evoluzione degli standard di sicurezza (18%) e all’emergere degli Enterprise Cloud Application Store (16%).

Mentre nelle aziende italiane si stanno diffondendo le soluzioni di Public Cloud, aumenta nel contempo nelle direzioni Ict la consapevolezza e la maturità nell’affrontare questa tematica, comprendendone le reali ricadute sul Sistema Informativo aziendale. Questo è evidente, secondo il rapporto dell’Osservatorio, anche considerando quanto le aziende continuino a investire al proprio interno per far evolvere e aggiornare il patrimonio infrastrutturale, per una cifra stimata in 1,05 miliardi di euro, più del doppio rispetto al Public Cloud. L’investimento su questi fattori abilitanti, che nella ricerca viene definito “Cloud Enabling Infrastructure”, consente la creazione di un “sistema informativo ibrido”, che unisce e fa lavorare insieme i sistemi interni con i servizi offerti dal Public Cloud, valorizzando caratteristiche e opportunità di entrambi i modelli. I maggiori benefici per il business, infatti, si ottengono quando si riescono a far dialogare applicativi e servizi fruiti dal Public Cloud con gli applicativi già presenti in azienda. Per ottenere, però, un sistema informativo solido e coerente è necessario approcciare in modo evoluto il tema dell’integrazione, in modo tale da permettere un’agile sostituzione dei suoi elementi costitutivi.

«Nonostante – dice Stefano Mainetti, Responsabile Scientifico dell’Osservatorio Cloud & ICT as a Service – l’approccio al cloud, la Cloud Journey, sia diverso azienda per azienda, Cio e player di settore concordano sul fatto che il punto di arrivo sia quello del cloud ibrido, paradigma che permette di beneficiare delle caratteristiche peculiari sia del cloud pubblico sia del patrimonio informatico aziendale più tradizionale. Questo emerge dall’analisi delle grandi imprese coinvolte nella ricerca, nelle quali iniziative pilota stanno lasciando spazio a progettualità più mature caratterizzate da un approccio sistemico. Solo le aziende capaci di integrare i sistemi in modo evoluto, infatti, hanno potuto godere dei benefici di innovazione e flessibilità dei servizi cloud, innestandoli in modo coerente sul proprio sistema informativo tradizionale. Ad oggi solo l’8% delle aziende ha raggiunto questa configurazione, anche grazie alla lungimiranza ed agli investimenti operati negli anni, ma con l’aumento consapevolezza dei Cio e la spinta dell’offerta è ragionevole prevedere un’accelerazione nell’adozione di modelli di cloud ibrido».

«Il cloud – dice Mariano Corso, Responsabile Scientifico dell’Osservatorio Cloud & ICT as a Service del Politecnico di Milano – è un trend ormai inarrestabile trainato da benefici sempre più evidenti, occorre però attenzione a non banalizzare il fenomeno: introdurre il public cloud non significa semplicemente acquistare e “accendere” una soluzione. Le iniziative di introduzione del cloud sono veri e propri progetti che richiedono di prendere in considerazione variabili di natura economica, tecnologica, organizzativa e legale. Rispetto ai progetti tradizionali la “complessità” non si annulla affatto, ma semmai si trasforma, spostandosi su fattori diversi. Questa trasformazione è destinata a spiazzare le competenze delle direzioni Ict che non sapranno rimettersi in gioco per acquisire nuove conoscenze e professionalità e ripensare il proprio ruolo a supporto del business».

L’analisi delle esperienze censite dall’Osservatorio ha permesso di sviluppare il Cloud Project Framewok, un modello che, a partire dall’identificazione delle fasi che caratterizzano un progetto IT, identifica le variabili che occorre considerare nella gestione di un progetto Cloud e consente così di identificare le nuove competenze e professionalità da sviluppare per passare efficacemente da un modello informativo tradizionale a uno “as a Service”. Mentre in un progetto tradizionale le macro fasi sono relativamente definite e classificabili secondo lo stadio di maturità del progetto stesso (progettazione e implementazione) e le competenze e risorse da mettere in gioco (organizzazione e tecnologia), in un progetto cloud i confini risultano sfumati e le fasi in parte si parallelizzano e prevedono continui cicli di feedback.

Per quanto riguarda le singole attività previste all’interno delle fasi, i risultati della ricerca dell’Osservatorio del Politecnico di Milano indicano che, su un campione di 51 grandi imprese, rispetto a un progetto It tradizionale, ve ne sono alcune più semplici e altre più complesse che richiedono nuove competenze. Proprio perché demandate al provider, le attività della fase di “Run” risultano notevolmente semplificate, permettendo il raggiungimento di benefici in termini di agilità, flessibilità e riduzione del time to market: gestione operativa, manutenzione e help desk sono ritenute più semplici, rispettivamente, nell’89%, 81% e 64% del campione. Al contrario, le attività che sono reputate più complesse rientrano nella fase di Analyse&Plan, in modo particolare la definizione delle Sla del contratto è critica per il 64% del campione e la valutazione di rischi, tempi e costi risulta più complessa nel 61% dei casi. Inoltre, il 53% delle aziende ritiene maggiormente complessi la misurazione e il monitoraggio delle performance.

Il principale elemento secondo l’Osservatorio del Politecnico di Milano che rende maggiormente articolate le varie fasi, in modo trasversale, risulta essere la mancanza di risorse e competenze necessarie per svolgere l’attività (53%). Il successo o meno del processo di adozione del cloud dipende quindi fortemente dall’acquisizione di nuove competenze prima non possedute dall’azienda o solo in parte sfruttate: particolarmente rilevanti sono quelle di Supply Management, Contract Management, Enterprise Architecture, Change Management e Performance Management.

Nell’ultimo anno, dice la ricerca dell’Osservatorio del Politecnico di Milano, la spesa in public cloud delle Pmi è cresciuta ad un ritmo superiore rispetto al mercato nel suo complesso, pari a un incremento del 70%, aumentandone l’incidenza relativa che oggi è pari al 10%. Il mercato, tuttavia, è ancora limitato e vale circa 46 milioni di €. Tra i servizi maggiormente adottati vi sono le soluzioni di Office Automation e Posta Elettronica (13%), i sistemi Erp e Crm (11%), le soluzioni di amministrazione finanza e controllo o per la gestione HR (8%), Enterprise Social Collaboration & Intranet (7%) e Business Intelligence (5%). tra gli ambiti infrastrutturali, l’8% utilizza macchine virtuali e storage e il 5% servizi di Business Continuity e Disaster Recovery.

Secondo l’Osservatrio del Politecnico di Milano sono ben 677 le startup che che offrono servizi cloud finanziate da investitori istituzionali a partire dall’inizio del 2012 per un totale di circa 15 miliardi di dollari. Il 10% sviluppa soluzioni orientate alle Cloud Enabling Technology, mentre il 90% offre servizi di Public Cloud, con prevalenza di soluzioni SaaS (71%), sopratutto nel settori del Customer Lifecycle (37%), Business Intelligence & Analytics (22%) e Unified Communication & Collaboration (14%). In Italia sono 27 le startup operanti in ambito Cloud & ICT as a Service che hanno ottenuto finanziamenti da parte di Business Angel, Venture Capitalist e società di investimento negli ultimi 3 anni. La maggior parte delle imprese ha sede nel Nord Italia (41%) seguono il Sud e le Isole (32%) e il Centro (27%).

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