"La Fcc non può imporre la net neutrality"

CORTE D'APPELLO USA

Una sentenza della corte d'appello del District of Columbia mette in discussione il "potere" dell'Authority americana. Una vittoria per Comcast che da anni fa battaglia sul diritto di gestire liberamente la propria rete

di Patrizia Licata
La corte d'appello del distretto di Columbia mette in discussione il principio di neutralità della rete e soprattutto l’autorità della Federal communications commission e il suo potere di regolare il settore della banda larga, concedendo un’importante vittoria alla più grande azienda del cavo Usa, la Comcast. Quest’ultima (come altri provider, da Verizon a At&t) da anni sostiene che, spendendo miliardi sulla sua rete, ha il diritto di gestirla come meglio crede, ovvero offrendo servizi premium e bloccando le applicazioni che usano troppa banda.

Una posizione che trova fortemente contraria la Fcc, presieduta dal Democratico Julius Genachowski, convinto sostenitore della net neutrality (d’accordo, inutile dirlo, le aziende di Internet, da Google a Skype). La Fcc, che vorrebbe varare un set di regole per salvaguardare la neutralità della rete, considera questo principio indispensabile per il successo del suo progetto per portare la banda larga in tutti gli Stati Uniti: occorre infatti evitare, afferma la Fcc, che le aziende telefoniche e del cavo usino il loro controllo sull’accesso Internet per favorire alcuni tipi di contenuti e servizi online rispetto ad altri. Ma la Corte d’appello del District of Columbia ha decretato all’unanimità (tre giudici su tre) che la Fcc non ha l’autorità necessaria per esigere dai provider di banda larga di trattare in modo uguale tutto il traffico Internet che transita sui loro network.

La diatriba si è accesa proprio dopo un caso che ha avuto come protagonista la Comcast, che, nel 2007, ha interferito con un servizio di file-sharing chiamato BitTorrent, che permette agli utenti di scambiare file pesanti su Internet. L’anno seguente la Fcc ha vietato alla Comcast di bloccare i suoi abbonati che volevano usufruire di BitTorrent. La commissione, guidata allora dal Repubblicano Kevin Martin, basò il suo ordine su una serie di principi di net neutrality adottati nel 2005. 
La Comcast ha sempre sostenuto che l’ingiunzione della Fcc fosse illegale (i principi di net neutrality non equivalgono a legge, sostiene l’azienda) e che la Fcc non abbia l’autorità per imporre la neutralità della rete perché ha deregolato il broadband sotto l’amministrazione Bush. La sentenza della corte d’appello sembra darle ragione.

“La decisione della corte d’appello del District of Columbia significa che la legge non protegge i consumatori per quanto riguarda i servizi su banda larga”, ha commentato Gigi Sohn, co-fondatore di Public Knowledge. "Le aziende che vendono accesso a Internet sono libere di favorire i contenuti che vogliono sui loro network, di ostacolare alcune applicazioni o bloccarle del tutto”.

I giudici del District of Columbia hanno indirettamente portato alla luce un problema di non facile soluzione: se la Fcc desidera il successo del piano nazionale per la banda larga varato lo scorso mese dovrà dimostrare di avere un’autorità certa per regolare il settore del broadband.
 Ma la commissione definisce la banda larga come un settore “leggermente regolato”, il che vuol dire che non è soggetto agli stessi obblighi dei servizi di telecomunicazione tradizionali, in particolare, condividere la rete con i concorrenti e trattare tutto il traffico in modo uguale. La Fcc è convinta che la legge le dà l’autorità per legiferare sui servizi di informazione, e quindi anche sulla net neutrality, ma la corte d’appello ha decretato il contrario e alla commissione federale non resta che rivolgersi al Congresso per avere un’autorità più esplicita per regolare il settore del broadband, oppure appellarsi alla decisione dei giudici del District of Columbia.

“Due opzioni che richiedono tempo”, nota Ben Scott, policy director del gruppo in difesa dei diritti dei consumatori Free Press. “Lo scenario più probabile è perciò che la Fcc riclassifichi il broadband come servizio telecom pesantemente regolato”. Una decisione che sarebbe, ironicamente, nel peggior interesse delle aziende telefoniche e del cavo.

"La sentenza afferma che ci dovrebbe essere un provvedimento da parte del Congresso per imporre alcuni principi di net neutrality, a meno che la Fcc non trovi altre basi legali per regolare la materia. Perciò è una "sentenza procedurale", nel senso che dà un’indicazione sulla procedura legale da seguire e non un giudizio sulla validità o meno della neutralità della rete", commenta Innocenzo Genna, esperto europeo di Tlc.  "Il dato interessante è che la Corte d’appello ha messo l’accento sul fatto che la banda larga è deregolata negli Usa e ciò dovrebbe bastare per non intervenire sulla net neutrality, a meno di un provvedimento esplicito che ne dia l’autorità alla Fcc. Questo è un elemento di forte differenza con l’Europa, che può generare confusione. Il fatto che la banda larga sia deregolata o no, non è pre-condizione per regolare la neutralità della rete. Ciò che veramente conta è se c’è concorrenza sul mercato del broadband, una concorrenza tale da permettere agli utenti di migrare da un Isp all’altro. In un mercato della banda larga veramente concorrenziale, e non è sempre così in Europa, la net neutrality dovrebbe essere un problema secondario".

07 Aprile 2010