Tim vs Open Fiber, Meta: "Non esclusa spartizione del territorio nazionale"

L'INTERVISTA

Non solo convergenza degli asset delle "newco" per evitare il "boomerang" della competizione infrastrutturale. Altre ipotesi cominciano a prendere piede. Il presidente della Commissione Trasporti e Tlc della Camera "Le soluzioni si possono trovare ma deve trovarle il mercato. Interesse del legislatore è che l'Italia abbia una struttura di Tlc all'altezza"

di Mila Fiordalisi

I ricorsi sulle gare Infratel, la creazione di una newco concorrente a Open Fiber per cablare le aree bianche, i continui botta e risposta con il governo sulle “ingerenze” di campo. E last but not least l’indagine Antitrust. La questione Telecom è oramai diventata un “caso” politico-istituzionale. Ma gli scontri a colpi di carte bollate non rischiano di compromettere l’avanzamento dei progetti pubblici e privati sulla banda ultralarga? “L’alto livello di scontro politico sul tema, spesso da parti contrapposte, è ormai una costante”, risponde Michele Meta, presidente della Commissione Trasporti e Tlc della Camera.

Presidente Meta, lo scenario ha subito una profonda trasformazione in pochissimo tempo.

Nell’ultima audizione in Commissione con i vertici Telecom, ci siamo sentiti dire che le gare Infratel non hanno senso perché tanto si è già deciso tutto. Chi ha buona memoria ricorderà invece che, poco più di anno fa, il governo Renzi veniva accusato esattamente del contrario: di voler cioè favorire una compagnia privata ai danni dell’Enel e della sua Open Fiber. Più che le critiche di ingerenze rivolte a Palazzo Chigi, insomma, mi stupisce l’atteggiamento ondivago di Telecom negli ultimi mesi: prima dovevamo cercare gli investitori con il lanternino, ora diventano improvvisamente troppi e si arriva ad aprire il capitolo Antitrust. Un po’ surreale, non trova?

L’attenzione è prevalentemente concentrata sulle aree bianche: non è che si rischia di lasciare scoperte le aree grigie, molto più importanti se si considera che è in queste aree che si concentrano la maggior parte delle aziende italiane?

Sono due problemi diversi. L’attenzione si è concentrata sulle aree bianche solo perché lì, almeno prima che Telecom cambiasse idea, non voleva investire nessuno. Bisognava cominciare da qualche parte, si è deciso di iniziare dal problema più urgente e irrisolvibile senza un intervento pubblico. Lei ha ragione a porre la questione delle aree grigie, io ho il dovere di ricordare che però in questo caso l’aiuto di Stato è ammesso solo in determinate condizioni; mi rassicura l’impegno del governo a riutilizzare i circa 700 milioni di euro recuperati dalla prima gara per nuovi incentivi proprio sul cluster B, come i voucher per passare alla fibra e altri strumenti per aiutare le imprese a investire sui servizi cloud. Di certo, sarebbe grottesco che le aree bianche cominciassero a funzionare e quelle grigie – le più popolose, in termini di aziende – finissero nel dimenticatoio. Ma non sarà così.

La competizione infrastrutturale è davvero possibile? Come faranno Tim e Open Fiber a far quadrare i conti? Non si rischia un effetto boomerang?

È chiaro che, con un numero di attori superiore a uno, i rischi per gli investimenti aumentano sempre, non solo quando parliamo di infrastrutture. Nel caso specifico, il problema è reale al di fuori delle 10-12 aree metropolitane più densamente popolate, perché il modello di business potrebbe anche non essere sostenibile. Ma potrebbe anche esserlo, per un paio di motivi: il primo sono i 7 miliardi di euro pubblici che abbassano la quota dell’investimento privato; il secondo è che i contenuti video stanno, di fatto, trascinando il mercato velocemente. Da un lato, sta già aumentando la domanda di video in connessione veloce con il futuro 5G; dall’altro, quando ci sarà la migrazione del digitale terrestre, crescerà anche la richiesta di fibra nel mercato televisivo. Insomma, nessuno può avere una parola certa sui ritorni degli investimenti. E comunque, potrebbero esserci delle tappe intermedie.

Fra le ipotesi di medio-lungo termine quella di una newco delle newco, ossia di una convergenza degli asset Open Fiber-Cassiopea. È un’ipotesi plausibile?

Una è proprio questa, appunto. Un’altra potrebbe essere una divisione del territorio nazionale tra gli attori in gioco. Le soluzioni si possono trovare, quando si lavora nella stessa direzione, ma deve trovarle il mercato. A me, come legislatore, interessa solo che finalmente l’Italia abbia una struttura di telecomunicazioni all’altezza delle proprie esigenze e dei principali partner europei.

Il governo ha convocato Tim: cosa bolle in pentola? A cosa si punta?

Bollono in pentola tutti i temi di cui abbiamo appena parlato, e sui quali è importante che un’azienda come Tim non si chiuda a riccio. Tra l’altro, mi pare di aver capito che i suoi azionisti abbiano tutto l’interesse – confermato anche da Vivendi – di arrivare a un dialogo più costruttivo con il governo, dopo le polemiche degli ultimi mesi. Noi siamo ben consapevoli dell’importanza strategica dell’azienda per l’Italia, e d’altra parte Paolo Gentiloni ha dalla sua la competenza nel settore e una notevole capacità di ascolto: confido quindi che, se anche Tim manifesterà una disponibilità seria, si potranno fare passi in avanti.

©RIPRODUZIONE RISERVATA 11 Luglio 2017

TAG: michele meta

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