La Cina non è più low cost. Fine dell'eldorado hi-tech

L'ANALISI

Quanta, il maggior produttore mondiale di laptop, starebbe valutando di trasferirsi in Vietnam. Foxconn (contractor di Apple) ha dovuto raddoppiare i salari ai dipendenti. Gli economisti: riflettori puntati su Paesi asiatici e sud americani emergenti

di Patrizia Licata
Aziende hitech prossime alla fuga dalla Cina? Non esattamente, ma i tempi d’oro in cui si poteva produrre tecnologia a basso costo nel colosso asiatico sembra siano definitivamente chiusi. L’ondata di scioperi dei lavoratori cinesi che chiedono (e in molti casi ottengono) aumenti salariali e la decisione di Pechino di apprezzare lo yuan renderanno più dispendioso fabbricare in Cina.

Si tratta di un’evoluzione che non manca di ricadute positive. Ci saranno infatti vantaggi per i consumatori cinesi, che vedranno aumentare il loro potere d’acquisto, e indirettamente per le aziende occidentali, che potranno vendere i propri prodotti, oggi quasi tutti destinati all’esportazione, anche sul mercato della Tigre asiatica, un bacino nuovo e potenzialmente enorme.

"Da un lato potrebbero aumentare i prezzi al consumo dei beni made in China importati dagli Stati Uniti”, spiega Paul Tiffany, senior lecturer della Haas School of Business dell’Università californiana Berkeley. “Dall’altro, gli stessi prodotti che le aziende americane fabbricano in Cina per esportarli negli Usa potrebbero diventare alla portata dei consumatori cinesi”. Occorre considerare che negli Usa i consumi personali rappresentano circa il 70% del pil, mentre in Cina non vanno oltre il 35%. Anche alle aziende occidentali può far comodo la nascita di una ricca classe media cinese.

Tuttavia, ai vantaggi per le aziende occidentali si associa la necessità, prima o poi, di ridisegnare le proprie strategie legate alla supply chain e alle sedi di produzione, perché uno yuan più forte fa salire le spese (e la decisione di Pechino potrebbe aprire la strada a mosse simili da parte di altri Paesi asiatici, come Corea del Sud, Taiwan e Giappone, facendo ulteriormente salire il costo del produrre in Asia).

"Se il trend prosegue, e penso che sarà così, avrà un effetto significativo sulle aziende della Silicon Valley. Quale sarà la scelta, allora? Alzare i prezzi o diversificare i siti di produzione, allontanandosi dalla Cina e indirizzandosi altrove, in altri Paesi dell’Asia o in Sud America?”, chiede Sung Won Sohn, economista della Martin V. Smith School of Business and Economics at Cal State Channel Islands.

La diversificazione dei siti produttivi (verso zone interne della Cina, dove costa meno produrre che nelle città sul mare in pieno boom economico, oppure in altre nazioni, come il Vietnam) sembra, nell’immediato, la risposta più probabile. L’aumento del costo del lavoro - con la conseguente riduzione dei margini di profitto per i contractor e i loro clienti occidentali - sarà la molla immediata, ancora più dell’apprezzamento della valuta. Basti pensare che la Foxconn, uno dei maggiori contractor di aziende occidentali, tra cui Apple e compagnie della Silicon Valley, ha deciso di raddoppiare i salari dei suoi lavoratori per porre freno a una drammatica ondata di suicidi e altre aziende tecnologiche stanno seguendo la stessa direzione, spinte dagli scioperi.

La stessa Foxconn ha fatto sapere che sta considerando di trasferire parte del lavoro a Taiwan. Quanta, il più grande produttore mondiale di laptop, potrebbe costruire uno stabilimento in Vietnam o in un altro Paese emergente. Un recente sondaggio condotto a Hong Kong dalla Federation of Hong Kong rivela che molte aziende stanno pensando di lasciare i grandi centri produttivi della Cina: il 37% intende portare la maggior parte della propria produzione fuori dalla regione del Delta del Fiume delle Perle e oltre il 63% vuole lasciare la provincia del Guangdong, perché i costi sono troppo alti.

23 Giugno 2010