Ngn, incumbent e Olo. E' dibattito sulle regole

IL CONFRONTO

Secondo Sandro Frova (Bocconi), la Raccomandazione Ue sulle reti di nuova generazione offre strumenti per regolamentare il ruolo dell'incumbent e stimolare gli investimenti. Per Luigi Prosperetti (Università di Milano), serve evitare di profittare a basso costo degli investimenti altrui

di Patrizia Licata
L’Italia rischia il ritorno al monopolio delle Tlc e di restare sempre più indietro nella realizzazione delle vitali reti di nuova generazione (Ngn)? Secondo Sandro Frova, docente di Finanza aziendale dell’Università Bocconi, che scrive oggi su Milano Finanza, la raccomandazione della Commissione Ue in tema di accesso alle Ngn appena approvata nell’ambito del pacchetto Broadband è un’ottima linea-guida che riconosce l’importanza di stimolare gli investimenti nelle Ngn e migliorare il livello della concorrenza nel settore attraverso una regolamentazione efficace dell’operatore storico.

L’Italia, sottolinea il professore, trarrebbe anche più di altri Paesi europei ampio giovamento dalla disponibilità di una rete Ngn: sarebbero superati il nostro ritardo tecnologico in termini di dotazione di banda ultralarga e la dominanza dell’ex incumbent nell’accesso (siamo, tra i Paesi europei, uno di quelli in cui la concorrenza nell’accesso è meno sviluppata, nota Frova), e verrebbe recuperata produttività nel sistema economico.

Oltre a ribadire il valore concorrenziale dell’unbundling sulle reti in fibra, la Commissione Ue evidenzia nella raccomandazione la capacità delle reti aperte Ftth di abilitare la competizione anche a livello di servizi. La contro-tesi degli incumbent, secondo i quali le architetture Gpon (reti chiuse) siano meno costose, oltre a sottovalutare il costo di upgrading che queste comportano, non tiene conto delle pesanti implicazioni concorrenziali, nota Frova. Reti chiuse, che non consentono a operatori alternativi di affittare e utilizzare in modo autonomo l’ultimo miglio, lasciano in mano all’incumbent il “monopolio dell’innovazione”, vincolando la tipologia e la qualità dei servizi offerti dagli operatori sul mercato alle scelte di investimento e tecnologie di un singolo operatore.

Le raccomandazioni dell’Ue da un lato indeboliscono le argomentazioni di Telecom Italia, che sulla Ngn chiede tempi oggettivamente lunghi e mostra chiara antipatia a soluzioni di co-investment; dall’altro rafforzano le tesi degli operatori concorrenti (i cosiddetti Olo), che ormai con voce quasi univoca si offrono di partecipare a un progetto unico di investimento che veda la creazione in Italia di una rete infrastrutturale moderna, aperta a tutti, trasparente e non discriminatoria.

Ci troviamo a un punto di svolta, conclude Frova: se prevarranno scelte di architetture di rete non pro-competitive il rischio di tornare ai monopoli del passato diventerà quasi certezza; se invece si andrà verso la soluzione che anche la raccomandazione Ue lascia intendere come preferibile avremo non solo una rete migliore e più adatta all’evoluzione futura della domanda, ma anche condizioni migliorative della concorrenza del settore e della produttività e competitività del sistema economico italiano.

Di diverso segno l’intervento, sempre su Milano Finanza, di Luigi Prosperetti, professore di Politica economica alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Milano. Con le proposte avanzate nei giorni scorsi dal Comitato istituito dall’Autorità per le comunicazioni, presieduto da Francesco Vatalaro, il dibattito su come accelerare lo sviluppo delle reti di accesso di nuova generazione sta finalmente diventando concreto, secondo Prosperetti. Sono proposte che possono ancora essere migliorate, ma che si ispirano a principi su cui si sono basate le recenti decisioni regolamentari di Francia, Spagna e Inghilterra e che appaiono piuttosto ragionevoli, nonostante siano sgradite ai concorrenti di Telecom Italia. Il nodo è favorire i nuovi investimenti, non profittare a basso costo degli investimenti altrui, sottolinea il professore.

Il grande intervento pubblico è una chimera (lo Stato non ha i soldi necessari) e non si può costringere Telecom Italia a regalare ai propri concorrenti l’uso della propria rete (come obbligarla?), scrive Prosperetti. Il Comitato Agcom avanza proposte organiche per il passaggio alle Ngn, nel senso che tengono conto sia di una fase transitoria in cui le nuove reti in fibra ottica coesisteranno con la rete in rame, sia di quella finale, in cui porzioni crescenti della vecchia rete saranno spente per essere sostituite dalla Ngn. Il Comitato propone di adottare soluzioni diverse in aree diverse, distinguendo tra quelle dove la domanda di servizi che viaggiano sulle nuove reti sarà molto elevata e aree dove la domanda sarà più ridotta.

Il Comitato propone anche di favorire il coinvestimento di più operatori, ma se ciò non è possibile l’infrastruttura realizzata da un solo operatore dovrebbe essere aperta ai concorrenti, che la utilizzeranno a prezzi sorvegliati dall’Agcom, ma non automaticamente correlati ai costi. L’obbligo di apertura dovrà valere per tutti gli operatori e non solo per Telecom Italia. Anche gli obblighi di accesso dovrebbero riguardare tutti gli operatori: se Telecom Italia è l’unico a possedere un’infrastruttura in una data località, e per favorire lo sviluppo delle reti a banda larga occorre imporgli un obbligo di accesso, lo stesso deve valere per le situazioni in cui sia qualcun altro a possedere l’unica infrastruttura.

Infine, gli obblighi devono essere proporzionali all’interesse pubblico da perseguire: se questo non è più solo di aprire una rete già esistente alla concorrenza, ma favorire lo sviluppo di nuove reti preservando la concorrenza, è ragionevole non prevedere più uno stretto orientamento al costo delle tariffe di accesso. Se si prendesse questa strada, spiega Prosperetti, nessun operatore riuscirebbe a convincere i propri azionisti che sia ragionevole investire e le nuove reti non si svilupperebbero: il prezzo di accesso deve coprire i costi operativi ma anche remunerare il rischio.

22 Settembre 2010