Grillo: "Le Ngn le facciano i costruttori"

LA PROPOSTA

Il presidente delle commissione Trasporti e Tlc del Senato lancia la provocazione: "Il costo più elevato per le nuovi reti è per gli scavi e la posa dei cavi, si affidino i lavori alle aziende dell'edilizia". E sul ruolo del governo dice: "Si occupi di fare i bandi per le macro-aree: infrastrutture in concessione a chi si aggiudica le gare"

di Gildo Campesato
«C’è un solo modo di uscire dallo stallo: fare costruire le nuove reti alle società di costruzione e fargliele gestire in concessione per rientrare dagli investimenti sostenuti. Dopotutto, l’80% del costi del broadband è costituito da scavi e dalla posa fisica della fibra. Cosa c’entrano le telco? È un lavoro che va fatto fare a già lo fa per mestiere. Il governo lanci dei bandi per coprire sistemi macro-regionali»: la provocazione arriva da Luigi Grillo, presidente della commissione Trasporti e Tlc del Senato che, sotto la sua spinta, ha avviato una serie di audizioni sul tema.
Senatore, c’era proprio bisogno di un’altra indagine conoscitiva dopo la commissione Valducci, il Rapporto Caio, il piano Romani e il successivo “tavolo” Romani?
Ce n’era bisogno. Ovviamente, non per produrre ulteriori documenti né per ascoltare i protagonisti del settore dire cose che ripetiamo da dieci anni. E cioè che c’è bisogno di larga banda, che si tratta di un’infrastruttura strategica necessaria al sistema e allo sviluppo del Paese.
E allora?
Vogliamo dare un contributo a rendere finalmente effettiva la posa della banda larga in Italia. Dal piano Caio in poi si è detto che occorrono miliardi di risorse pubbliche, come hanno fatto altri Paesi. A inizio legislatura c’erano 860 milioni “nazionali” in aggiunta a centinaia di milioni di fondi Fas. Ora è tutto sparito ed è bene farsene una ragione: sono anni che inseguiamo questo miraggio dei fondi pubblici.
Con pochi risultati concreti.
L’unico vero risultato concreto è che si è perso tempo continuando a dire che il broadband era l’infrastruttura più strategica senza però investire. Siamo tra i Paesi più indietro. Ecco, il contributo della nostra indagine vuole essere proprio questo: verificare se sono possibili altre strade.
Sono possibili? Risponda lei.
Dai nostri incontri sta emergendo, con una coralità abbastanza sorprendentemente a dire il vero vista la differenza degli interessi e dei ruoli, che le reti broadband si possono fare senza risorse pubbliche, ma anche attraverso l’introduzione di iniziative di project financing che consentano di puntare finalmente realizzazione delle nuove reti in tempi ben definiti.
Anche nelle zone di digital divide?
Lì è diverso. Ma intanto, invece di aspettare la quadra per le zone di digital divide e non fare nulla da nessuna parte, perché non partire portando la banda larga dove c’è un interesse potenziale del mercato?
Le Tlc hanno i loro piani e sono titubanti a spendere risorse dal ritorno incerto o di troppo lungo periodo.
Infatti le risorse vanno cercate anche fuori da sistema telco, coinvolgendo prioritariamente altri capitali privati, quelli di chi è disponibile a spendere per recuperare l’investimento dalla gestione dell’infrastruttura.
A chi pensa?
Circa l’80% dei costi per una rete broadband viene dagli scavi, dalla realizzazione dei cavidotti, dalla posa della fibra. Non è lavoro da telco ma da aziende di costruzione. È l’unico modo per uscire dallo stallo: sono due anni che lo vado ripetendo. Mi pare che ora si cominci a capirlo.
Chi deve assumere l’iniziativa?
Il governo, cui spetta promulgare bandi pubblici per macro-regioni. Si tratta di aprire ai privati la possibilità di realizzare le opere, coinvolgere grandi consorzi ed imprese locali. I vincitori avranno dallo Stato la concessione delle opere realizzate da affittare agli operatori di rete, alla PA, a chi vuole utilizzare la fibra. In questo modo recupereranno l’investimento effettuato.
Avremo tante società della rete?
Più che tante, alcune: si tratta di intervenire per macro-aree. Avremo società concessionarie che affitteranno le infrastrutture a chi ne ha bisogno.
Come risultato, Telecom Italia non avrà più la rete.
Ma la rete non deve essere dei privati: deve essere pubblica! Le reti esistenti sono state tutte realizzate col contributo o dello Stato o dei consumatori, dunque di tutti.
Ha proposto di passare le competenze sulle tlc al ministero per le Infrastrutture.
Sostengo che devono occuparsene entrambi i ministeri: Comunicazioni e Infrastrutture. La soluzione del problema è nella costruzione delle infrastrutture: sono anche queste la cultura e le competenze di cui abbiamo bisogno.
Come vede il ruolo di Cdp?
Cosa c’entra Cassa Depositi e Prestiti? Questo è un caso classico di un’infrastruttura che può essere realizzata da capitali privati perché la gestione della rete genera introiti sufficienti a ripagare l’investimento. Ovviamente, le autorità di garanzia, Agcom e Antitrust in primis, avranno il compito di vigilare sulla correttezza delle relazioni tra i vari soggetti.
Ha avanzato la sua proposta durante le audizioni?
Certamente. E devo dire che ho trovato grande consenso sul fatto che le reti di Tlc di nuova generazione si possono fare col contributo dei privati.
Quando pensate di concludere il lavoro di indagine?
Entro maggio finiremo tutto: vogliamo accelerare.

09 Maggio 2011