VERSO IL WCIT DI DUBAI

Itrs, Kende: “Tlc e Internet non sono la stessa cosa”

Parla l’economista: “Sì all’upgrade dei trattati, ma solo in chiave voice. Il modello Internet funziona perfettamente così com’è”

Pubblicato il 14 Nov 2012

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Itrs, Kende: “Tlc e Internet non sono la stessa cosa”

Internet è un modello economico che sta funzionando molto bene da anni, quindi perché cambiarlo? È il punto di vista di Michael Kende, co-responsabile del Regulatory Sector di Analysys Mason. L’economista spiega le sue ragioni in un rapporto pubblicato in vista del vertice Itu a Dubai che esaminerà la revisione dei trattati ITRs risalente al 1988, che tra l’altro stabiliva i principi di tariffazione tra operatori telefonici internazionali. Laureato al Mit di Boston spiega al Corriere delle Comunicazioni perché, a suo parere, l’Itu non dovrebbe imporre nuove regole alla rete. E mette in guardia contro le proposte già avanzate da alcuni Paesi che prevedono, per esempio, l’imposizione di nuovi e diversi regimi tariffari per il traffico online.
A che punto è la discussione e quali sono secondo lei i nodi da sciogliere?
Bisogna lavorare prima dell’appuntamento per identificare i problemi e cercare le soluzioni migliore. Ma a mio parere il problema non è stato ancora identificato. Ci sono state varie proposte. Alcuni hanno parlato in generale di creare un sistema che divide i costi della parte internazionale di Internet tra vari soggetti oppure impone tariffe sul traffico incoming. Ma nessuno ha spiegato come lo vorrebbe fare. Bisogna partire dal presupposto che Internet e la rete di telecomunicazioni presentano differenze fondamentali. Stabilire i costi di una chiamata telefonica internazionale è molto semplice: si sa da dove parte e dove arriva, così si può stabilire chi deve pagare. Ma come decidere ‘chi paga cosa’ quando, per esempio, un utente si collega a un sito Internet?
Lei ha detto che alcune delle proposte che circolano in questi mesi potrebbero avere un impatto negativo per gli utenti.
L’attuale forza di Internet è che, quando navighi in rete, non t’importa da dove provengano le informazioni e soprattutto queste non vengono tariffate sulla base del loro instradamento. Se hai un blog vuoi che tutti si possano collegare al tuo blog. Paghi un operatore per avere accesso a Internet e ciò basta ad assicurarsi che i contenuti siano disponibili in qualunque parte del mondo. Ma il timore è che, se vincerà un certo tipo di policy, qualche player potrebbe per esempio pretendere un pagamento per far vedere il tuo blog o i tuoi video in Paesi diversi dal tuo. Allora tu potresti decidere di focalizzarti sull’Europa perché non vuoi pagare fuori dal continente. Ma in questo caso Internet comincia a spezzarsi e a fratturarsi in blocchi.
Nella sua analisi lei sottolinea l’importanza dell’approccio multi-stakeholder di Internet. Di cosa si tratta?
Il web è frutto dell’interazione tra una serie di attori, tra cui aziende private online ma anche offline. Quando, al vertice dell’Itu, i rappresentanti dei governi si chiuderanno nelle loro stanze per discutere, questi molteplici stakeholder non ci saranno. Molti sono preoccupati che in questo modo i governi assumano il controllo della rete. E poi c’è la questione dei Paesi in via di sviluppo: la crescita degli utenti di Internet in Africa è stata del 39% all’anno negli ultimi 10 anni. Questo ci fa capire che c’è ancora tanto di cui occuparsi, ma non sono questioni internazionali, sono di politica interna.
Non pensa che comunque i trattati ITRs siano antiquati e che anche un’eccessiva deregulation possa comportare rischi?
Gli ITRs regolano le telecomunicazioni internazionali, non l’Information Technology, e secondo me devono continuare a occuparsi di telecomunicazioni e quindi di sviluppo, spettro e standard. Internet è un caso davvero unico e i benefici ricavati sono tali e tanti che questo modello deve essere assolutamente protetto.

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