IL J'ACCUSE

Università di Harvard: “Google razzista”

La docente Latanya Sweeney lancia il j’accuse: inserendo nel motore di ricerca un nome afro-americano il 25% di probabilità in più che appaia una pubblicità con la parola “arresto”

Pubblicato il 04 Feb 2013

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Università di Harvard: “Google razzista”

Le ricerche su Google conterrebbero significative “discriminazioni razziali”: lo sostiene una ricerca pubblicata da Latanya Sweeney, docente di Government and Technology all’Università di Harvard.

Lo studio si concentra su alcuni avvisi pubblicitari a pagamento pubblicati da un’agenzia pubblicitaria, Instant Checkmate, che utilizza Adwords, piattaforma pubblicitaria di Google per la pubblicazione di annunci testuali, immagini e video sulle pagine dei risultati di ricerca e sui siti della rete di contenuti Google.

Secondo l’analisi, più del 25% delle ricerche che coinvolgono “nomi tipici della popolazione nera” hanno maggiore probabilità di veder apparire accanto al loro nominativo la notizia di un loro eventuale arresto rispetto a persone con nomi tipici della popolazione di razza caucasica.

La stessa Sweeney (nome comune nella comunità afro-americana) ha deciso di approfondire la questione dopo aver scritto il proprio nome sul search engine e aver visto apparire un avviso pubblicitario con scritto: “Latanya Sweeney arrestata? Inserisci il nominativo e lo Stato, e avrai accesso a tutti i dati. Firmato: www.instantcheckmate.com”.

Questo messaggio lasciava intendere che la donna aveva compiuto reati in passato. La Sweeney si è iscritta e ha avuto modo di consultare le informazioni sul proprio casellario giudiziario, ovviamente non trovando alcuna annotazione.

Di conseguenza ha avviato lo studio inserendo su google.com e reuters.com oltre 2.000 nominativi di persone che in qualche modo suggerivano sia l’appartenenza alla razza black sia a quella bianca.

È emerso che i nomi tipici della comunità afro-americana avevano il 60% di probabilità di essere collegati ad avvisi pubblicitari contenenti la parola “arresto”, rispetto al 48% dei nomi tipicamente da “bianchi”. Tutte le pubblicità venivano da InstantCheckMate.

Google comunque respinge le accuse. “Adwords non elabora nessuna analisi in base alla provenienza razziale” è scritto in un comunicato. “Al contrario abbiamo una policy anti-violenza in base alla quale non consentiamo la pubblicazione di réclame che prendano di mira un’organizzazione, una persona o un gruppo di persone. Spetta ai singoli pubblicitari decidere quali parole chiave vogliono scegliere per promuovere i loro avvisi”.

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