tecnologia e geopolitica

Chip, accordo Usa-Taiwan: i dazi si abbassano al 15%. L’effetto sulle Tlc



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Le aziende taiwanesi pronte ad investire 250 miliardi di dollari negli Stati Uniti. Per gli operatori cambiano costi di fornitura, disponibilità di apparati e gestione del rischio

Pubblicato il 16 gen 2026

Federica Meta

Direttrice



chip, microelettronica, semiconduttori, elettronica

Gli Stati Uniti e Taiwan hanno annunciato un’intesa commerciale che riduce i dazi sui beni taiwanesi dal 20% al 15%. In cambio, l’isola si impegna — attraverso le sue aziende e con il sostegno del governo — ad aumentare in modo significativo gli investimenti sul suolo americano, con l’obiettivo dichiarato di rafforzare la produzione domestica di semiconduttori e rendere la filiera più solida e “vicina” al mercato Usa.

Il cuore del patto è un doppio binario finanziario: almeno 250 miliardi di dollari di nuovi investimenti diretti negli Stati Uniti da parte delle aziende taiwanesi del settore, più altri 250 miliardi di dollari in garanzie di credito e strumenti di supporto per favorire lo spostamento e l’espansione di capacità produttiva, competenze e supply chain. In altre parole, Washington concede un alleggerimento tariffario e, in cambio, cerca di trasformare parte dell’attuale dipendenza globale dai chip asiatici in un ecosistema produttivo “made in Usa”, costruito con l’apporto della potenza industriale taiwanese.

L’accordo arriva dopo mesi di negoziati avviati in primavera, in un contesto segnato da minacce tariffarie e da una pressione crescente degli Stati Uniti sulle grandi aziende estere dei semiconduttori: la linea americana è che i chip più avanzati non siano solo un asset economico, ma una componente di sicurezza nazionale. “Abbiamo bisogno di questi semiconduttori per la nostra sicurezza nazionale, che siano fabbricati negli Stati Uniti”, ha dichiarato il Segretario al Commercio Howard Lutnick in un’intervista televisiva, collegando apertamente la trattativa commerciale a una strategia industriale di lungo periodo. Il messaggio è chiaro: gli Usa vogliono diventare più autosufficienti, soprattutto sulle tecnologie di fascia alta.

Cosa prevede l’accordo: dazi più bassi e incentivi alla localizzazione

Dal punto di vista tariffario, l’intesa abbassa ulteriormente le tariffe statunitensi sui beni taiwanesi al 15% (dal precedente 20%), riportando Taiwan su un livello più “competitivo” rispetto ad altri attori asiatici e riducendo l’incertezza per esportatori e industrie collegate. Oltre alla cornice generale, sono previste anche misure settoriali, con limiti e carve-out su alcune categorie di prodotti. Il senso politico, però, non è tanto il dettaglio merceologico, quanto il meccanismo che premia chi investe e produce negli Stati Uniti: più fabbriche, più filiera, meno rischio di dipendenza esterna.

Questa impostazione si inserisce in una tendenza già evidente negli ultimi anni: dopo la carenza globale di semiconduttori e le frizioni sulle catene di approvvigionamento, gli Stati Uniti hanno accelerato su sussidi e programmi di attrazione degli investimenti per riportare in casa una quota maggiore della produzione. L’accordo con Taiwan rafforza proprio questa traiettoria, provando a trasformare l’eccezione (singoli investimenti) in un modello sistemico (ecosistema completo).

Il ruolo di Tsmc

Tra i protagonisti del dossier c’è inevitabilmente Tsmc, il più grande produttore di chip di Taiwan e uno degli snodi centrali dell’intera economia digitale globale. L’isola produce più della metà dei chip a livello mondiale e quasi tutti quelli più avanzati, utilizzati negli smartphone e nei data center necessari per l’intelligenza artificiale. È questo “primato” tecnologico che rende Taiwan strategica e, allo stesso tempo, vulnerabile alle pressioni geopolitiche.

Tsmc è già al centro dell’espansione americana: l’azienda ha aperto un impianto in Arizona nel 2024 e ha comunicato di stare accelerando gli investimenti negli Stati Uniti. Il Segretario al Commercio Usa ha inoltre indicato che il gruppo ha acquistato terreni e che, in virtù dell’accordo, potrebbe aumentare ulteriormente la propria presenza in Arizona, con nuove strutture produttive che si aggiungerebbero ai piani già esistenti. Secondo ricostruzioni giornalistiche, si ragiona su un’estensione che potrebbe tradursi in ulteriori stabilimenti oltre a quelli già pianificati.

Un punto chiave, spesso sottovalutato nel dibattito pubblico, è che “fare una fabbrica” non basta: una fonderia di semiconduttori richiede un ecosistema fatto di materiali speciali, chimica, macchinari, subfornitura, logistica iper-qualificata, talenti e partner che garantiscano continuità produttiva. Ed è qui che l’accordo prova a spingersi oltre: non solo investimenti diretti, ma anche garanzie e finanziamenti per “convincere” pezzi della supply chain a spostarsi, rendendo l’industria americana più completa e meno esposta a shock esterni.

La politica taiwanese

Per Taipei l’accordo è una partita delicatissima. Da un lato, ridurre i dazi e stabilizzare l’accesso al mercato Usa è cruciale per proteggere un settore vitale. Dall’altro, ogni trasferimento di capacità produttiva fuori dall’isola tocca questioni sensibili: occupazione, competitività, sovranità industriale e, soprattutto, sicurezza.

Non a caso, il governo taiwanese ha rimarcato che l’intesa non riguarda lo “svuotamento” dell’industria dei chip da Taiwan. È un messaggio rivolto sia all’opinione pubblica interna, sia a chi teme un indebolimento del cosiddetto “scudo di silicio”, cioè l’idea che il ruolo insostituibile di Taiwan nella produzione dei chip più avanzati incentivi Washington (e altri attori) a difendere la stabilità dell’isola. In più, va ricordato che l’accordo deve ancora superare l’esame del Parlamento taiwanese, controllato dall’opposizione: un passaggio che può incidere su tempi, implementazione e percezione interna del compromesso.

La reazione di Pechino

Come prevedibile, la Cina ha reagito con durezza, definendo l’intesa un atto con implicazioni politiche e contestandone la legittimità. È un punto centrale: nel caso Taiwan-Usa la linea tra economia e geopolitica è sottile. Anche se il testo parla di tariffe e investimenti, il sottinteso è il controllo delle tecnologie chiave e la costruzione di alleanze industriali “amiche”, capaci di ridurre i rischi strategici.

Per questo l’accordo non va letto solo come un negoziato commerciale, ma come un tassello di una più ampia riorganizzazione delle catene globali di valore: dove si producono i chip, chi controlla i nodi critici, chi ha accesso prioritario alla capacità produttiva, e come si distribuisce il potere tecnologico tra blocchi geopolitici.


Perché questo accordo impatta sulle telco

Per le telco l’effetto si potrebbe dar sentire sulla catena del valore che sostiene le reti. Le telecomunicazioni moderne sono diventate un’industria guidata dai semiconduttori: dalle reti 4G/5G e dai sistemi radio, fino ai router e switch di backbone, alle piattaforme di edge cloud, ai server che ospitano funzioni di rete virtualizzate e, sempre più spesso, carichi di intelligenza artificiale per ottimizzare traffico, sicurezza e automazione. Quando cambia la geografia dei chip, cambia anche l’economia delle reti.

L’accordo Usa–Taiwan, spingendo più capacità produttiva e supply chain negli Stati Uniti, può impattare le telco su tre piani principali.

Primo: costo e procurement. La riduzione dei dazi e la presenza di carve-out legati agli investimenti possono modificare il costo relativo di componenti, schede e apparati destinati al mercato Usa o prodotti da vendor con una forte impronta americana. Per gli operatori, questo può tradursi in contratti di fornitura rinegoziati, scelte diverse tra vendor e, in alcuni casi, in un ribilanciamento tra apparati importati e apparati assemblati/qualificati localmente.

Secondo: disponibilità e tempi di consegna. Le telco pianificano rollout pluriennali e dipendono da una disponibilità costante di componenti critici: SoC di rete, acceleratori, Asic per switching, chip per radio e fronthaul/backhaul, e una lunga lista di componenti “non glamour” ma essenziali. Più capacità produttiva vicina ai grandi clienti e un ecosistema industriale più localizzato possono ridurre alcuni colli di bottiglia, rendere più prevedibili i lead time e diminuire l’esposizione a shock logistici o a interruzioni su tratte strategiche.

Terzo: rischio geopolitico e continuità operativa. Le telco non possono permettersi blocchi su ricambi e apparati: una rete nazionale è infrastruttura critica. In un contesto di tensione tra Usa, Taiwan e Cina, un accordo che accelera lo spostamento di produzione e filiera negli Stati Uniti ha un impatto diretto sulle strategie di resilienza: diversificazione dei fornitori, scorte strategiche, design multi-sourcing, e scelte tecnologiche più “portabili” tra piattaforme. In altre parole: anche quando i chip non sono comprati direttamente dalle telco, le telco subiscono l’effetto di ogni cambiamento che tocchi la disponibilità, il prezzo e il rischio della componentistica che sta dentro gli apparati di rete.


Un accordo commerciale che ridisegna potere e tecnologia

Il punto di fondo è che i semiconduttori sono diventati la “materia prima” dell’economia digitale e dell’infrastruttura di rete. Per questo l’accordo tra Stati Uniti e Taiwan non riguarda solo un taglio di dazi: è un tentativo di spostare capacità produttiva e potere industriale, con conseguenze che si estendono ben oltre il perimetro dei chipmaker. Per il settore telco — che vive di investimenti, pianificazione e continuità operativa — capire dove e come verranno prodotti i chip nei prossimi anni significa, sempre più, capire come evolveranno costi, rischi e velocità di innovazione delle reti.

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