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AI e salute: il 94% degli italiani cerca informazioni mediche online



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Il report “Salute Artificiale”, realizzato da Sociometrica e FieldCare per Fondazione Italia in Salute e Fondazione Pensiero Solido, mostra che oltre la metà degli italiani consulta il digitale con regolarità nei percorsi di cura, mentre il 63,9% verifica online diagnosi e terapie e un 14,1% arriva a modificare i trattamenti senza confronto clinico, delineando un cambio strutturale nelle scelte sanitarie

Pubblicato il 2 feb 2026



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Il legame tra AI e salute emerge come uno dei fenomeni più significativi della trasformazione sanitaria italiana. Il nuovo report “Salute Artificiale”, firmato da Sociometrica e FieldCare su incarico di Fondazione Italia in Salute e Fondazione Pensiero Solido, offre una fotografia dettagliata del modo in cui gli italiani stanno ridisegnando il proprio rapporto con la cura. I dati mostrano una normalizzazione dell’uso degli strumenti digitali, con una crescita rapida dei modelli generativi e un impatto diretto sulle scelte individuali. L’indagine racconta un cittadino che consulta, verifica, confronta e talvolta decide in autonomia, dando forma a un modello inedito di partecipazione sanitaria. La relazione tra paziente e medico cambia in profondità, anche perché il digitale entra nel percorso di cura come elemento permanente e non più occasionale.

Il dato che apre il report è netto: il 94,2% degli italiani cerca online, più o meno occasionalmente, informazioni su sintomi, malattie e terapie. Il digitale diventa uno snodo centrale nella gestione della salute e ridefinisce la dinamica decisionale. Il comportamento non riguarda solo gli utenti più tecnologicamente esperti, ma attraversa tutte le fasce sociali e anagrafiche. La consultazione sporadica lascia spazio a un uso continuo, che influisce sulla percezione dell’autorevolezza medica e sugli equilibri della relazione clinica. Il ricorso crescente a strumenti di AI accelera ulteriormente questo passaggio, perché offre risposte sintetiche che molti cittadini interpretano come più chiare rispetto ai tradizionali canali informativi.

Una ricerca sanitaria diventata abitudine

L’analisi mostra come il ricorso al digitale nei percorsi di cura sia ormai stabilizzato. Più della metà della popolazione consulta il web o strumenti di AI con frequenza regolare, confermando un’abitudine radicata. Il dato evidenzia una mutazione culturale che sposta la centralità della conoscenza medica dal professionista alla piattaforma. L’utente considera le tecnologie come una protesi cognitiva a cui affidarsi nei momenti di incertezza, ma anche per semplice orientamento. La ricerca non è episodica: accompagna tutte le fasi del processo sanitario, dall’insorgere di un sintomo alla fase successiva alla visita. Il digitale entra così nella routine della cura, e diventa un interlocutore stabile.

La normalizzazione del comportamento non annulla le differenze demografiche. I giovani usano l’AI in modo intensivo, mentre gli over 54 restano più legati al motore di ricerca. Ciò non impedisce alla consultazione di diffondersi trasversalmente. La dinamica si conferma in tutte le aree del Paese, con livelli più elevati nel Mezzogiorno, dove cresce la tendenza a interrogare le piattaforme più volte. Il digitale funziona da amplificatore di autonomia, ma anche da generatore di dubbi quando i contenuti incontrano aspettative o paure. Questa complessità emerge con chiarezza nei passaggi del report dedicati alla verifica delle diagnosi mediche.

Il ruolo dominante dei motori di ricerca e la corsa dell’intelligenza artificiale

La fotografia degli strumenti utilizzati mostra due fronti in competizione. Google resta il riferimento principale, con il 73,5% degli accessi. Il motore di ricerca continua a rappresentare il primo istinto quando si avverte un sintomo. Tuttavia, gli strumenti di AI si posizionano già al secondo posto, con un 42,8% di utilizzo. È un dato sorprendente considerando la recente diffusione dei modelli generativi. La conversazione con l’algoritmo diventa una modalità preferita da una parte crescente della popolazione, attratta dalla naturalezza delle risposte.

La differenza anagrafica è particolarmente marcata. Gli utenti più giovani affidano alle applicazioni di AI la gestione delle domande più delicate, mentre gli anziani si orientano verso i siti istituzionali o i portali di salute. Le scelte non dipendono solo dalla dimestichezza tecnologica, ma dalla percezione del valore informativo. Le generazioni digitali native tendono a considerare le risposte conversazionali più chiare e immediate, mentre chi ha più anni di esperienza affida la propria fiducia alla gerarchia tradizionale delle fonti. Queste traiettorie delineano un paesaggio informativo frastagliato, che richiede un sistema di cura capace di dialogare con pubblici estremamente differenti.

Sintomi, curiosità, conferme: le nuove motivazioni della ricerca

Il report indaga anche le ragioni che spingono gli italiani a cercare informazioni mediche online. Il 41,5% consulta il digitale per interpretare sintomi e segnali di allarme. Il 29,8% lo usa per semplice curiosità o per approfondire un tema di interesse. Tuttavia, cresce il ricorso alla verifica delle diagnosi, che coinvolge il 9,5% degli intervistati. Una quota più ridotta, pari al 5,7%, utilizza gli strumenti digitali per auto-medicarsi. Quest’ultimo dato resta limitato ma assume rilievo per le implicazioni sulla sicurezza della cura.

Le motivazioni cambiano in base all’età. I giovani preparano la visita medica con maggiore sistematicità e cercano di costruire un quadro preliminare prima dell’incontro con il professionista. Gli over 54 verificano con più attenzione le diagnosi ricevute, segnalando un approccio che si concentra sulla fase successiva alla valutazione clinica. L’intreccio tra ricerca preventiva e verifica post-visita dimostra come il digitale abbia occupato tutti gli spazi della relazione con la salute. L’esperienza complessiva diventa più stratificata, mentre il cittadino acquisisce un ruolo interlocutorio sempre più marcato.

La consultazione digitale intorno alla visita medica

Un dato cruciale è rappresentato dal comportamento pre e post visita. L’85,7% degli italiani consulta fonti digitali prima o dopo l’incontro con il medico. Il digitale circonda l’atto clinico e ne condiziona la percezione. La ricerca precedente alla visita prepara il paziente, quella successiva approfondisce ciò che non è stato compreso. Il medico non è più l’unico punto di riferimento perché la tecnologia fornisce materiali che integrano, confermano o rimettono in discussione quanto ascoltato.

La presenza di questo “secondo parere digitale” impone una riflessione sulla qualità della comunicazione clinica. Le spiegazioni incomplete favoriscono la ricerca di conferme altrove. Le risposte assertive degli strumenti conversazionali aumentano l’impressione di sicurezza, anche quando non sono pienamente affidabili. Il risultato è un ecosistema informativo frammentato, che amplifica il bisogno di orientamento. La tecnologia non sostituisce il medico, ma condiziona la fiducia verso la sua parola.

La nascita del dubbio: verifiche e discrepanze

La verifica delle diagnosi rappresenta uno dei passaggi più significativi del report. Il 63,9% degli italiani ha confrontato almeno una volta online una diagnosi o una terapia ricevuta. Tuttavia, non tutte le verifiche generano contestazione. Il 37,3% non arriva a dubitare del medico, mentre il restante 62,7% sperimenta almeno saltuariamente un senso di incertezza. Il dubbio nasce quando le informazioni digitali sembrano più complete o più coerenti con le aspettative del paziente.

La ricerca online produce un effetto ambivalente. Da un lato aumenta la consapevolezza, dall’altro può generare confusione. La distanza tra contenuti digitali e spiegazioni mediche apre la strada a interpretazioni autonome, non sempre corrette. L’uso delle piattaforme come strumenti di verifica modifica la dinamica della fiducia e richiede un’evoluzione del modello comunicativo. Il medico deve interpretare il ruolo di garante di affidabilità in un contesto dove la concorrenza informativa è sempre più forte.

Quando la terapia viene modificata senza consulto

Il capitolo più delicato riguarda il modo in cui gli italiani trasformano in azione ciò che trovano online. Il 14,1% ha modificato o interrotto una terapia senza confrontarsi con il medico. Questa quota non è maggioritaria, ma rappresenta una fascia critica per l’impatto sulla sicurezza. La tendenza interessa soprattutto gli adulti nella fascia 35-54 anni, che si trovano spesso a gestire in autonomia le informazioni raccolte. I giovani mostrano comportamenti simili ma in misura ridotta. Gli over 54, invece, rappresentano la categoria più aderente alle prescrizioni, con un 93% che non modifica mai la terapia.

La dinamica riflette il modo in cui i pazienti interpretano la conoscenza digitale. Le informazioni vengono percepite come strumenti di empowerment, ma senza un adeguato filtro possono trasformarsi in scelte rischiose. Modificare i dosaggi, sospendere un farmaco o sostituirlo con alternative trovate online può produrre conseguenze gravi. Il fenomeno resta circoscritto ma richiede attenzione, perché cresce in parallelo con la diffusione degli strumenti generativi.

Una fiducia temperata che richiede alfabetizzazione

Il report si conclude con un’analisi della percezione di affidabilità. Il 60,5% degli italiani attribuisce alle informazioni online un giudizio di affidabilità media. Solo il 14,1% le ritiene molto affidabili o altamente attendibili. Il restante 25,4% manifesta scetticismo. L’atteggiamento generale è quindi prudente, ma non abbastanza critico da evitare fraintendimenti. Le risposte delle piattaforme generative, spesso convincenti nella forma, possono rafforzare giudizi non supportati da evidenze scientifiche.

La sfida riguarda la capacità di distinguere fonti qualificate da contenuti non verificati. Il cittadino conosce i rischi, ma non sempre possiede gli strumenti per valutarli. L’integrazione di AI e salute richiede politiche di alfabetizzazione digitale, e una comunicazione clinica più orientata alla trasparenza.

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