In controluce, l’operazione rimanda a un disegno industriale preciso, quello di mettere in fila una rete di data center regionali ad alta qualità capace di rispondere sia alla domanda locale sia ai flussi internazionali della connettività. Mediterra DataCenters prosegue l’espansione nel bacino mediterraneo annunciando la prossima acquisizione di Open Hub Med a Carini (Palermo), descritto come “il primo Hub carrier neutral per la gestione dei dati in Sicilia”. Non è una mossa isolata, ma un tassello coerente con un’impostazione che punta a fare dell’Italia il laboratorio iniziale di un progetto più ampio nel Sud Europa.
L’operazione, che secondo quanto comunicato dovrebbe perfezionarsi entro il primo trimestre del 2026, viene presentata come un consolidamento della posizione di Mediterra “come abilitatore infrastrutturale di riferimento per la connettività e la colocation in Europa”. E la scelta di Carini, in questo senso, è una dichiarazione d’intenti. Non si tratta soltanto di aggiungere capacità, ma di presidiare una geografia della rete che negli ultimi anni ha assunto un valore strategico crescente.
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Carini e i 2 MW, quando la posizione diventa un vantaggio competitivo
Open Hub Med opera un’infrastruttura alimentata a 2 MW a Carini, in un punto che combina prossimità alla costa e vicinanza ai principali approdi dei cavi sottomarini. È qui che la narrazione industriale si intreccia con la cartografia delle dorsali. La collocazione a meno di un chilometro dalla costa consente al data center di servire i più grandi player telco globali, trasformando il sito in un hub strategico per il traffico dati tra Europa, Africa e Asia. Mediterra si è, inoltre, assicurata la disponibilità di spazio e potenza aggiuntivi per un’importante espansione della struttura nei prossimi anni, così da rispondere alla crescente domanda dei suoi clienti.
A leggere tra le righe, la posta in gioco è doppia. Da una parte c’è la capacità di attrarre traffico internazionale e operatori che cercano punti di scambio robusti e neutrali. Dall’altra c’è la possibilità di offrire al tessuto produttivo e alla Pubblica Amministrazione del territorio un’infrastruttura di livello, evitando che la distanza fisica dai grandi poli continentali diventi distanza digitale.
La Sicilia come ponte, il racconto di Becker e il tema della latenza
Il Ceo Emmanuel Becker lega esplicitamente l’operazione a una strategia italiana ed euro-mediterranea. “L’acquisizione di Open Hub Med è una pietra miliare nella nostra strategia di sviluppo in Italia e nel Sud Europa”, commenta. Poi stringe ulteriormente l’obiettivo. “La Sicilia è la quarta regione italiana per popolazione e un ponte naturale verso i mercati emergenti. Portare nell’isola infrastrutture Premium di alta qualità significa abilitare la trasformazione digitale della Pubblica Amministrazione e delle imprese locali, garantendo al contempo una porta d’accesso privilegiata ai grandi player globali, ai quali potremo offrire una latenza ultra bassa e una resilienza senza pari”.
Qui compaiono le parole chiave che oggi orientano gli investimenti nel settore, latenza, resilienza, qualità “premium”. Non sono concetti astratti. Latenza significa capacità di supportare applicazioni real time e servizi critici che non tollerano ritardi, dal cloud ibrido alle piattaforme di contenuti fino ai servizi pubblici digitali. Resilienza significa ridondanza, continuità, sicurezza dell’operatività. E “premium” non è solo un’etichetta commerciale, è la promessa di standard elevati in termini di affidabilità, efficienza e interconnessione.
Becker rincara la lettura geopolitica della rete. “La Sicilia si sta affermando come il nuovo baricentro digitale del Mediterraneo. La sua posizione è unica: rappresenta il naturale ‘approdo digitale’ dell’Europa, il punto di incontro dove le grandi dorsali di fibra ottica sottomarine provenienti da Africa, Medio Oriente e Asia si connettono al cuore del continente. Oggi l’isola è un asset fondamentale per l’espansione degli hub regionali e per questo motivo, prevediamo importanti investimenti nell’immediato futuro volti a potenziare le infrastrutture di interconnessione e i data center locali”. L’affermazione vale come cornice e, allo stesso tempo, come promessa di continuità. L’isola viene descritta non come periferia, ma come snodo, e quindi come luogo dove la prossimità ai cavi e la neutralità della connettività diventano un vantaggio misurabile.
Da Roma a Carini, la coerenza di una piattaforma carrier neutral
Per capire la strategia serve guardare al tassello precedente, l’acquisizione del data center Cloud Europe nel Tecnopolo Tiburtino, annunciata come primo passo del piano di espansione nel Sud Europa. L’azienda ha parlato di un investimento complessivo fino a 80 milioni di euro, destinato all’espansione e all’aggiornamento tecnologico della struttura entro la fine dell’anno.
La logica è la stessa che ritorna oggi con Carini, creare nodi regionali interconnessi con una postura da abilitatore e non da operatore verticalmente integrato. Becker lo aveva spiegato così. “Grazie alla sua collocazione geografica, l’Italia rappresenta un punto nevralgico per la connettività globale e ci consentirà di sviluppare un ecosistema di connessioni in grado di erogare servizi a elevato valore aggiunto verso altri Paesi, come quelli dell’Est Europa e dell’Africa”. E ancora. “Roma è un hub strategico e ci consentirà di migliorare l’erogazione di servizi critici, che richiedono bassa latenza ed elevata disponibilità. Tutto fa parte di un piano più ampio, con investimenti per centinaia di milioni di euro che hanno tra gli obiettivi l’efficientamento del settore, caratterizzato da numerosi Ced aziendali distribuiti sul territorio italiano, promuovendone il consolidamento in ecosistemi di Data Center locali più sicuri e resilienti con una considerevole diversificazione del rischio energetico”.
Il filo conduttore, quindi, non è soltanto crescere in metri quadri o megawatt, ma spingere un modello di consolidamento. Meno frammentazione, più standard, più interconnessione. Il riferimento ai “numerosi Ced aziendali” dice molto della platea a cui si guarda. Non solo hyperscaler e telco, ma anche aziende e PA che devono modernizzare infrastrutture spesso distribuite e disomogenee, cercando al tempo stesso affidabilità e prevedibilità dei costi operativi.
“Iceberg”, il Tier IV e l’idea di data center come riqualificazione urbana
Cloud Europe, ribattezzato “Iceberg” per la sua particolare architettura, viene raccontato come caso esemplare di riqualificazione. La struttura nasce dalla riconversione di un caveau bancario e si estende su oltre 50.000 metri quadrati, con tre livelli sotterranei dedicati ai servizi core. È un dettaglio che pesa perché suggerisce un approccio pragmatico. Riutilizzare e riconvertire può diventare parte della strategia, soprattutto quando il tema della sostenibilità si intreccia con quello della disponibilità di spazi idonei e con i tempi di realizzazione.
Dal punto di vista tecnico e di posizionamento, Cloud Europe viene definito il primo data center Tier IV dell’Italia centro-meridionale, progettato per garantire il massimo livello di disponibilità del servizio. Non è solo un bollino, è una dichiarazione di affidabilità verso clienti che cercano continuità operativa e ridondanza.
C’è poi il capitolo sostenibilità. L’intero complesso è alimentato da fonti di energia rinnovabile e utilizza sistemi di raffreddamento a circuito chiuso, basati sull’utilizzo di aria o fluidi, senza consumo di acqua né di suolo. In un settore sotto osservazione per impatti energetici, idrici e ambientali, la capacità di dimostrare efficienza diventa componente competitiva oltre che requisito di conformità e reputazione.
Interconnessione e neutralità, la colocation come snodo di mercato
Un altro elemento che lega Roma e Carini è il profilo carrier neutral. Cloud Europe è indicato come il primo data center multitenant carrier neutral della Capitale, non legato a un singolo operatore di telecomunicazioni e pensato per favorire l’interscambio di traffico tra diversi carrier nazionali e internazionali. La presenza di più Internet Exchange, quattro ingressi separati (Olo) per i carrier e due Meet-me Room viene citata come base per connessioni a latenza minima e massima efficienza operativa.
È la stessa grammatica che torna nel caso siciliano. Un hub che vive di interconnessioni attrae operatori e clienti perché non “appartiene” a un solo soggetto telco e perché consente di costruire architetture più robuste. In altre parole, la colocation non è più soltanto “spazio e corrente”. Diventa piattaforma di ecosistema, un luogo dove la densità di connessioni riduce attriti e tempi di latenza, e dove la neutralità aumenta le opzioni per ridondanza e continuità.
Qui si innesta anche il messaggio sull’indotto. L’integrazione con Open Hub Med, che darà vita a un importante indotto sul territorio, viene presentata come ulteriore beneficio della mossa. È un passaggio che parla al contesto locale ma anche alla politica industriale. Un hub di interconnessione può generare attrazione di servizi, competenze, imprese dell’IT, operatori di rete, fornitori di sicurezza e continuità operativa. L’infrastruttura digitale come volano, non come monolite isolato.
Investimenti, pipeline e consolidamento, la dimensione finanziaria della scommessa
Il racconto degli investimenti aiuta a misurare l’ambizione. Oltre agli 80 milioni destinati al sito romano, viene indicato un piano con ulteriori investimenti per oltre 100 milioni di euro nel centro-nord Italia. A questi si aggiunge una pipeline complessiva che, nei prossimi 24 mesi, supererà i 150 milioni di euro, con sviluppi significativi anche nel Sud Italia.
In questa cornice, l’acquisizione di Carini diventa più comprensibile. Non è un singolo asset, ma un nodo che completa la logica di piattaforma. La missione, nelle parole di Becker, è esplicita. “La nostra missione è sviluppare la più completa piattaforma di premium data centers in tutto il territorio italiano, creando valore non solo per il sistema Paese ma anche per l’ecosistema del Sud Europa, a cui guardiamo come obiettivo d’insieme”.
Qui emergono due livelli di lettura. Il primo è industriale e riguarda il tentativo di consolidare un mercato frammentato spingendo verso data center regionali più sicuri, resilienti e interconnessi. Il secondo è geografico e riguarda l’uso dell’Italia come snodo per servire flussi e mercati che guardano a Est Europa e Africa, e più in generale al corridoio che attraversa il Mediterraneo allargato. È una visione che trasforma la posizione italiana da vantaggio potenziale a leva di piattaforma, soprattutto quando l’interconnessione diventa il vero fattore distintivo.
Il ruolo di Peif III e Dws, capitale infrastrutturale e orizzonte di lungo periodo
Alle spalle di Mediterra c’è Peif III (Pan-European Infrastructure III), fondo gestito da Dws Infrastructure. La presenza di un investitore infrastrutturale non è un dettaglio. Nel mondo dei data center, la capacità di sostenere capex importanti e cicli di ritorno di lungo periodo è decisiva quanto le scelte tecnologiche.
Aparna Narain, Partner di Dws Group Infrastructure Investments, inquadra l’investimento in modo diretto. “Siamo stati tra i primi investitori infrastrutturali a credere nel potenziale trasformativo del settore dei data center enterprise colocation in Europa”, aggiungendo poi. “Il nostro impegno con Mediterra DataCenters si inserisce in una strategia di investimento infrastrutturale mirata a sostenere la crescita di un settore che funge da catalizzatore per l’intero sistema economico”.
Anche qui, il lessico conta. “Catalizzatore” significa che il data center non è più considerato un’infrastruttura di back office. È un nodo abilitante per cloud, servizi pubblici digitali e competitività industriale. Il riferimento all’esperienza nel settore data center, grazie alla fondazione di NorthC nei Paesi Bassi, completa la cornice. C’è un know-how di colocation regionale che viene traslato e adattato al contesto italiano e sud-europeo, con l’obiettivo di creare massa critica e standard omogenei.
Verso il 2026, cosa può cambiare nel mercato italiano e nel Sud Europa
Con il closing atteso entro il primo trimestre del 2026, l’acquisizione di Open Hub Med rischia di essere letta solo come notizia di M&A. In realtà, ha il potenziale per diventare segnale di un riassetto. Più competizione sulla qualità dell’interconnessione, più attenzione alla prossimità ai cavi sottomarini, più pressione sul consolidamento dei Ced e sul passaggio verso hub regionali.
Se Roma rappresenta il tassello metropolitano e istituzionale, Carini è il tassello di frontiera dove la rete globale tocca terra e si riorganizza verso il continente. In mezzo ci sono le esigenze del Paese. Modernizzare infrastrutture, ridurre frammentazione, diversificare il rischio energetico come indicato nel piano, e rispondere a una domanda che cresce in volume e complessità. È qui che la promessa di “ultra bassa latenza” e “resilienza” smette di essere slogan e diventa criterio di scelta. Chi compra servizi digitali, pubblici o privati, chiede continuità, sicurezza e tempi di risposta sempre più stretti.
Il punto, in definitiva, è che la geografia torna a contare. Non solo la geografia fisica, ma quella delle dorsali digitali e dei nodi di scambio. E proprio per questo la partita si gioca su standard, neutralità, resilienza e capacità di investimento. Se Mediterra riuscirà a trasformare questa doppia direttrice, Roma e Carini, in una rete di hub coerenti, l’Italia potrebbe davvero ritagliarsi un ruolo più centrale nella catena del valore del traffico dati tra Europa, Africa e Asia.








