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Data center, ok unanime della Camera alla legge delega: iter unico nazionale e priorità alle aree dismesse



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Norme attuative entro sei mesi, regole certe per attrarre capitali, rete elettrica da potenziare e soluzioni per ridurre l’uso di acqua nel raffreddamento. Soddisfazione bipartisan della politica

Pubblicato il 24 feb 2026



Data center, ok unanime della Camera alla legge delega: iter unico nazionale e priorità alle aree dismesse

L’Aula della Camera ha approvato all’unanimità — 243 voti favorevoli, nessun contrario e sei astenuti — la proposta di legge, in un testo unificato, “Delega al Governo per la disciplina, la realizzazione e lo sviluppo dei centri di elaborazione dati”. Il provvedimento passa ora all’esame del Senato, dopo un iter parlamentare che ha visto un doppio passaggio in commissione Trasporti e una serie di modifiche condivise tra maggioranza e opposizioni.

Con il via linbera della Camera inizia, in qualge modo, a delinearsi la strategia italiana per cui il tema dei centri di elaborazione dati esce definitivamente dalla nicchia “solo tecnica” e viene trattato come parte della politica industriale e digitale del Paese. Non a caso, l’approvazione arriva in un momento in cui la competizione europea sulle infrastrutture digitali si gioca su tre leve: capacità computazionale, disponibilità energetica e tempi autorizzativi.

Cosa prevede la legge delega: quattro articoli e decreti entro sei mesi

Il testo, composto da quattro articoli, delega il Governo ad adottare entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della legge uno o più decreti legislativi per disciplinare i centri di elaborazione dati e coordinare le procedure per la loro realizzazione e organizzazione. L’obiettivo è dare al settore un quadro normativo generale, riducendo le incertezze che, fino ad oggi, hanno spinto operatori e investimenti a guardare altrove.

Nella nuova disciplina viene posta attenzione, in un’ottica di crescita del settore e di attrattività degli investimenti, alle semplificazioni amministrative e ai nodi del consumo di suolo e del fabbisogno energetico. Si tratta di un passaggio decisivo, perché è proprio sul bilanciamento tra velocità autorizzativa e sostenibilità che si misura la maturità di un ecosistema: procedure più snelle, sì, ma con vincoli, criteri e responsabilità chiari.

Gli obiettivi industriali: produttività digitale e approvvigionamento sostenibile

La finalità generale del provvedimento, si legge nella documentazione del centro studi della Camera, è quella di sostenere la crescita del sistema produttivo digitale e lo sviluppo tecnologico del Paese attraverso, tra l’altro, la definizione di una normativa generale per organizzazione, realizzazione, sviluppo, progettazione e approvvigionamento energetico sostenibile, circolare e costante dei centri di elaborazione dati.

In altre parole: non solo “permessi più veloci”, ma un tentativo di tenere insieme la dimensione industriale — capacità computazionale e filiere — con quella infrastrutturale — rete elettrica, pianificazione territoriale, integrazione di soluzioni per l’efficienza. È un punto che interessa in modo particolare gli enti locali, chiamati spesso a gestire decisioni complesse (tra consenso, impatti ambientali, lavoro e urbanistica) senza un perimetro nazionale abbastanza definito.

Dai codici Ateco agli iter unici: la risposta al vuoto normativo

Tra i criteri di delega assegnati all’Esecutivo figura la definizione di un codice Ateco dedicato all’attività di costruzione, ampliamento o gestione dei centri di elaborazione dati; e soprattutto la previsione, su tutto il territorio nazionale, di procedimenti amministrativi semplificati e unici, con percorsi di valutazione e approvazione dei progetti — sia per nuovi insediamenti sia per ristrutturazioni e ampliamenti — celeri e con tempistiche certe.

È qui che il testo prova a sciogliere uno dei nodi più contestati dagli operatori ovvero la frammentazione decisionale. Nel vuoto normativo, infatti, si sono mossi “in ordine sparso” livelli diversi di governo (Regioni, ministeri, apparati tecnici), con esiti non sempre omogenei. Il risultato, spesso, è stato un mix di incertezza e tempi lunghi, difficile da conciliare con investimenti che per loro natura hanno orizzonti pluriennali e necessitano di programmazione stabile.

Efficienza e territorio: teleriscaldamento, raffreddamento e siti da recuperare

La delega non si limita a fissare cornici procedurali. Vengono prescritte, oltre al potenziamento della rete elettrica nazionale, “soluzioni energetiche pulite con la sperimentazione di sistemi di teleriscaldamento e di raffreddamento, per la riduzione del consumo d’acqua del comparto”, insieme alla “priorità ai progetti relativi alle aree industriali dismesse o in dismissione o a progetti di riutilizzo e riqualificazione dei siti di produzione energetica dismessi o in dismissione”.

In questo senso, da un lato, si riconosce che la sostenibilità di queste infrastrutture passa anche da tecnologie e modelli di recupero del calore e di efficientamento dei sistemi di raffreddamento, sempre più centrali nel dibattito europeo. Dall’altro, si indica una preferenza di pianificazione: riusare e rigenerare aree già compromesse o in fase di dismissione, riducendo la pressione su nuovo suolo e favorendo progetti di riqualificazione che possano avere ricadute territoriali.

I commenti politici: “potere computazionale nazionale” e competizione europea

Incassato il via libera della Camera, i commenti èolitici non si sono fatti attendere. Con toni diversi ma convergenti nel collocare i centri di elaborazione dati dentro la cornice della sovranità e della competitività.

Giulia Pastorella, deputata e vice presidente di Azione e prima firmataria del testo, ha rivendicato il carattere trasversale dell’approvazione: “Annuncio con gioia e orgoglio il voto favorevole di Azione a questo provvedimento, condiviso da maggioranza e opposizione, che dimostra una visione lungimirante del Parlamento sul tema strategico del potere computazionale nazionale e dei data center”.

Pastorella ha poi collegato direttamente l’infrastruttura alla traiettoria dell’innovazione, includendo Intelligenza artificiale e attrazione di capitali: “Sappiamo che i data center – ha proseguito Pastorella – sono determinanti per innovazione e Intelligenza artificiale. In Italia tra il 2023 e il 2025 sono stati investiti 7 miliardi di euro, ma è solo il 68% di quanto previsto. Abbiamo perso il 32% degli investimenti anche per il ritardo della normativa che stiamo approvando oggi. Normare questo settore non vuol dire ascoltare le big tech, ma soprattutto i comuni sul territorio. Nel vuoto normativo si sono mossi in ordine sparso alcune Regioni, il Mimit e il MaseE, mentre l’incertezza ha portato altrove molti operatori. Ora invece abbiamo una legge completa: tiene conto dei grandi data center e degli edge, delle specificità del Paese come siti dismessi da riqualificare e cavi sottomarini, introduce iter autorizzativi unici, aiuta gli enti locali, chiede di rinforzare la rete elettrica e le competenze per il settore. È una legge che guarda anche al futuro. I prossimi passi sono inserire l’energia nucleare come soluzione energetica, perché il connubio nucleare e data center è una combinazione vincente per energia stabile e pulita”.

Dal fronte di Fratelli d’Italia, Enzo Amich — deputato in commissione Trasporti alla Camera — ha insistito sul tema della sovranità economica e della sicurezza nazionale, legando la delega alle linee di indirizzo dell’esecutivo. Oggi “affermiamo un principio chiaro: i Data center non sono un tema riservato agli operatori del settore tecnologico, ma un’infrastruttura strategica per la sovranità economica, la sicurezza nazionale e la competitivita’ dell’Italia. Con l’approvazione unanime da parte della Camera della proposta di legge di delega sui Data center, compiamo una scelta di politica industriale che rafforza il ruolo del Paese in Europa e attua le linee guida che il governo di Giorgia Meloni ha tracciato in tutti questi anni. Definire con chiarezza i centri di elaborazione dati significa colmare una lacuna legislativa e garantire regole certe, tempi prevedibili e maggiore attrattività per chi desidera investire nel nostro paese nell’economia dei dati. Ringrazio il Centro studi, gli uffici tecnici della nona commissione, il presidente Deidda, i colleghi di maggioranza e opposizione e i ministeri competenti per il lavoro condiviso”.

Anche il Partito Democratico ha sottolineato il valore dell’impostazione parlamentare e la necessità di evitare insediamenti isolati e privi di ricadute locali. Andrea Casu, vicepresidente della commissione Trasporti della Camera, ha dichiarato: “Oggi, seppure con molto ritardo, la Camera definisce un importante punto di partenza condiviso per lo sviluppo dei centri di elaborazione dati. Come Pd ci siamo battuti per uno sviluppo diffuso dei data center sul nostro territorio che coinvolga sia le esperienze positive già avviate sia nuove strutture definite con qualità degli spazi per valorizzare aree dismesse”. E ha aggiunto un monito politico-industriale: “È giusto – aggiunge – che la regolamentazione parta dal Parlamento con una legge delega e non per decreto, perché è in gioco una questione politica, globale e nazionale: i data center non devono diventare cattedrali nel deserto gestite da remoto, ma fucine di innovazione per favorire lo sviluppo economico, sociale, ambientale e democratico. Ci batteremo affinché l’Italia difenda sempre l’interesse nazionale e i data center non diventino i porti franchi delle nuove ‘Compagnie delle Indie'”.

Ora il nodo è l’attuazione: tempi certi e capacità amministrativa

Al di là delle dichiarazioni, la partita vera si sposta su due piani. Il primo è la qualità dei decreti legislativi: dovranno trasformare la delega in regole operative, coerenti con le normative ambientali e con la pianificazione energetica, ma soprattutto capaci di produrre quell’effetto “certezza” evocato da più parti. Il secondo è la capacità amministrativa: procedure uniche e semplificate funzionano solo se gli uffici coinvolti hanno competenze, risorse e strumenti per gestire valutazioni tecniche complesse senza trasformare la semplificazione in un collo di bottiglia diverso.

In questo senso, l’attenzione agli enti locali non è un dettaglio: i territori saranno ancora il luogo in cui si misurerà la compatibilità concreta dei progetti, tra infrastrutture esistenti, disponibilità energetica, connessioni e impatti. E se la norma riuscirà davvero a favorire recupero di aree industriali e riuso di siti dismessi, il provvedimento potrebbe diventare un tassello di rigenerazione urbana e industriale oltre che digitale.

Una scelta di politica industriale nel cuore della trasformazione digitale

L’approvazione unanime consegna al Paese un messaggio di stabilità su un tema che, per dimensione degli investimenti e rilevanza strategica, non può permettersi oscillazioni continue. Mettere ordine significa anche evitare che la corsa al calcolo e all’IA produca squilibri: concentrazioni territoriali, pressione eccessiva su reti e risorse, progetti scollegati dall’ecosistema produttivo.

Il testo approvato indica una direzione: uniformare il quadro nazionale, accelerare gli iter, spingere su soluzioni più efficienti e su una localizzazione che privilegi il recupero. Adesso la palla passa a Palazzo Madama; e, subito dopo, ai decreti attuativi, dove la promessa di “tempi prevedibili” e “regole certe” dovrà tradursi in norme applicabili, misurabili e, soprattutto, credibili per chi investe e per chi governa i territori.

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