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Cavi sottomarini, ecco come la guerra Iran-Usa mette a rischio l’infrastruttura globale



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L’escalation nel Golfo riapre il dibattito sulla fragilità strutturale delle dorsali internazionali e accelera la necessità di nuovi modelli di resilienza che integrano scelte energetiche, geografia dei data center e strategie industriali

Pubblicato il 6 mar 2026



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La sicurezza dei cavi sottomarini torna al centro dell’attenzione internazionale dopo l’improvvisaescalation tra Iran, Stati Uniti e Israele. Il conflitto, innescato dagli attacchi del 28 febbraio, ha chiuso simultaneamente due dei corridoi marittimi più cruciali per la connettività globale. La situazione rappresenta un caso senza precedenti, perché il traffico tra Europa, Asia e Africa dipende in larga misura proprio da queste rotte. La tensione geopolitica si intreccia con il futuro dei data center nel Golfo, come ricorda il subsea sector report di Capacity: “Non si costruisce un cavo sottomarino solo per costruirlo. Si costruisce perché c’è la domanda, ci sono i data center, ci sono le persone”.

La guerra rimette in discussione quella domanda e quel modello. Gli investimenti miliardari dei grandi operatori cloud negli Emirati e in Arabia Saudita si fondano da anni su stabilità politica, abbondanza energetica e posizionamento geografico. Oggi questi fattori mostrano un nuovo livello di fragilità.

Due colli di bottiglia chiusi e un rischio senza precedenti

Il Mar Rosso e lo Stretto di Hormuz rappresentano due punti di passaggio obbligati per i cavi sottomarini. Nel primo transitano 17 sistemi che trasportano la maggior parte del traffico tra Europa e Asia; nel secondo convergono le dorsali che collegano Iran, Iraq, Kuwait, Bahrein e Qatar. Entrambi i passaggi sono ora considerati non sicuri. Nel Mar Rosso pesano i nuovi attacchi degli Houthi, mentre nello Stretto di Hormuz i Guardiani della Rivoluzione hanno imposto la chiusura il 3 marzo, minacciando di “incendiare qualsiasi nave” tentasse di attraversarlo.

Il blocco simultaneo delle due aree rende impossibile anche il lavoro delle navi specializzate nella manutenzione. Ogni danneggiamento ai cavi sottomarini rischia di diventare irreparabile per settimane o mesi. Il precedente del settembre 2025, quando un incidente non collegato a operazioni militari aveva aumentato la latenza dei servizi Azure, aveva già mostrato quanto limitata sia la capacità della rete di assorbire shock non programmati. L’attuale scenario va molto oltre.

L’attacco al data center Aws e il cambio di percezione del rischio

La situazione diventa ancora più critica dopo il bombardamento che ha colpito un data center Aws negli Emirati Arabi Uniti, provocando un incendio e l’interruzione di alcuni servizi. La società ha registrato disservizi in più availability zone, mentre anche la regione del Bahrein ha sperimentato problemi. L’episodio non ha solo effetti operativi. Mostra che infrastrutture considerate sicure fino a poche settimane fa entrano ora nel raggio di azione del conflitto.

Gli Emirati e l’Arabia Saudita sono diventati nodi centrali per l’intelligenza artificiale, perché ospitano maxi-campus, incentivi per gli hyperscaler e accordi strategici con i grandi player del cloud. La vulnerabilità dei cavi sottomarini amplifica la delicatezza dell’intero ecosistema. Alcuni progetti di nuova generazione negli Emirati risultano ora in fase di revisione, segnale che gli investitori stanno ricalcolando la percezione del rischio.

Il ruolo dell’energia e l’impatto sul modello dei data center

La pressione sui mercati dell’energia aggiunge un ulteriore livello di complessità. Il Brent è salito oltre gli 80 dollari al barile, e gli analisti di Neuberger Berman avvertono che una chiusura prolungata dello Stretto di Hormuz potrebbe spingere i prezzi oltre quota cento. I data center europei, già alle prese con costi energetici in aumento, potrebbero risentire pesantemente di queste dinamiche. Anche il prezzo del gas in Europa è quasi raddoppiato nel giro di due giorni, una variabile che pesa in modo particolare su mercati come Francoforte, Amsterdam o Londra.

Gli hyperscaler costruiscono nuovi poli elaborativi valutando soprattutto la stabilità dei costi energetici. Una crisi che coinvolge i corridoi dei cavi sottomarini altera però anche la geografia dell’energia, modificando i presupposti con cui gli operatori hanno pianificato la crescita nel Golfo.

La dimensione cyber e la fragilità dei sistemi globali

La guerra si muove anche sul piano digitale. CloudSek, in un nuovo rapporto, segnala un aumento del rischio di attacchi Apt, DDoS e compromissioni nella supply chain contro imprese con legami economici con la regione. La maggior parte dei grandi operatori cloud rientra in questa categoria. Il passaggio dalla “grey-zone” descritta da Maxie Reynolds per gli episodi nel Baltico nel 2024 a una fase di confronto aperto cambia radicalmente lo scenario. Le dorsali digitali non risultano più minacciate da attori ibridi, ma da operazioni militari, possibili sabotaggi e incidenti collaterali.

La vulnerabilità dei cavi sottomarini rivela così una dipendenza strutturale da aree geopoliticamente instabili. La rete si basa su una logica di ridondanza limitata e percorsi concentrati. I corridoi globali sono solo quattro e due risultano ora compromessi.

Strategie di mitigazione e l’urgenza di nuove dorsali

Le alternative esistono ma mostrano limiti evidenti. La rotta attorno al Capo di Buona Speranza permette di mantenere la continuità del traffico, ma aumenta latenza e tempi di transito. I sistemi non cambiano posizione fisica, rimangono esposti ai rischi della regione e richiedono manutenzione complessa. Il settore discute da tempo la necessità di creare percorsi terrestri e di diversificare i punti di approdo. L’attuale crisi accelera questo dibattito. La domanda non riguarda più se serve diversificare, ma quando e come farlo.

Le dorsali terrestri potrebbero diventare parte integrante della risposta, anche se richiedono investimenti significativi e accordi politici complessi. Gli operatori valutano anche nuove rotte più lunghe, ma più sicure, e un maggiore coordinamento tra governi e imprese. Gli incidenti nel Baltico avevano già mostrato la vulnerabilità delle infrastrutture critiche. La crisi nei corridoi dei cavi sottomarini del Golfo rende evidente che la resilienza non può essere affidata solo alle soluzioni tecniche.

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