l’intervista

Space economy, Astolfi: “In Italia competenze alte, ma manca il salto al mercato”



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Il settore apre spazi concreti per energia, infrastrutture e manifattura, ma per la Global Exhibition Director Green & Technology Division di Italian Exhibition Group il passaggio decisivo resta uno: collegare innovazione, imprese e capitali per trasformare il potenziale in mercato

Pubblicato il 20 mar 2026



Space Economy, Italia, Europa

Dalla gestione delle reti energetiche al monitoraggio delle colture, fino alla logistica e alla manifattura avanzata, la space economy sta iniziando a misurarsi con applicazioni industriali sempre più concrete. Ma perché questa trasformazione produca davvero scala, servono connessioni più forti tra ricerca, imprese e investitori. Su questo terreno si gioca una partita decisiva anche per l’Italia. Ne parliamo con Alessandra Astolfi, Global Exhibition Director Green & Technology Division di Italian Exhibition Group.

Astolfi, la space economy sta uscendo dalla dimensione specialistica per entrare nelle strategie industriali di settori come energia, logistica, agrifood e manifattura: a che punto è, secondo lei, questa trasformazione e quanto il sistema produttivo italiano è pronto a coglierla davvero?

La trasformazione è in corso, ma non è ancora uniforme. Ci sono filiere dove l’adozione di tecnologie spaziali ha già superato la fase sperimentale: nell’agroalimentare il monitoraggio satellitare del suolo e delle colture è operativo in diverse realtà, nella logistica i dati di posizionamento e tracking sono infrastruttura consolidata. In altri settori, come la manifattura avanzata o la gestione delle infrastrutture energetiche, siamo ancora in una fase in cui le applicazioni esistono ma la diffusione è limitata. Il sistema produttivo italiano ha le competenze per cogliere questa transizione ma, durante le nostre analisi di mercato, ci siamo resi conto di quanto il tessuto delle PMI specializzate sia poco valorizzato a livello internazionale a fronte di un settore, quello dell’industria aerospaziale nazionale, che vale oltre un miliardo di euro.

Qual è la causa di questa situazione?

Il problema non è la capacità tecnica, ma l’assenza di una visione strategica che colmi la distanza tra chi sviluppa soluzioni basate sullo spazio e chi potrebbe usarle. Questa distanza è ancora molto ampia e si paga in opportunità mancate da entrambe le parti.

Oggi, l’uso dei dati satellitari nella transizione energetica apre applicazioni sempre più concrete, dal monitoraggio delle infrastrutture alla gestione degli impianti rinnovabili: dove si stanno creando oggi le opportunità di business più solide e quali filiere possono beneficiarne di più?

Le opportunità più concrete, oggi, riguardano il monitoraggio e la gestione delle infrastrutture. Per un operatore energetico che gestisce reti distribuite su territori vasti, la capacità di rilevare anomalie, variazioni strutturali o dispersioni tramite osservazione satellitare riduce i costi di ispezione e abbassa il profilo di rischio operativo in modo quantificabile. Non parliamo di innovazione di frontiera, ma di efficienza industriale applicata con strumenti che vengono dallo spazio.

Sul fronte delle rinnovabili, i dati satellitari migliorano la pianificazione degli impianti, le simulazioni di produzione e la gestione post-installazione. Un campo fotovoltaico può essere monitorato in tempo reale senza presidio fisico: per un operatore con decine di impianti distribuiti è una differenza economica rilevante.

Quali sono le filiere che ne possono maggiormente beneficiare?

Le filiere che hanno più da guadagnare sono quelle con infrastrutture distribuite o con esposizione significativa al rischio ambientale: energia, trasporti, logistica, gestione idrica, agroalimentare. Sono settori con problemi operativi concreti e con la capacità di sostenere investimenti, se il valore è dimostrabile. Il punto critico è proprio questo: far sì che si incontrino chi ha potenzialmente quella soluzione tecnologica e chi ne beneficerebbe.

Quando si parla di spazio applicato all’economia reale, il tema non è solo innovazione ma trasferimento tecnologico, investimenti e capacità di fare sistema: qual è oggi il principale ostacolo per trasformare ricerca e competenze in progetti industriali scalabili?

L’ostacolo principale non è tecnologico, e non è nemmeno finanziario in senso strutturale. È un problema di linguaggio e di prossimità. Il mondo dello spazio e quello dell’industria terrestre si muovono in ambienti separati, con logiche di sviluppo tempi e interlocutori diversi. Un’azienda manifatturiera non sa dove cercare soluzioni che nascono da contesti spaziali. Un’azienda spaziale spesso non ha gli strumenti per tradurre le proprie competenze in un’offerta industriale comprensibile a un buyer che non conosce il settore. Il trasferimento tecnologico si blocca qui, prima ancora che a livello di regolazione o di accesso al credito. Università e centri di ricerca in Italia producono competenze di alto livello, ma il passaggio dalla ricerca al progetto scalabile richiede ambienti di incontro strutturati, meccanismi di validazione, accesso a reti di potenziali partner e investitori. Questi ambienti oggi sono insufficienti e la frammentazione dell’ecosistema costa cara in termini di velocità di sviluppo. Questo asset è talmente importante per lo sviluppo futuro che una delle logiche su cui è stata progettata BEX è proprio quella di riuscire a mettere in connessione questi due mondi, facendoli sedere agli stessi tavoli, sviluppando progetti di partnership e affiancandoli a venture capital.

BEX nasce con l’ambizione di posizionare l’Italia come hub europeo del confronto tra spazio, industria e innovazione: quale domanda di mercato intercetta questa manifestazione e quale valore aggiunto può offrire a imprese, investitori e stakeholder internazionali?

Gli eventi del settore spaziale, nella quasi totalità, sono progettati per la comunità spaziale. Sono utili per chi lavora nello spazio, ma non risolvono il problema della distanza con i settori industriali terrestri. BEX ha un formato diverso: il 60% dei partecipanti viene dall’industria spaziale, il 40% da industrie terrestri che cercano o possono offrire soluzioni. Questa è una scelta strategica che risponde a una domanda precisa: creare le condizioni perché due mondi che raramente si incontrano trovino un luogo dove farlo mettendo a fattor comune soluzioni, tecnologie e knowhow.

Che valore per le imprese?

Per le imprese, il valore è l’accesso diretto a una controparte che normalmente non si incontra nei propri circuiti. Per gli investitori, tre giorni a Rimini offrono una visione concentrata di dove si genera valore nell’intersezione tra spazio e industria, senza dover navigare un panorama frammentato. Per gli stakeholder internazionali, l’Italia ha un posizionamento che pochi paesi europei possono replicare: una filiera spaziale integrata, dall’upstream istituzionale alle applicazioni downstream, con competenze industriali che vanno dalla propulsione alla manifattura di precisione. BEX è il momento in cui questo ecosistema diventa visibile e accessibile.

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