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Private equity, corsa alle Telco: insieme a Media e IT è il primo target per il 58% degli investitori



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Il report Bain 2026 segnala il ritorno del dealmaking vicino ai massimi del 2021 e conferma la centralità della trasformazione digitale nelle strategie del private equity. In Italia il mercato accelera con un aumento del 25% nel numero dei deal, trainato soprattutto da Tech, healthcare, energia e infrastrutture

Pubblicato il 30 mar 2026



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Punti chiave

  • TMT e leadership settoriale: il settore Technology & Telecommunications è il target principale per il 58% degli investitori italiani; il report di Bain & Company segnala buyout ed exit vicini ai record, trainati da megadeal concentrati.
  • Rischi e liquidità: il fundraising dei buyout è calato e la liquidità resta compressa (distribuzioni in percentuale del NAV sotto il 15%), allungando i periodi di detenzione e complicando la creazione di valore.
  • Italia e strategie vincenti: ripresa selettiva verso Tech, Healthcare ed Energy con focus su modelli asset light; la digitalizzazione e trasformazioni operative sono centrali per differenziare i fondi e generare ritorni.
Riassunto generato con AI

TMT in vetta ai finanziamenti in Private Equity: il settore Technology & Telecommunications rappresenta il principale target per il 58% degli investitori italiani, in linea con i trend globali. È questo uno dei segnali più rilevanti che emergono dal diciassettesimo Global Private Equity Report 2026 di Bain & Company, che fotografa un comparto tornato a muoversi con decisione dopo il rimbalzo del dealmaking registrato nel 2024. Lo scorso anno, infatti, ha segnato un punto di svolta per il Private Equity, mettendo a segno a livello globale il secondo valore più alto di buyout ed exit mai rilevato.

Buyout ed exit tornano vicino ai record del 2021

Il valore delle operazioni si è avvicinato ai livelli record del 2021, con il valore globale dei deal di buyout, esclusi gli add-on, cresciuto del 44% su base annua fino a 904 miliardi di dollari. A sostenere questa dinamica sono stati soprattutto i mega-deal statunitensi sopra i 10 miliardi di dollari, capaci di riportare slancio in un mercato che, fino a pochi mesi fa, sembrava ancora frenato da tassi elevati, incertezze macroeconomiche e difficoltà di raccolta.

Anche sul fronte delle exit il recupero è stato netto. Il peso globale delle operazioni sostenute da fondi di buyout è cresciuto del 47% su base annua, raggiungendo i 717 miliardi di dollari. Ma dietro il ritorno della fiducia si nasconde un dato che invita alla prudenza: la ripresa è stata fortemente concentrata, tanto che solo 13 megadeal superiori ai 10 miliardi di dollari hanno rappresentato il 30% del totale globale.

Iardella: “Il settore è maturo e si trova ad affrontare un punto di svolta critico”

Il quadro, insomma, è più articolato di quanto i numeri aggregati possano suggerire. Bain legge questa fase come un ritorno dell’attività, ma non come un ritorno alla normalità del passato.

“Nonostante i segnali di rinnovato dinamismo nel corso dell’ultimo anno, una ripresa dell’attività sostenuta da alcune delle operazioni di buyout più rilevanti mai registrate, e il forte aumento del valore delle exit”, spiega Sergio Iardella, Senior Partner e responsabile italiano Private Equity di Bain & Company, “il settore è maturo e si trova ad affrontare un punto di svolta critico. I fondi devono competere in modo sempre più intenso per attrarre capitali e rispondere ad aspettative di performance sempre elevate da parte degli investitori, in un contesto ancora segnato da pressioni strutturali, da persistenti incertezze macroeconomiche ma anche da fattori esogeni profondamente diversi dai decenni precedenti e che rendono la generazione dei ritorni attesi molto più difficile”.

Fundraising e liquidità, i nodi ancora irrisolti

A pesare sul settore resta innanzitutto il fundraising. Nel 2025 la raccolta complessiva di private capital ha raggiunto i 1.300 miliardi di dollari, ma quella dei fondi buyout è diminuita del 16%, scontando sia il minor numero di fondi chiusi sia la quasi scomparsa di nuovi veicoli sopra i 5 miliardi di dollari.

Il punto centrale, secondo il report, è la liquidità. Le distribuzioni agli LP (Limited partners) in percentuale del NAV (net asset value) sono rimaste sotto il 15% per quattro anni consecutivi, un minimo storico per l’industria che continua a comprimere la capacità dei Limited Partner di assumere nuovi impegni. In parallelo, il mercato globale conta oggi circa 32.000 società in portafoglio, per un valore stimato di 3.800 miliardi di dollari. Nei fondi di buyout il periodo medio di detenzione prima dell’uscita è salito a circa sette anni, contro i cinque-sei anni registrati tra il 2010 e il 2021.

Iardella: «L’età dell’abbondanza è finita»

Se c’è un elemento che emerge con forza dal report, è che la creazione di valore è diventata più difficile in modo strutturale. Nel 2010, in uno scenario di prezzi d’ingresso più contenuti, ampia disponibilità di leva finanziaria ed espansione dei multipli in fase di exit, un investimento tipico di Private Equity richiedeva una crescita annua dell’EBITDA di circa il 5% per generare un MOIC (Multiple on Invested Capital) di 2,5x in cinque anni. Nel 2025, invece, la soglia minima necessaria per ottenere ritorni soddisfacenti è salita al 12%, più che raddoppiando.

“L’età dell’abbondanza è finita”, prosegue Iardella. “I tassi sono più elevati, l’espansione dei multipli è più contenuta o assente e la competizione per gli asset di qualità è aumentata. La maggior parte dei fondi dovrà rafforzare in modo sostanziale la propria capacità di creazione di valore, anche perché gli LP stanno concentrando sempre più le risorse sulle piattaforme più grandi e sugli operatori in grado di generare alpha nel primo quartile con formule ripetibili. Avrà successo chi saprà costruire un vantaggio competitivo, identificando in modo chiaro gli elementi distintivi del fondo e selezionando in maniera coerente e differenziante i “propri” deal.

Il 2026 si apre con prospettive incoraggianti

Il 2026, tuttavia, si apre con uno scenario che Bain giudica più favorevole per le operazioni. Il graduale calo dei tassi, il ritorno di fiducia nei mercati del credito e pipeline ben alimentate potrebbero sostenere una nuova fase di deal ed exit, pur in un contesto che resta esposto a shock esterni.

“Il 2026 si apre con prospettive incoraggianti. I tassi di interesse sono in graduale calo e le pipeline di operazioni risultano solide e ben alimentate. Con un’economia che appare ancora resiliente – al netto di eventuali nuovi “cigni neri” – le condizioni per l’attività di deal ed exit appaiono oggi più favorevoli di quanto non siano state negli ultimi anni”, sottolinea Iardella.

Europa accelera, ma la parola d’ordine è concentrazione

In Europa, il valore complessivo dei buyout è cresciuto di circa il 10% rispetto all’anno precedente, raggiungendo i 235 miliardi di dollari. Il mercato è tornato così su livelli vicini ai picchi del 2021-2022, con una crescita trainata soprattutto dall’area DACH (Germania, Austria, Svizzera) e dai Paesi Nordici, dove si sono concentrati i deal nei settori della sanità e dell’energia e nelle operazioni di dimensioni comprese tra 1 e 10 miliardi di dollari.

Ancora più forte il recupero delle exit, salite del 65% rispetto al 2024 fino a circa 240 miliardi di dollari, grazie soprattutto ad alcune operazioni di tipo strategico. Resta però il nodo della liquidità: il periodo medio di detenzione degli investimenti è vicino ai sette anni, segnale che il mercato non ha ancora ritrovato i livelli di rotazione attesi dagli investitori.

Italia, ripresa selettiva e focus sui settori trasformativi

Nel mercato italiano il Private Equity ha mostrato un’accelerazione significativa, con un aumento del 25% nel numero di deal rispetto all’anno precedente. La crescita, però, è stata guidata soprattutto da operazioni di lower mid-market, con EBITDA inferiore ai 10 milioni di euro, mentre sulle operazioni di maggiore dimensione si è registrata una contrazione.

Sul piano settoriale si consolidano alcuni trend già emersi negli ultimi anni. Tech, con Software e IT Services, ed Healthcare restano in forte aumento, mentre crescono in modo marcato anche Energy e Natural Resources, Business e Financial Services, Infrastructure. Il peso numerico di questi tre ultimi comparti sul totale è circa triplicato rispetto ai livelli del 2022 e del 2023. Il settore industriale continua a essere il più rilevante, mentre nel 2025 hanno sofferto i segmenti consumer, da Food & Beverage a Retail fino a Fashion & Luxury.

“Nel complesso, rileviamo uno spostamento verso settori favoriti da chiari macro-trend di lungo periodo e da una forte componente di trasformazione industriale. La digitalizzazione resta una priorità, con un interesse crescente per modelli asset light e ad alto potenziale di sviluppo. Parallelamente, anche la transizione ecologica continua a rappresentare un driver chiave, sostenendo investimenti in infrastrutture ed efficienza energetica”, sottolinea Sergio Iardella.

È proprio qui che il dato sul TMT assume una valenza particolare anche per il mondo delle telecomunicazioni: la centralità della digitalizzazione, dei modelli asset light e delle piattaforme scalabili conferma che il capitale privato guarda con crescente attenzione agli ecosistemi tecnologici e alle infrastrutture abilitanti. In questo quadro, Technology & Telecommunications si conferma il baricentro della nuova fase di investimento.

Sul fronte delle exit, dopo il rallentamento del 2023, il biennio 2024-2025 ha segnato un’inversione di tendenza, trainata in particolare dalle operazioni sponsor-to-sponsor. Oggi circa 1.100 aziende italiane sono detenute in portafoglio da fondi di Private Equity. Le imprese supportate da capitale privato mantengono inoltre performance industriali positive, con una crescita media dell’EBITDA del 16% CAGR in valore assoluto negli ultimi cinque anni, a conferma del ruolo sempre più centrale di questi capitali nello sviluppo della media impresa italiana sui mercati globali.

“Stiamo assistendo a una fase di trasformazione dell’industria, con, nel breve periodo, una ripresa selettiva e tematica. Tuttavia, anche nel nostro Paese, così come negli altri mercati sviluppati, per rimanere tra i fondi vincenti è necessario differenziarsi, specializzarsi ed investire significativamente sulla capacità di trasformazione delle aziende. In questo scenario, la creazione di valore dovrà essere intenzionale, strutturata, pianificata fin dalla fase di due diligence e guidata da trasformazioni operative profonde, dall’innovazione e da un utilizzo avanzato dei dati e dell’intelligenza artificiale”, conclude Iardella.

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