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AI e quantum, l’Italia in deficit di capitale umano



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Tra punte di eccellenza accademica e ritardi strutturali, il vero nodo italiano resta uno: senza una base molto più ampia di competenze diffuse, il Paese rischia di avere una strategia senza massa critica

Pubblicato il 24 apr 2026

Salvatore Improta

Segretario generale, Quadrato della Radio



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Punti chiave

  • Eccellenza manifatturiera ma carenza di competenze formali per intelligenza artificiale e quantum: pochi laureati STEM, divario Nord-Mezzogiorno e ridotto capitale umano.
  • Strategie pubbliche per l’AI e il quantum esistono, ma investimenti in R&S sono bassi e solo il 45,8% della popolazione possiede competenze digitali di base.
  • Occorrono salari più alti per lavoro qualificato, valorizzazione della università nella terza missione, rafforzamento del trasferimento tecnologico e ampliamento degli ITS Academy e percorsi STEM.
Riassunto generato con AI

L’Italia ama raccontarsi come un Paese di talento, creatività e manifattura intelligente. E in parte lo è davvero. Ha costruito una parte importante della sua forza economica su un sapere pratico raffinato, su filiere produttive capaci di qualità, adattamento e specializzazione. Ma oggi il punto è un altro: nel mondo dell’intelligenza artificiale, del software avanzato, del supercalcolo e delle tecnologie quantistiche, il solo “saper fare” non basta più. Servono più competenze formali, più tecnici, più laureati, più ricerca applicata, più “capitale umano”.

Il ritardo del Paese

È qui che emerge il ritardo strutturale del Paese. Nel 2024 i laureati tra i 25 e i 34 anni sono il 31,6%, e tra i 25 e i 64 anni chi possiede un titolo terziario è il 22,3%. Anche sul lavoro il vantaggio della laurea è netto, ma non ancora sufficiente a fare dell’Italia un sistema davvero competitivo: il tasso di occupazione dei laureati è dell’84,7% tra i 25-64enni e dell’84,9% tra i 30-34enni. Dentro questi numeri, però, c’è ancora un Paese spaccato: tra i 30-34enni laureati, l’occupazione è al 91,1% nel Nord e al 73,3% nel Mezzogiorno.

Il collo di bottiglia più evidente resta quello delle competenze tecnico-scientifiche. Sempre secondo ISTAT, nel 2024 solo il 23,6% dei 30-34enni con titolo terziario possiede una laurea STEM; eppure proprio le lauree STEM mostrano i tassi di occupazione più alti, pari all’88,9% nella fascia 30-34 anni. È qui che la distanza tra dichiarazioni e realtà diventa più visibile: l’Italia dice di voler presidiare i nodi strategici della trasformazione tecnologica, ma continua a produrre troppo poche competenze nei campi che più contano per farlo.

AI, la strategia italiana

Sul piano politico, l’ambizione ormai è esplicita. La Strategia italiana per l’intelligenza artificiale 2024-2026 parla dell’obiettivo di dare al Paese un “ruolo di primo piano” nell’IA e nella transizione tecnologica. Sul fronte quantum, la strategia adottata nel 2025 è presentata come uno strumento per rendere l’Italia più competitiva in una tecnologia di frontiera con impatti su ricerca, sicurezza e industria. In altre parole, la volontà di non restare ai margini c’è. Ma la volontà, da sola, non costruisce una potenza tecnologica.

C’è poi un equivoco tipicamente italiano che rischia di alterare il giudizio sul nostro capitale umano. Il Paese dispone senza dubbio di punte di eccellenza nelle università, nei centri di ricerca e in alcuni segmenti dell’industria avanzata. Sono realtà di altissimo livello, capaci di produrre ricerca competitiva, innovazione e competenze di frontiera. Proprio per questo, però, possono anche confondere le idee: danno l’impressione che il problema delle competenze sia meno grave di quanto sia davvero. Ma le eccezioni non fanno la regola. Lo stesso atto strategico congiunto MUR-MIMIT riconosce una “difficoltà strutturale del sistema paese nel trasformare i progressi scientifici in capacità produttiva e sviluppo economico-sociale”, precisando però che questa situazione non deriva da una debolezza della ricerca scientifica nazionale. È una distinzione decisiva: il problema italiano non è l’assenza di qualità, ma l’assenza di scala.

I dati europei

Anche i dati europei confermano che la fragilità è sistemica. La Commissione europea segnala che in Italia solo il 45,8% della popolazione possiede competenze digitali di base. La Banca d’Italia, dal canto suo, ricorda che nel 2023 la spesa in ricerca e sviluppo era pari all’1,31% del PIL, contro il 2,22% della media UE; nella manifattura, inoltre, l’intensità della spesa in R&S si ferma al 3,7% del valore aggiunto, contro 8,9% in Germania e 8,7% in Francia. Un Paese può annunciare strategie su AI e quantum, ma se metà della popolazione resta debole nelle competenze digitali fondamentali e se investe così poco in ricerca, il rischio è che quelle strategie restino largamente nominali.

Il primo nodo da affrontare è il rendimento economico della laurea. In Italia il problema non è più soltanto quanti laureati formiamo, ma quanto poco li valorizziamo una volta entrati nel mercato del lavoro. AlmaLaurea rileva che nel 2024 la retribuzione mensile netta a un anno dal titolo è di 1.492 euro per i laureati di primo livello e di 1.488 euro per quelli di secondo livello; a cinque anni sale rispettivamente a 1.770 e 1.847 euro. Sono cifre troppo basse per un Paese che dice di voler attrarre, trattenere e moltiplicare competenze avanzate. Qui la soluzione non può essere solo “più università”: serve un premio salariale reale per il lavoro qualificato, con incentivi alle assunzioni ad alta competenza che siano però legati a salari più alti, mansioni coerenti con il titolo e percorsi veri di crescita professionale.

Il secondo nodo riguarda l’università. Il problema non è che manchino eccellenze scientifiche, ma che il sistema-Paese faccia ancora fatica a trasformare la qualità della ricerca in innovazione diffusa, produttività, brevetti, servizi e occupazione qualificata. ANVUR definisce la valorizzazione delle conoscenze come il contributo delle istituzioni allo sviluppo della società e del territorio, favorendo il dialogo tra università, imprese e società civile. Se è così, la terza missione non può restare un capitolo accessorio: deve entrare davvero nella valutazione degli atenei, nei criteri di finanziamento, nella cultura dei dipartimenti e nelle progressioni accademiche. Non per piegare tutta la ricerca al mercato, ma per smettere di trattare il rapporto con il Paese reale come una virtù opzionale.

Il terzo nodo è il trasferimento tecnologico. La distanza tra laboratorio e mercato resta troppo ampia. La Banca d’Italia osserva che gli Uffici di Trasferimento Tecnologico italiani, pur migliorati, restano più piccoli della media europea e hanno circa il 20% di addetti in meno a parità di famiglie di brevetti gestite. Il nuovo atto MUR-MIMIT parla per questo della necessità di imprimere una “forte accelerazione al trasferimento tecnologico” e insiste sul rafforzamento quantitativo delle competenze negli UTT. Qui la direzione è chiara: servono strutture più robuste, figure professionali dedicate, fondi stabili per proof of concept e prototipi, dottorati industriali e partenariati continuativi con le filiere produttive. La ricerca pubblica non va subordinata al mercato, ma il Paese non può più permettersi che una parte rilevante dei suoi risultati si fermi prima della fase applicativa.

Il quarto nodo è la scala. L’Italia non ha solo bisogno di proteggere le sue eccellenze; ha bisogno di moltiplicarle e soprattutto di costruire una base larga sotto di esse. Questo significa più laureati, più percorsi STEM, più tecnici superiori, più formazione continua, più competenze digitali diffuse nei territori e nelle imprese. Qui gli ITS Academy mostrano che quando la formazione è costruita in rapporto stretto con il sistema produttivo i risultati arrivano: secondo INDIRE, l’84% dei diplomati trova lavoro entro un anno e nel 93% dei casi l’occupazione è coerente con il percorso svolto. La lezione è semplice: il mismatch non è una maledizione inevitabile, ma un problema che si riduce.

Capitale umano questione politica centrale

Per questo la questione del capitale umano non è un capitolo tecnico, ma la questione politica centrale del prossimo decennio. Se l’Italia vuole davvero contare nell’era dell’intelligenza artificiale e delle tecnologie quantistiche, deve smettere di considerare istruzione, ricerca e competenze come variabili subordinate. Non basta annunciare una strategia industriale: bisogna costruire il personale che la renda possibile. Non basta dire che il Paese vuole essere protagonista: bisogna creare le condizioni perché lo diventi. La distanza tra ambizione e realtà, oggi, sta tutta qui. L’Italia ha finalmente capito che il digitale, l’AI e il quantum contano. Ora deve dimostrare di aver capito anche che, senza un salto serio nel capitale umano, non conterà abbastanza neppure lei.

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