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Frequenze Tlc, Iliad propone un riequilibro tra gli operatori



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In vista della scadenza del 2029 il gruppo guidato da Benedetto Levi apre ufficialmente un confronto sulla possibilità di condividere un nuovo assetto, garantendo così a tutte le telco – e ai loro clienti – prestazioni omogenee. “Serve l’impegno per investimenti incrementali sullo sviluppo della rete. Pronta una roadmap per il 5G Standalone”

Pubblicato il 29 apr 2026



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Punti chiave

  • Proposta di Iliad Più veloci per riallocare le frequenze in vista del 2029, creando un framework tecnico per concorrenza e investimenti.
  • Misure tecniche: valorizzare la banda 2,3 GHz, riallineare i limiti di campo a Icnirp 2020, incentivare il 5G Standalone con kpi e timeline di copertura.
  • Governance e impatti: riequilibrare lo spettro per parità competitiva, assegnazioni basate su impegni industriali verificabili, monitoraggio pubblico e neutralità procedurale.
Riassunto generato con AI

Aiutare il mercato delle telecomunicazioni italiane a creare nuovo valore significa cambiare radicalmente prospettiva sul meccanismo di utilizzo, e quindi di assegnazione, delle frequenze mobile. La prospettiva è naturalmente quella del 2029, quando scadranno i diritti sul 73% delle frequenze assegnate, che dovranno essere ripartite tra gli operatori attivi lungo la Penisola.

In attesa della nuova consultazione Agcom, fondamentale per definire una volta per tutte le regole del gioco, Iliad formula e lancia una proposta di piano che, negli auspici dell’amministratore delegato Benedetto Levi, dovrebbe essere letto come un punto di partenza per permettere a tutti gli attori in gioco di confrontarsi su benchmark internazionali ed evidenze fact-based in modo da varare un framework tecnico e non ideologico, propedeutico a un vero e proprio progetto industriale di lungo respiro.

“Stiamo del resto parlando di criteri che determineranno non solo lo stato delle infrastrutture per la connettività, ma anche la qualità della rete digitale fino al 2050”, ha detto Levi in occasione di una conferenza stampa che si è tenuta ieri a Milano. “Tutto ciò ha un impatto critico su questioni decisive per lo sviluppo del Paese, come inclusione, produttività e digital divide”.

La roadmap per lo sviluppo del 5G Standalone

Il piano di Iliad si chiama “Più veloci” e si impernia su quattro pilastri: più frequenze per il futuro, più potenza al segnale di rete, più investimenti per il Paese, più qualità per tutti. La premessa per la costruzione di “reti mobili a prova di futuro” è la constatazione che siamo di fronte a un mercato a somma positiva: Levi ha ricordato che il traffico mobile ha conosciuto, dal 1999 al 2024, una crescita esponenziale, aumentando di 137 volte con una netta accelerazione negli ultimi anni. “Di pari passo è aumentato il numero di frequenze, con un’allocazione dello spettro che si è evoluta nel tempo in funzione delle operazioni di ingresso, uscita e fusione dei vari operatori nazionali. I quali”, ha rimarcato Levi, “come ben sappiamo hanno però sperimentato un drastico calo dei ricavi”.

Invertire la tendenza, per gli esperti di Iliad, significa prima di tutto avviare una ricognizione di tutte bande disponibili, valorizzando anche quella a 2,3 GHz. Il Mimit negli ultimi mesi ha verificato la sua disponibilità, anche se non assegnata ad alcun operatore”.

Dare più potenza al segnale vuol dire invece elevare ulteriormente, entro il 2030, i limiti di esposizione ai campi elettromagnetici, già innalzati nel 2024 da 6 a 15 v/m, ma ancora decisamente sotto la media europea, che in base allo standard Icnirp 2020 consente di arrivare fino a 61 v/m, valorizzando così appieno lo spettro disponibile.

Rispetto agli investimenti, Iliad propone una vera e propria roadmap che, a fronte di un’assegnazione gratuita o quasi delle frequenze (sul modello francese, per intenderci), dovrebbe impegnare gli operatori a superare le mere dichiarazioni di intenti, accelerando lo sviluppo delle reti attraverso progetti assegnati dal governo con kpi misurabili e sanzioni in caso di non rispetto degli obblighi.

“La nostra non è un’idea generica”, ha rimarcato Levi. “Rispetto per esempio al 5G Standalone, proponiamo che, facendo leva su investimenti incrementali, a due anni dall’assegnazione, si arrivino a coprire tutti i capoluoghi di regione; in tre anni e mezzo tutti i capoluoghi di provincia; ed entro sei anni il 99% della popolazione italiana”.

La proposta di Iliad per la riallocazione delle frequenze

Ma è sul tema della qualità che Iliad fa la proposta più netta, puntando a riequilibrare il mix delle frequenze assegnate per garantire a tutti gli operatori – e ai loro clienti – prestazioni omogenee. “In Italia si registra la più grande asimmetria di dotazione spettrale d’Europa: tra il primo e l’ultimo operatore – cioè noi – lo scostamento è del 173%, contro media europea del 26%”, ha precisato Levi. “Per questo pensiamo sia necessario utilizzare la scadenza del 2029 per impostare un meccanismo che anche da questo punto di vista garantisca una concorrenza sana tra tutti gli operatori”.

La proposta di riallocazione di Iliad (vedi la tabella sotto) prevede un’assegnazione delle bande tra Tim, Fastweb+Vodafone e WindTre che manterrebbe sostanzialmente in equilibrio le quote, prevedendo un incremento per i tre incumbent, che accederebbero alla banda 2,3 GHz a fronte di un rilascio di parte dello spettro nelle bande 900, 1800, 2100 MHz e 3,4-3,8 GHz.

Il punto di vista degli esperti

Per puntellare la propria proposta su dati empirici e analisi di settore super partes, Iliad ha commissionato a quattro esperti altrettanti paper per valutare l’impatto del piano.

Davide Dattoli, founder di Talent Garden, ha innanzitutto evidenziato l’importanza della connettività, attualmente considerata alla stregua di una commodity, come backbone dei servizi costruiti sull’AI. “Non si tratta solo di use case che riguardano l’utilizzo individuale della tecnologia: in gioco c’è soprattutto lo sviluppo economico del Paese attraverso l’impatto che l’intelligenza artificiale avrà sulla robotica e sull’automazione del comparto industriale. Penso specialmente alle pmi, che potranno contare su molte meno macchine, più intelligenti e più facili di programmare, anche per eseguire compiti specifici. Ma per attuare la rivoluzione software e hardware che sta per cominciare e che permetterà di creare nuove imprese oltre che di efficientare quelle esistenti, servono le frequenze. Dobbiamo valorizzarle come un bene pubblico, un vero kpi integrato nel pil nazionale

Per Nicola Pasquino, professore di Misure per la Compatibilità Elettromagnetica presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II, tutto ciò sarà possibile a patto che si rivedano al rialzo i limiti di campo, uniformando il vincolo a quello europeo. “La densificazione forzata imposta da un limite stringente come quello italiano porta ad avere più antenne, con una qualità del segnale degradata e un impatto ambientale amplificato”.

In base ai dati analizzati da Pasquino, disponendo di 1/16 del potenziale di trasmissione rispetto a quello che si potrebbe ottenere con limiti elettromagnetici in linea con l’Ue, a parità di prestazioni occorrerà quindi una rete formata da stazioni radio base 16 volte più numerose, con consumi energetici moltiplicati per nove.

“Superare questa impasse e convincere istituzioni e popolazione della necessità di elevare i limiti elettromagnetici vuol dire prevedere iniziative di accompagnamento, a partire dalla semplificazione degli iter autorizzativi, e metodologie di misura armonizzate”, ha detto Pasquino. “È fondamentale trasmettere fiducia alla popolazione con un sistema di monitoraggio nazionale e una comunicazione scientifica puntuale, in grado di contrastare le bufale sull’inquinamento elettromagnetico”.

L’analisi di Cesare Pozzi, professore ordinario di Economia Industriale presso la Luiss Guido Carli, collega invece il criterio di assegnazione al valore sistemico dello spettro e alle esternalità diffuse che questo attiva. “Il valore dello spettro per la società italiana si misura nella capacità di tradurre, lungo l’intera durata della licenza, il relativo diritto d’uso in infrastrutture effettivamente dispiegate e funzionali alla generazione di valore per le imprese e le famiglie”.

Il fulcro della procedura viene così spostato sulla credibilità industriale degli impegni assunti dagli operatori, sulla loro misurabilità e sulla loro capacità di tradurre una risorsa scarsa in rete, qualità del servizio e innovazione diffusa. Tra gli investimenti ritenuti prioritari, l’analisi di Pozzi individua anche quelli nello sviluppo del 5G Standalone: “Una rete distribuita di nodi edge integrata con 5G Standalone, distretti industriali e poli logistici costituisce la base di una politica industriale della connettività”.

Infine Carlo Alberto Carnevale Maffè, professor of Strategy and Entrepreneurship alla Sda Bocconi School of Management, ha sottolineato che “lo spettro non è soltanto una risorsa tecnica da assegnare né un semplice attivo da massimizzare fiscalmente: è una scelta di architettura del mercato. È una logica che non riguarda solo le Tlc, ma tutte le grandi opere infrastrutturali, che sono abilitatori di crescita. Non possiamo più considerare lo spettro un semplice asset da vendere al migliore offerente. In questo senso, l’occhio va naturalmente al caso francese, che non deve essere replicato meccanicamente, sia chiaro, ma deve essere studiato metodologicamente”.

Carnevale Maffè articola in particolare cinque precondizioni cumulative affinché una riforma della spectrum policy sia economicamente efficace e giuridicamente difendibile: neutralità procedurale (criteri ex ante, oggettivi e simmetrici per tutti gli operatori); preservazione del segnale di mercato (almeno una quota residua competitiva); rivalità effettiva tra più operatori capaci di competere su 4G evoluto e 5G SA; obblighi performativi verificabili con monitoraggio pubblico; certezza regolatoria intertemporale. “La violazione di una sola di queste precondizioni”, ha chiosato Carnevale Maffè, “compromette la tenuta complessiva della riforma”.

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