Il Chief AI Officer non è più una figura sperimentale o di nicchia. Nel giro di dodici mesi è diventato uno dei pilastri della leadership aziendale globale. È questo uno dei segnali più evidenti che emergono dall’ultima edizione dell’Ibm Institute for Business Value Ceo Study, che fotografa una trasformazione profonda e strutturale della C-suite sotto la spinta dell’intelligenza artificiale.
La ricerca, condotta su 2.000 Ceo in 33 Paesi, racconta un cambio di paradigma che va oltre l’adozione tecnologica. L’AI non si limita a supportare processi o funzioni, ma ridefinisce il modo stesso in cui le organizzazioni prendono decisioni, distribuiscono responsabilità e disegnano il proprio assetto di vertice. In questo contesto, il Chief AI Officer diventa il simbolo di un nuovo modello operativo, che Ibm definisce esplicitamente “AI-first”.
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Dalla sperimentazione alla struttura
Il dato più immediato è anche il più dirompente. Nel 2026 il 76% delle organizzazioni intervistate ha introdotto un Chief AI Officer, contro il 26% dell’anno precedente. Una crescita che segnala come l’AI sia uscita dalla fase esplorativa per entrare nel cuore della strategia aziendale.
Secondo l’analisi di Ibm, le imprese che hanno ridisegnato la C-suite in chiave AI-first sono riuscite a scalare il 10% in più di iniziative di intelligenza artificiale a livello enterprise rispetto ai competitor. Non si tratta quindi di una scelta simbolica, ma di una leva concreta di execution. Il Chief AI Officer assume il compito di orchestrare tecnologie, dati e competenze, superando i confini tradizionali tra It, business e funzioni operative.
Nel foreword dello studio, Gary Cohn, Vice Chairman di Ibm, sintetizza il passaggio in modo netto: “Il ruolo del Ceo è sempre stato quello di guidare attraverso la discontinuità. Ciò che l’AI cambia è la velocità e le conseguenze della leadership”. L’AI, spiega Cohn, non è un ulteriore livello tecnologico, ma “un nuovo modello operativo” destinato a comprimere i cicli decisionali e a dissolvere i confini funzionali.
Decisioni più rapide, ma più complesse
L’ascesa del Chief AI Officer si inserisce in un contesto in cui i Ceo mostrano una crescente fiducia nell’uso dell’AI per le scelte strategiche. Il 64% degli intervistati dichiara di sentirsi a proprio agio nel prendere decisioni rilevanti basate su input generati dall’intelligenza artificiale. È un dato che segna una svolta culturale, soprattutto se letto insieme alle prospettive di medio termine.
Entro il 2030, secondo le aspettative dei Ceo, quasi la metà delle decisioni operative, quelle caratterizzate da elevata ripetitività e da regole codificabili, sarà presa direttamente dall’AI senza intervento umano. Oggi questa quota si ferma al 25%. L’automazione decisionale, quindi, non riguarda solo l’efficienza, ma tocca il tema della responsabilità e della governance.
Non a caso, l’83% dei Ceo considera la sovranità dell’AI essenziale per la strategia di business. Man mano che l’intelligenza artificiale assume un ruolo più pervasivo, diventano centrali i meccanismi di controllo, la trasparenza degli algoritmi e la gestione dei dati. In questo scenario, il Chief AI Officer agisce come garante dell’equilibrio tra velocità decisionale e affidabilità dei sistemi.
Una leadership sempre più diffusa
Se il Chief AI Officer rappresenta il punto di sintesi della trasformazione, lo studio Ibm evidenzia come la responsabilità sull’AI non resti confinata a una singola figura. L’85% dei Ceo afferma che tutti i leader funzionali devono diventare esperti di tecnologia nel proprio ambito, segnalando un’estensione dell’accountability lungo tutta la C-suite.
All’interno delle organizzazioni che hanno già introdotto un Chief AI Officer, tutti i Ceo si aspettano che l’influenza di questo ruolo aumenti entro il 2030, in parallelo a una crescita del peso strategico degli altri executive. È un processo che ridisegna gli equilibri tradizionali e rafforza l’interdipendenza tra funzioni.
In questo contesto si inserisce anche l’evoluzione del ruolo delle risorse umane. Il 59% dei Ceo prevede un aumento dell’influenza del Chro nei prossimi anni, a conferma di come la trasformazione AI-driven non sia solo tecnologica, ma profondamente organizzativa e culturale. La convergenza tra leadership del talento e leadership tecnologica, indicata dal 77% degli intervistati, riflette la necessità di integrare strategia, competenze e modelli di lavoro.
Persone al centro dell’AI
Nonostante l’accelerazione sull’AI, lo studio mette in luce una contraddizione significativa. I Ceo stimano che solo il 25% della forza lavoro utilizzi regolarmente l’intelligenza artificiale, pur ritenendo nell’86% dei casi che i dipendenti abbiano le competenze per collaborare con queste tecnologie. Il gap, quindi, non è di skill, ma di adozione.
“L’AI sta cambiando il modo in cui il lavoro viene svolto, unendo persone e software in nuovi modi, e sta cambiando anche il modo in cui le persone si incontrano sul posto di lavoro”, afferma Mohamad Ali, Senior Vice President di Ibm Consulting. Secondo Ali, i Ceo che stanno ottenendo risultati concreti “non si limitano a implementare l’AI più rapidamente, ma stanno riprogettando le loro organizzazioni per unire le migliori persone con la migliore tecnologia”.
I numeri sulle competenze confermano questa visione. Tra il 2026 e il 2028, i Ceo prevedono che il 29% dei dipendenti dovrà essere riqualificato per ruoli diversi, mentre il 53% avrà bisogno di un upskilling per svolgere meglio l’attività attuale. La trasformazione, quindi, non elimina il fattore umano, ma lo rende ancora più centrale.
Oltre i silos organizzativi
Uno degli elementi distintivi delle organizzazioni più avanzate è la capacità di superare i silos. Secondo lo studio, le imprese che hanno ridisegnato cinque aree core – tecnologia, finanza, risorse umane, operations e collaborazione cross-funzionale – hanno una probabilità quattro volte superiore di raggiungere gli obiettivi di business.
Il Chief AI Officer opera proprio su questa linea di confine, facilitando l’integrazione tra domini tradizionalmente separati. La decentralizzazione delle decisioni, confermata dal 79% dei dirigenti, va di pari passo con una distribuzione più ampia dell’accountability, resa possibile dall’uso diffuso di sistemi intelligenti.
In questo scenario, la C-suite evolve da struttura gerarchica a piattaforma di coordinamento, in cui l’AI diventa un fattore abilitante della collaborazione e non solo uno strumento di automazione.
Una nuova grammatica del potere aziendale
Il messaggio che emerge dallo studio Ibm è chiaro. L’AI sta riscrivendo la grammatica del potere aziendale, spingendo i Ceo a ripensare ruoli, processi e competenze. Il Chief AI Officer rappresenta il punto di emersione più visibile di questa trasformazione, ma non ne esaurisce la portata.
L’era dell’AI-first, come la definisce Ibm, richiede leadership capaci di apprendere rapidamente, adattarsi e agire con decisione. In un contesto in cui i cicli si accorciano e le interdipendenze aumentano, la capacità di governare l’intelligenza artificiale diventa una competenza strategica a tutti i livelli.


