La Fibra multicore non è più solo un tema da ricerca avanzata. Con il collegamento operativo acceso da Open Fiber a Milano, la tecnologia entra nella rete reale italiana e assume un significato industriale preciso. Aumentare la capacità senza moltiplicare in modo lineare fibra, apparati, energia e opere civili.
Il progetto collega per circa 2,1 chilometri i Pop di Baggio e Galvani. La tratta usa una fibra con quattro core, quindi con quattro canali indipendenti di trasmissione. Rispetto a una fibra tradizionale, la capacità può crescere fino a quattro volte a parità di infrastruttura. È questo il punto che rende la notizia rilevante per il settore.
Per anni la discussione sulle reti si è concentrata sulla copertura. Oggi il problema è più complesso. Bisogna continuare a estendere la connettività, ma bisogna anche evitare che la crescita del traffico saturi i nodi strategici della rete. È nella parte alta dell’infrastruttura, tra Pop, centrali e data center, che la pressione si sta facendo più forte.
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La multicore nasce per rispondere all’esplosione del traffico
La traiettoria della fibra multicore si capisce guardando alla ricerca europea. Già il progetto Safari, sostenuto in ambito Ue e raccontato da Cordis, partiva da una premessa netta: il traffico dati sulle reti ottiche cresceva di oltre il 40% l’anno, spinto da streaming audio e video e da applicazioni sempre più esigenti.
L’obiettivo era preparare reti di trasporto ottico capaci di andare oltre le attuali soglie, fino all’ordine dei petabit al secondo. Per farlo, il progetto ha lavorato su fibre multicore ad altissima densità, amplificatori compatibili e hardware ottico programmabile. Il messaggio era chiaro già allora: per sostenere la domanda futura non bastava spremere la fibra tradizionale. Bisognava cambiare architettura.
Questa lettura oggi è ancora più attuale. Nel frattempo sono cresciuti cloud, edge computing, piattaforme video, applicazioni industriali connesse e soprattutto AI. Non si tratta solo di più utenti online. Si tratta di servizi molto più pesanti, continui e distribuiti, che chiedono alle reti una capacità strutturale ben superiore.
Perché il test di Milano conta più di una semplice sperimentazione
Open Fiber sottolinea che il collegamento di Milano è già operativo per il trasporto dei servizi. Questo passaggio cambia la natura dell’annuncio. Non siamo davanti a un test confinato in laboratorio o a una dimostrazione su rete isolata. Siamo davanti a una prima implementazione reale su infrastruttura esistente.
La differenza è sostanziale. Una tecnologia può essere promettente sul piano scientifico, ma diventare davvero strategica solo quando entra nei processi di rete, nei modelli di esercizio e nei conti industriali degli operatori. La multicore comincia a misurarsi proprio su questo terreno. Il vantaggio immediato è facile da capire. Una singola fibra può assorbire traffico che oggi richiederebbe più fibre distinte. Questo significa meno pressione sui cavidotti, minore necessità di nuova posa e una valorizzazione più spinta dell’infrastruttura già disponibile. In una fase in cui tempi autorizzativi, costi civili e complessità territoriale pesano molto, non è un dettaglio.
Il vero nodo è la densità della rete
La multicore non promette solo più banda. Promette più densità. È questo il punto che la rende interessante per reti di trasporto e data center. Quando più capacità può stare nello stesso spazio fisico, cambia il modo in cui si progettano dorsali, interconnessioni e collegamenti tra nodi critici.
Nell’analisi presentata in sede Itu-T da Vincent Ferretti, con il report Potential Benefits of Multicore Fibre for Datacenter Applications, il tema emerge con grande chiarezza. La crescita dei data center, e in particolare dei carichi legati all’AI, richiede un numero sempre maggiore di connessioni ottiche. In questo scenario, la multicore viene proposta come una risposta concreta per aumentare la capacità nello stesso duct, ridurre il numero di connessioni e alleggerire materiali e installazione.
Il dato più efficace è quello sulla concentrazione della capacità: quattro volte di più nello stesso spazio. Ma c’è anche un altro elemento industriale molto forte. Se le connessioni fisiche si riducono, si riducono anche ingombri, complessità di cablaggio e tempi di deployment. È una leva importante soprattutto dove la rapidità di espansione è diventata decisiva.
Energia e apparati: la partita si gioca anche qui
Open Fiber insiste su un altro punto chiave: la possibilità di ridurre progressivamente il numero di apparati necessari alla gestione dei dati. È un passaggio cruciale, perché la crescita del traffico non pesa soltanto sulla fibra. Pesa anche su alimentazione, raffreddamento e spazio disponibile nei siti.
La fibra multicore consente di concentrare più capacità per collegamento. Questo può tradursi in una rete primaria più ordinata e più efficiente. Meno apparati, o apparati usati in modo più razionale, significa meno consumi e una minore pressione energetica. Per infrastrutture energivore come i data center, il beneficio potenziale è evidente.
Anche qui il contesto internazionale aiuta a leggere la direzione del mercato. La diffusione dei cluster per l’AI sta cambiando la scala fisica delle infrastrutture digitali. Aumentano la densità delle interconnessioni, la richiesta di continuità e la necessità di comprimere più capacità nello stesso perimetro. La multicore si inserisce esattamente in questo punto di tensione.
Dalla capacità alla sostenibilità industriale
C’è poi un aspetto che riguarda la sostenibilità nel senso più concreto del termine. Portare più traffico senza aumentare in proporzione cavi e cantieri riduce l’impatto sul territorio e migliora l’efficienza dell’investimento. Non è solo un tema ambientale. È un tema di sostenibilità operativa della crescita.
Nelle reti mature, infatti, il problema non è sempre costruire da zero. Spesso è far rendere di più ciò che è già stato costruito. La multicore risponde bene a questa esigenza, perché aumenta la produttività dell’infrastruttura esistente. In un settore dove la domanda corre più veloce delle opere civili, questa capacità di compressione tecnologica può diventare decisiva.
Per questo il test di Milano va letto come un segnale che riguarda l’intera filiera. Non solo l’operatore di rete, ma anche produttori di fibra, cavo, componentistica e apparati. Open Fiber cita Tratos Cavi, che ha realizzato il microcavo, e Heraeus Covantics, fornitore della fibra multicore a quattro canali. È la conferma che la maturazione della tecnologia passa da un ecosistema industriale, non da un singolo attore.
Il mercato ora chiede standard e scalabilità
La prova sul campo non chiude la partita, bensì la apre. Perché il passaggio successivo sarà la scalabilità. Una tecnologia di rete diventa davvero mercato quando può essere adottata con costi prevedibili, standard consolidati e integrazione fluida con le architetture esistenti.
Qui si concentrerà la prossima sfida. La multicore dovrà dimostrare non solo di funzionare, ma di poter entrare stabilmente nei piani di evoluzione delle reti, soprattutto nei segmenti dove la saturazione è più vicina. Il vantaggio, però, è già visibile: la direzione non è più teorica. È stata portata in esercizio.
In questo senso, la dichiarazione del Direttore Technology di Open Fiber, Nicola Grassi, definisce bene il senso dell’operazione: «Investire in tecnologie come la fibra multicore significa anticipare l’evoluzione del mercato, perché con questo progetto costruiamo una rete più efficiente, sostenibile e capace di rispondere alla crescita del traffico dati nei prossimi anni».


