“Dal dibattito sul Digital Networks Act emerge la seguente priorità strategica: Le aste per lo spettro non devono essere viste solo come strumenti finanziari, ma come leve di politica industriale. Tali aste vanno accompagnate da indirizzi chiari per far evolvere le reti verso modelli che valorizzino l’accesso e abilitino nuovi servizi ad alto valore, in particolare attraverso l’edge cloud computing, cloud distribuito e non centralizzato”. Lo ha detto Alessio Butti, di Stato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri con delega all’Innovazione tecnologica intervenendo al al Consiglio UE sulle Telecomunicazioni.
“Questo implica una trasformazione delle Telco – prosegue Butti – da semplici fornitori di connettività a piattaforme digitali capaci di offrire enabling services, nonché calcolo e storage vicino all’utente. In tale scenario, OTT e content providers possono diventare clienti delle Telco, portando nuove fonti di ricavo. Di conseguenza: l’Agenda digitale europea, e quindi il DNA, dovrebbe sostenere esplicitamente questa evoluzione, promuovendo edge e cloud distribuito e aprendo un confronto politico sui nuovi modelli di business”.
“In conclusione – prosegue il sottosegretario – serve un cambio di paradigma. Non basta più una policy centrata sulla connettività; occorre una vera ‘internet ecosystem policy’ che integri reti, cloud e servizi digitali per rafforzare la competitività europea”.
Le proposte contenute nel Digital Networks Act preoccupano una fetta consistente di attori dell’ecosistema di Internet, e in particolare delle associazioni dei consumatori e per i diritti digitali.
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L’appello delle associazioni dei consumatori
Il dibattito sul digital networks act si arricchisce intanto on l’appello di un gruppo di 41 associazioni di consumatori guidato da Beuc, Isoc ed Epicenter.works, secondo cui le misure al vaglio delle istituzioni europee – soprattutto quella che propone la regolamentazione del mercato dell’interconnessione IP e l’integrazione del regolamento sull’Internet aperto (Open Internet Regulation) nel Dna – potrebbero indebolire la neutralità della rete.
L’appello congiunto sostiene che tali soluzioni andrebbero a discapito delle principali garanzie a tutela dei consumatori e delle imprese europee, comprese le pmi e le startup che dipendono da condizioni di Internet aperte e prevedibili per competere e crescere in tutta l’Ue. I firmatari avvertono inoltre che le misure rischiano di compromettere anche il mercato unico digitale.
Il gruppo esorta così i legislatori a eliminare gli articoli 191-193 del Dna proposto, che istituiscono il meccanismo di conciliazione volontaria, e a preservare il regolamento su Internet aperto come framework autonomo.
I danni che deriverebbero dalle integrazioni proposte
Più nello specifico, secondo i firmatari le proposte di incorporazione del Regolamento sull’Internet aperto nel Dna rischiano di indebolire “un quadro normativo consolidato e ben funzionante e compromettendo la certezza del diritto che ne ha garantito l’applicazione in tutta l’Ue. La proposta del Dna cancella 18 dei 19 considerando del regolamento, eliminando elementi interpretativi chiave che hanno fornito chiarimenti essenziali sulla portata e l’applicazione delle norme sulla neutralità della rete nell’Ue e che sono stati fondamentali per lo sviluppo della giurisprudenza della Corte di giustizia dell’Ue e delle linee guida del Berec”.
Allo stesso tempo, si legge nel documento congiunto, “l’integrazione delle disposizioni dell’Open Internet Regulation nel più ampio quadro del Dna ne diluisce i principi giuridici e politici, poiché la neutralità della rete non si configurerebbe più come un principio normativo autonomo volto a tutelare i consumatori”.
Affiancato a obiettivi quali “prestazioni di rete”, “resilienza” e “cooperazione dell’ecosistema”, il principio di neutralità della rete rischia di essere condizionato da principi normativi concorrenti, se non addirittura diametralmente opposti, indebolendone così la funzione nella pratica e aprendo la strada a potenziali reinterpretazioni.
Inoltre, qualsiasi intervento normativo nel mercato europeo dell’interconnessione IP comporterebbe significative conseguenze negative, tra cui l’impatto sulla diffusione di infrastrutture critiche come le reti di distribuzione dei contenuti, sulla sostenibilità dei settori creativi e culturali dell’UE e sulla libertà di scelta dei consumatori, rischiando al contempo la frammentazione di Internet e del mercato unico.
“Constatiamo che non vi sono prove di un fallimento del mercato”, dicono i firmatari dell’appello. “Gli studi del Berec sul mercato europeo dell’interconnessione IP hanno costantemente dimostrato che il mercato funziona in modo competitivo ed efficiente, senza alcuna indicazione di fallimento del mercato o di abuso sistematico di potere di mercato”.
Gli articoli del Dna contestati
Nonostante l’assenza di controversie, secondo i firmatari gli articoli 191 e 192 del Dna introducono un meccanismo di “cooperazione dell’ecosistema” e di “conciliazione volontaria” in un mercato dell’interconnessione IP che già si basa sulla cooperazione volontaria per decidere quando e come le reti si interconnetteranno. “Questi articoli sono superflui e dannosi, in quanto rischiano di istituzionalizzare le negoziazioni commerciali private come un processo arbitrale formale, certificato da enti pubblici (autorità di regolamentazione nazionali), nell’ambito di un quadro giuridico Ue formalizzato, con il rischio che diventino obbligatori, sia nella pratica che a causa di pressioni politiche”.
I rischi sarebbero quelli di un’introduzione indiretta di “tariffe di rete”, costantemente evidenziati dalle parti interessate nell’intero ecosistema digitale. Una situazione che si scontrerebbe anche “con le libertà economiche sancite dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea (articoli 16 e 52)”.
Questo rischio di escalation normativa sarebbe ulteriormente aggravato dall’articolo 193 del Dna, che prevede una revisione da parte della Commissione sulla base degli esiti di questo quadro. Basandosi sulla documentazione generata attraverso questi processi, “si crea un percorso che permette di reinterpretare le interazioni volontarie come una cooperazione insufficiente, consentendo l’adozione di misure più prescrittive, compresi meccanismi obbligatori, anche laddove il mercato funzioni efficacemente attraverso accordi volontari”.
Le richieste dei firmatari
“La riapertura del dibattito sulle norme relative a un Internet aperto attraverso il prossimo Digital Networks Act solleva preoccupazioni per i consumatori”, commenta Cláudio Teixeira del Beuc. “La neutralità di Internet è un principio fondamentale per garantire la libertà di scelta dei consumatori e un accesso equo a una varietà di servizi online. Chiediamo ai legislatori europei di essere consapevoli dei rischi derivanti dall’introduzione di cambiamenti così radicali che potrebbero incidere sui diritti dei consumatori e di proteggerli da potenziali oneri aggiuntivi”.
Secondo Carl Gahnberg dell’Internet Society, “il Digital Networks Act avrebbe dovuto semplificare le normative europee in materia di telecomunicazioni e rafforzare la libertà di Internet. La proposta della Commissione, purtroppo, fa l’esatto contrario. Indebolisce le tutele della neutralità della rete, che hanno servito i consumatori e le imprese europee per un decennio, e introduce nuovi meccanismi di ‘cooperazione’ e conciliazione in un mercato dell’interconnessione che, secondo gli stessi regolatori, funziona già bene. Queste disposizioni, al contrario, aprirebbero la strada alle cosiddette ‘tariffe di rete’, respinte più volte dalla stragrande maggioranza degli operatori europei. Si tratta di una soluzione in cerca di un problema, che rischia di frammentare Internet per tutti”.
Thomas Lohninger di Epicenter.works sottolinea invece che la proposta della Commissione per il Dna si discosta drasticamente dal tema centrale della neutralità della rete. I nostri diritti di libero utilizzo di Internet sono minacciati da questi tentativi di legalizzare corsie preferenziali a pagamento tramite il 5G e nei flussi di dati tra le reti. In tempi di sovranità digitale, le alternative europee stanno finalmente guadagnando terreno e quote di mercato. È assurdo che la Commissione voglia soffocare questa crescita consentendo alle grandi compagnie di telecomunicazioni europee di vendere corsie preferenziali a pagamento alle Big Tech. Ci auguriamo”, chiosa Lohninger, “che il Parlamento europeo resti dalla parte degli utenti Internet europei, che contano su una forte neutralità della rete, una solida tutela dei consumatori e una sana concorrenza nel mercato delle telecomunicazioni.”






