C’è un paradosso che descrive il Nordest meglio di molti convegni sull’innovazione. Qui si progettano refrigeratori, sistemi di liquid cooling, impianti, componenti e architetture per i data center di mezzo mondo. Ma quando si tratta di ospitare le grandi infrastrutture sulle quali corre l’economia digitale, il territorio resta ai margini. È la versione aggiornata di un vizio antico: eccellenti fornitori, scarsa capacità di diventare piattaforma; molta manifattura, poca regia.
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Il divario con Milano dietro la crescita dei data center
I numeri pubblicati da Il Nord Est sono difficili da addolcire. A giugno 2026 il Veneto conta 20 data center, il Friuli Venezia Giulia otto e il Trentino-Alto Adige cinque: 33 strutture, contro le 21 censite dodici mesi prima. La crescita è del 57 per cento, una percentuale vistosa che parte però da una base modesta. L’intero Triveneto ospita appena un terzo dei 91 siti presenti nella sola area metropolitana di Milano. E contare le strutture senza misurarne la potenza rischia di produrre una statistica consolatoria: un hyperscale supera i 100 MW, un centro medio si colloca tra 10 e 15 MW, uno piccolo può fermarsi a 0,5 MW.
La fotografia della potenza installata è ancora più severa. L’intero Nordest, includendo l’Emilia-Romagna, arriva a circa 48 MW, mentre la Lombardia supera 414 MW e l’Italia si attesta a 609 MW. Una macroarea che rivendica da decenni il ruolo di locomotiva industriale dispone dunque di meno di un ottavo della capacità lombarda. Milano, nel frattempo, si è ritagliata un posto tra gli hub europei e avrebbe intercettato circa il 23 per cento degli investimenti previsti nel continente. La locomotiva nordestina produce molti pezzi del treno. I binari digitali, però, vengono posati altrove.
La mappa degli investimenti lascia il Triveneto ai margini
Le richieste di connessione in alta tensione, rilevate a dicembre 2025, mostrano dove si sta concentrando la prossima ondata di capitale. Su 69,1 GW richiesti in Italia, 34,9 riguardano la Lombardia; seguono Piemonte con 11,7, Lazio con 7,1 e Puglia con 3,9. Il Veneto si ferma a 2,9 GW, l’Emilia-Romagna a 2,7, il Friuli Venezia Giulia a 1,8 e il Trentino-Alto Adige a 0,1. Non tutte le richieste diventeranno impianti, ma le intenzioni degli investitori sono già una mappa. E quella mappa non colloca il Nordest al centro.
Una filiera tecnologica forte senza domanda infrastrutturale
Il problema non è la mancanza di industria. Carel, HiRef, Vertiv, Dba Group, BeanTech, Lu-Ve e molte altre imprese dimostrano che la filiera locale possiede tecnologia e accesso ai mercati globali. HiRef, per esempio, cresce grazie a sistemi di raffreddamento a liquido capaci di ridurre quasi a zero il consumo d’acqua, mentre prepara nuovi insediamenti in Messico e India. È una storia emblematica: la tecnologia nasce qui, ma la scala industriale e la domanda infrastrutturale si organizzano altrove.
Connettività ed energia frenano i grandi campus
Le ragioni indicate dagli operatori sono concrete. La prima è la connettività: i grandi cavi sottomarini approdano a Genova e in Puglia, mentre nell’Adriatico settentrionale non esiste una dorsale equivalente capace di offrire ai grandi campus latenza, ridondanza e apertura internazionale. La seconda è l’energia, che per un data center non è un servizio accessorio ma la materia prima. Tra il 2000 e il 2024 la produzione elettrica del Veneto è diminuita del 49,4 per cento; in Friuli Venezia Giulia è scesa del 43,5 per cento tra il 2020 e il 2024. Nello stesso arco lungo, la domanda è aumentata del 9,1 per cento, senza ancora incorporare l’assorbimento di un vero sistema regionale di centri di calcolo.
La frammentazione istituzionale allontana gli investitori
A questi limiti si aggiungono tempi autorizzativi incerti e una frammentazione istituzionale che il Nordest continua talvolta a scambiare per autonomia. Un grande investitore non compra soltanto un terreno: compra prevedibilità. Vuole sapere quanta potenza avrà, quando sarà disponibile, attraverso quali connessioni raggiungerà i mercati e quanto dureranno le autorizzazioni. Se per ottenere queste risposte deve attraversare una processione di enti, gestori, Comuni e tavoli tecnici, non premia il pluralismo amministrativo: cambia territorio.
Una proposta unitaria al posto della promozione istituzionale
È qui che il ritardo diventa politico. Una politica industriale seria non consiste nel commentare soddisfatti la crescita del 57 per cento, ignorando che riguarda soprattutto strutture piccole e medie. Consiste nel scegliere alcuni poli, predisporre aree brownfield, programmare la capacità elettrica, rafforzare fibra e nodi di interconnessione, rendere omogenee le procedure e presentarsi al mercato con
una proposta territoriale unitaria. Il resto è promozione istituzionale: un genere letterario molto praticato, ma raramente collegato alla presa di corrente.
Un modello policentrico legato alla manifattura
Non occorre inseguire Milano con una copia tardiva del suo modello. Il Nordest potrebbe costruire una piattaforma policentrica: data center industriali ed edge computing per manifattura avanzata, logistica, portualità, sanità, ricerca, spazio, difesa e intelligenza artificiale; infrastrutture distribuite tra i principali poli produttivi, connesse alle università e alle filiere tecnologiche. Sarebbe una strategia coerente con il capitalismo diffuso dell’area e trasformerebbe i dati in un’infrastruttura di competitività, non soltanto in un investimento immobiliare energivoro.
Incentivi selettivi per infrastrutture sostenibili
Ogni insediamento andrebbe selezionato con rigore. Un data center consuma energia, occupa suolo e può richiedere acqua; non merita corsie preferenziali soltanto perché porta un’etichetta digitale. Gli incentivi dovrebbero premiare aree dismesse, recupero del calore, raffreddamento a ciclo chiuso, nuova capacità rinnovabile, efficienza misurabile e integrazione con la filiera locale. La politica industriale non è dire sì a tutto. È sapere a che cosa dire sì, a quali condizioni e per quale obiettivo.
Miliardi potenziali, ma nessun hyperscale all’orizzonte
Il costo della partita rende evidente l’assenza di regia. Ogni MW richiede investimenti stimati tra 10 e 15 milioni di euro: anche una quota limitata delle richieste registrate nel Triveneto può tradursi in miliardi di capitale. Eppure, secondo gli operatori, nei prossimi tre-cinque anni non si vede all’orizzonte alcun progetto hyperscale nel Nordest. Non è un incidente meteorologico. È il risultato di anni nei quali energia, reti digitali, urbanistica produttiva e attrazione degli investimenti sono state trattate come pratiche separate.
Il territorio che costruisce i data center degli altri
Il Nordest ama raccontarsi come un territorio che fa. Ed è vero: le imprese fanno, esportano, innovano, investono. Ma proprio per questo la debolezza pubblica appare più grave. Senza una politica industriale e territoriale capace di comporre infrastrutture, capitale e decisione, continueremo a celebrare aziende che costruiscono i data center degli altri. Saremo bravissimi a raffreddare i server del mondo e molto meno capaci di scaldare il nostro futuro



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