Creare un collegamento stabile tra ricerca, sistema produttivo e società, facendo dell’eredità di Alessandro Volta uno strumento per affrontare le nuove frontiere scientifiche e tecnologiche. È questa la missione del Comitato nazionale per la celebrazione del bicentenario della morte di Alessandro Volta, presieduto dal matematico Vincenzo Vespri.
Il Comitato è finanziato con 6 milioni di euro, ripartiti in 2 milioni l’anno dal 2025 al 2027, attraverso il Fondo per l’innovazione tecnologica e la digitalizzazione. Le risorse sostengono attività di ricerca e divulgazione, iniziative formative, convegni e progetti rivolti agli studenti. Il filo conduttore è l’attualizzazione del pensiero voltiano, collegando il metodo scientifico alle trasformazioni dell’economia e della società.
L’Italia dispone di strutture accademiche di alto livello e di realtà industriali capaci di innovare, ma fatica ancora a trasformare queste competenze in un ecosistema stabile. Ne risentono la formazione dei giovani e la capacità delle aziende di intercettare le discontinuità tecnologiche. Il Comitato punta a ricomporre questi mondi, riportando la conoscenza scientifica dentro le scelte collettive.
Vespri, il Comitato Volta nasce con l’obiettivo di mettere a sistema competenze scientifiche, tecnologiche e industriali. Qual è oggi la sua funzione principale?
Il compito essenziale è costruire un collegamento stabile tra ricerca, sistema produttivo e opinione pubblica. Abbiamo numerose strutture universitarie di alto livello e aziende impegnate nell’innovazione, ma manca spesso un luogo nel quale queste realtà possano confrontarsi con continuità. Serve una relazione che consenta alla conoscenza di circolare e alle esigenze della società di arrivare nei luoghi in cui si fa ricerca. La questione riguarda la capacità del Paese di riconoscere i cambiamenti e tradurli in formazione e scelte industriali.
Quali conseguenze produce la distanza tra formazione accademica e trasformazione tecnologica?
Recentemente ho partecipato a una commissione di laurea e ho visto studenti presentare tesi dedicate a tecnologie di quindici anni fa. Un secolo fa uno scarto di questo tipo avrebbe avuto un peso diverso, perché il progresso procedeva con ritmi più lenti. Oggi, invece, significa rischiare di preparare i giovani su temi già superati. Quando i programmi non seguono l’evoluzione della conoscenza, la formazione perde efficacia proprio nel momento in cui dovrebbe fornire gli strumenti per affrontare il futuro. Un contatto più diretto con ciò che avviene fuori dagli atenei renderebbe evidente la necessità di rinnovare contenuti e metodi. Il punto è capire quali trasformazioni incideranno davvero sui processi produttivi e sulle professioni.
Il problema riguarda anche i criteri con cui viene valutato il lavoro accademico?
Sì. Il sistema universitario misura spesso la capacità di un docente soprattutto attraverso la produzione di pubblicazioni scientifiche. Si considera la collocazione editoriale e il numero di citazioni prodotte di un lavoro scientifico mentre è più difficile valutarne la qualità sostanziale, la relazione con i problemi emergenti e le ricadute oltre il perimetro accademico. Non significa subordinare la libertà scientifica alle esigenze immediate del mercato, ma riconoscere che l’isolamento non giova né alla ricerca di base né a quella applicata. Il confronto con aziende e istituzioni può aprire nuove domande e rendere più visibile il valore delle competenze prodotte negli atenei.
Quale insegnamento può offrire oggi Alessandro Volta?
Volta insegna prima di tutto a misurarsi con la novità. Quando Galvani realizzò il celebre esperimento della rana, non continuò semplicemente lungo il proprio percorso ignorando ciò che era accaduto. Si confrontò con quella scoperta, ne analizzò le implicazioni e si collocò sulla nuova frontiera della conoscenza. La scienza avanza quando è capace di mettere alla prova le proprie convinzioni, osservare ciò che cambia e aprirsi a ipotesi nuove. L’eredità voltiana non consiste soltanto nei risultati raggiunti, ma nel metodo: curiosità, disponibilità al confronto e capacità di trasformare un problema teorico in un percorso destinato ad avere conseguenze tecnologiche, economiche e sociali. È questa la lezione che il Comitato deve riportare nel presente, soprattutto tra i giovani: la ricerca è uno dei motori attraverso cui una società comprende il proprio tempo e costruisce possibilità di sviluppo.
La difficoltà di interpretare il cambiamento riguarda anche il sistema industriale?
Certamente. Nel tempo abbiamo visto scomparire comparti e aziende che non sono riusciti a cogliere per tempo l’evoluzione tecnologica o a rivedere i propri modelli. Per il sistema produttivo, restare distante dalla ricerca significa ridurre la capacità di anticipare le discontinuità e investire sulle competenze necessarie. Il rapporto deve essere bidirezionale. Gli atenei possono aiutare le aziende a leggere le trasformazioni di lungo periodo, mentre l’industria può offrire alla ricerca un confronto con problemi concreti, processi produttivi e nuove domande tecnologiche. Il valore nasce quando queste esperienze smettono di procedere in parallelo e diventano parti di uno stesso percorso. Il Comitato Volta può rendere più sistematico questo passaggio, creando occasioni di confronto e diffondendo la cultura scientifica. Il risultato atteso è un contesto nel quale l’innovazione diventi una responsabilità comune, dalla formazione alle politiche pubbliche.




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