La resilienza Internet non si misura soltanto nella capacità di una piattaforma digitale di assorbire un picco di traffico o di respingere un attacco informatico. Dipende anche dalla tenuta delle reti elettriche, dall’integrità dei cavi in fibra, dalla disponibilità dei sistemi di risoluzione dei domini e, sempre più spesso, dalle decisioni dei governi. È il quadro che emerge dal report trimestrale di Cloudflare Radar sulle principali interruzioni della connettività osservate nel secondo trimestre del 2026. Tifoni, terremoti, blackout nazionali, conflitti, errori tecnici e shutdown amministrativi hanno prodotto effetti immediati sul traffico Internet, trasformando fenomeni fisici e politici in disservizi digitali misurabili.
La fotografia proposta da Cloudflare non descrive un unico punto di rottura, ma una catena di dipendenze. La rete globale viene spesso percepita come un’infrastruttura astratta, distribuita e quindi quasi immune agli eventi locali. I dati raccolti mostrano invece il contrario: Internet è globale nel funzionamento, ma resta profondamente legata a elementi territoriali. Una centrale elettrica fuori servizio, un cavo interrotto, un errore di configurazione o un provvedimento governativo possono ridurre in poche ore la capacità di un intero Paese di comunicare, lavorare e accedere ai servizi essenziali.
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Il clima estremo colpisce anche le infrastrutture digitali
Uno degli episodi più rilevanti del trimestre riguarda il Super Tifone Sinlaku, indicato dal report come il più intenso della stagione nel Pacifico. A Guam, l’evento ha provocato un calo del traffico Internet fino all’80% rispetto ai livelli attesi. La riduzione non viene collegata soltanto ai danni diretti alle reti di telecomunicazione, ma anche ai blackout elettrici e ai problemi alle infrastrutture idriche.
Il dato evidenzia un aspetto centrale per la pianificazione della continuità operativa. Le reti digitali possono disporre di ridondanza, sistemi di instradamento alternativi e risorse distribuite, ma restano esposte quando vengono meno energia, accessibilità ai siti tecnici e servizi di base. In presenza di eventi meteorologici estremi, la resilienza non dipende quindi da un singolo operatore. È il risultato del coordinamento tra gestori elettrici, telco, data center, autorità locali e fornitori di servizi cloud.
Per le imprese, questo significa che i piani di disaster recovery non possono limitarsi al backup delle applicazioni o alla replica dei dati. Devono considerare anche l’indisponibilità delle connessioni, la difficoltà di raggiungere fisicamente le infrastrutture e il possibile isolamento di aree geografiche. La distribuzione dei carichi su più regioni cloud riduce alcuni rischi, ma non elimina la vulnerabilità dell’ultimo miglio e delle reti di accesso utilizzate da dipendenti, clienti e fornitori.
I terremoti e la visibilità in tempo reale sugli impatti
Il 24 giugno due terremoti di magnitudo 7,5 hanno colpito il Venezuela settentrionale. Secondo Cloudflare Radar, gli eventi hanno generato un’immediata riduzione del traffico Http sulle principali reti del Paese. Il valore del monitoraggio non risiede soltanto nella misurazione del disservizio. La variazione del traffico diventa un indicatore quasi in tempo reale dell’impatto del sisma sulla connettività.
Questa capacità di osservazione può assumere rilievo anche nella gestione delle emergenze. Un crollo improvviso delle comunicazioni può segnalare interruzioni elettriche, danni alle dorsali o problemi alle reti mobili prima che siano disponibili informazioni complete dal territorio. I dati Internet non sostituiscono le valutazioni delle autorità, ma possono contribuire a individuare le aree in cui la capacità di comunicazione si è deteriorata più rapidamente.
La stessa logica riguarda la Pubblica amministrazione. Quando servizi sanitari, sistemi di allerta, piattaforme di protezione civile e canali informativi dipendono dalla connettività, la disponibilità della rete diventa parte della risposta all’emergenza. Non basta mantenere online i sistemi centrali: è necessario che cittadini e operatori possano raggiungerli. Il tema si sposta così dalla resilienza del data center alla resilienza dell’intero ecosistema di accesso.
Senza elettricità la rete si spegne
Il caso della Tanzania mostra con chiarezza il legame tra energia e traffico digitale. Un blackout elettrico nazionale ha determinato un crollo della connettività per almeno cinque ore. Dal punto di vista dell’utente, l’effetto può risultare simile a quello di uno shutdown intenzionale: servizi irraggiungibili, comunicazioni interrotte e attività economiche rallentate.
La differenza è nella causa, non necessariamente nelle conseguenze. Se la rete elettrica non garantisce continuità, le batterie e i generatori presenti nei siti di telecomunicazione offrono una protezione limitata nel tempo. La durata del disservizio dipende dalla disponibilità di combustibile, dalla manutenzione e dalla capacità di intervenire rapidamente. Nei mercati in cui l’alimentazione è più instabile, il costo della connettività comprende quindi anche gli investimenti necessari per rendere autonomi i nodi di rete.
Per gli operatori telco, la continuità energetica assume un peso crescente nella progettazione. L’espansione dei servizi digitali, del cloud e delle applicazioni in tempo reale aumenta la dipendenza da infrastrutture sempre disponibili. Allo stesso tempo, la densificazione delle reti rende più articolata la protezione dei siti. Il problema non riguarda soltanto la copertura, ma la capacità di mantenere operativi apparati e collegamenti durante crisi prolungate.
Il ritorno parziale dell’Iran dopo 88 giorni
Il report documenta anche il graduale ritorno online dell’Iran dopo un blackout nazionale durato 88 giorni. Il traffico Internet è inizialmente risalito al 40% dei livelli precedenti allo shutdown, per poi stabilizzarsi intorno al 59%. La ripresa, dunque, non ha coinciso con un pieno ritorno alla normalità.
Il dato è rilevante perché mostra che la riapertura formale della connettività non garantisce necessariamente il ripristino effettivo dei servizi. Possono persistere limitazioni di accesso, danni alle infrastrutture, filtri, congestioni o difficoltà operative. La disponibilità della rete va perciò misurata non come condizione binaria, online oppure offline, ma come capacità reale di raggiungere applicazioni e contenuti con livelli adeguati di qualità.
Cloudflare segnala inoltre bassi livelli di traffico verso la regione cloud Aws negli Emirati Arabi Uniti, ancora condizionata dai danni infrastrutturali provocati dal conflitto in Medio Oriente. Anche in questo caso emerge il rapporto tra geopolitica e architetture digitali. Le regioni cloud sono progettate per garantire disponibilità e ridondanza, ma operano all’interno di contesti fisici. Cavi, energia, interconnessioni e data center restano esposti alle conseguenze di una crisi regionale.
Per le aziende internazionali, il messaggio è diretto. La scelta di una regione cloud non può dipendere soltanto da costi, latenza e conformità normativa. Deve includere una valutazione del rischio geopolitico e della capacità di spostare servizi e dati quando un’area diventa instabile. La multiregionalità può mitigare l’impatto, purché sia accompagnata da procedure già testate e da dipendenze applicative realmente distribuibili.
Gli shutdown governativi diventano una pratica ricorrente
Nel secondo trimestre del 2026 Cloudflare ha rilevato tre shutdown governativi in Iraq e dieci in Sudan, tutti disposti per limitare i tentativi di copiatura durante gli esami nazionali. La pratica, secondo il report, è stata osservata anche nei trimestri precedenti.
La scelta di interrompere o limitare l’accesso a Internet per ragioni amministrative produce un impatto che va oltre l’obiettivo dichiarato. Durante uno shutdown vengono coinvolti anche soggetti estranei agli esami: imprese, professionisti, servizi pubblici, banche, attività commerciali e cittadini. La rete viene trattata come un interruttore unico, mentre nella realtà sostiene una pluralità di funzioni economiche e sociali.
Il fenomeno apre un problema di proporzionalità. Ridurre la connettività per controllare una specifica attività può generare costi diffusi e difficili da misurare. Per gli operatori, inoltre, gli shutdown imposti dall’alto complicano la gestione del servizio e incidono sulla fiducia degli utenti. Per le imprese internazionali, rappresentano un rischio operativo che non può essere affrontato con strumenti tecnici ordinari, perché la causa non è un guasto ma una decisione politica.
La ricorrenza di questi episodi suggerisce che la resilienza digitale debba comprendere anche la capacità di operare in ambienti nei quali l’accesso alla rete può essere limitato per scelta istituzionale. Sistemi offline, procedure alternative e canali di comunicazione ridondanti diventano strumenti di continuità, soprattutto per organizzazioni che operano in più Paesi.
Dnssec e fibra, i guasti tecnici restano decisivi
Non tutte le interruzioni osservate nel trimestre derivano da disastri o crisi politiche. Cloudflare segnala un errore nella gestione delle firme Dnssec del dominio tedesco .de, che ha reso temporaneamente irraggiungibili numerosi siti. L’episodio ricorda quanto i servizi digitali dipendano da componenti condivise e spesso invisibili all’utente.
Il Dns è una delle funzioni fondamentali di Internet. Un sito può essere pienamente operativo sul piano applicativo, ma risultare inaccessibile se il nome di dominio non viene risolto correttamente. Dnssec aggiunge meccanismi di autenticazione alle risposte, ma una gestione errata delle firme può produrre l’effetto opposto a quello previsto: invece di proteggere l’accesso, può impedirlo.
Il caso tedesco evidenzia il peso degli errori di configurazione. La robustezza della rete non dipende soltanto dalla qualità dell’hardware o dalla presenza di sistemi ridondanti. Conta anche la disciplina operativa, dalla gestione delle chiavi alla verifica delle modifiche. Più un servizio è centrale, maggiore è la necessità di procedure di controllo, automazione affidabile e possibilità di ripristino rapido.
A Saint Lucia, invece, il taglio di un cavo in fibra ottica ha causato una riduzione di circa il 60% del traffico Internet nazionale. Il dato mostra la vulnerabilità dei Paesi e dei territori collegati attraverso un numero limitato di dorsali. Quando manca una sufficiente diversificazione dei percorsi, un singolo incidente fisico può produrre effetti su larga scala.
Dalla ridondanza tecnica alla resilienza di sistema
Il report di Cloudflare Radar offre una lettura unitaria di eventi molto diversi. Un tifone, un terremoto, un errore Dnssec e uno shutdown governativo non hanno la stessa origine, ma convergono sul medesimo risultato: la riduzione della capacità di accedere alla rete. È questa convergenza a rendere la resilienza Internet un tema economico e industriale, non soltanto tecnico.
Per le telco, la priorità è aumentare la diversificazione delle infrastrutture e rafforzare il coordinamento con i gestori energetici. Per i cloud provider, serve garantire portabilità dei carichi e interconnessioni alternative. Le imprese devono verificare che i propri piani di continuità funzionino anche quando il problema riguarda l’accesso degli utenti, non solo la disponibilità dei server. La Pubblica amministrazione, infine, deve considerare la connettività come una componente dei servizi essenziali e della gestione delle emergenze.
I dati di Cloudflare derivano dall’osservazione del traffico sulla rete globale dell’azienda e restituiscono quindi una prospettiva specifica, non una misurazione esaustiva di ogni infrastruttura o di ogni utente. Rimangono però utili per individuare variazioni improvvise, tempi di recupero e differenze tra Paesi. Il loro valore aumenta quando vengono letti insieme alle informazioni provenienti da operatori, autorità e soggetti locali.
La conclusione è che Internet non diventa resiliente soltanto perché è distribuita. La distribuzione riduce alcuni rischi, ma non annulla le dipendenze fisiche, energetiche e politiche. Il secondo trimestre del 2026 mostra che la continuità digitale si costruisce prima delle crisi, attraverso investimenti, ridondanza, procedure e cooperazione. Quando l’interruzione si verifica, la velocità del ripristino dipende da quanto l’intero sistema, e non il singolo nodo, è stato progettato per resistere.







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