Il settore dell’intelligenza artificiale è in piena espansione, e di conseguenza molti investitori hanno già preso parte alla corsa per scalare rapidamente le infrastrutture digitali. Basti pensare che, secondo il Financial Times, i finanziamenti per le transazioni relative ai data center nel 2026 sono aumentati di circa il 70% rispetto al 2025 (raggiungendo i 58 miliardi di dollari), con circa 850 progetti in corso a livello globale.
Tuttavia, questo entusiasmo viene sempre più spesso frenato da nuove forme di resistenza politica e sociale, che si manifestano in attivismo, azioni legali e moratorie contro progetti e politiche relative ai data center. Gran parte delle critiche ruota attorno a preoccupazioni legate alla sostenibilità, che spaziano dallo spreco di risorse all’impatto dei campus sui prezzi dell’energia, sull’uso del suolo, passando per la potenziale violazione dei diritti umani e la transizione climatica. D’altra parte, gli obiettivi di sostenibilità stanno influenzando sempre più le strategie e le normative dei singoli Paesi in materia di economia digitale, insieme alle priorità di sicurezza nazionale e sovranità dei dati.
In questo scenario, lo studio legale A&O Shearman ha elaborato un’analisi delle tre principali aree in cui queste fibrillazioni possono influire sul modo in cui gli hyperscaler e gli altri operatori di data center dovranno gestire i rischi, creare un vantaggio competitivo e costruire la propria legittimità.
Indice degli argomenti
Il tema della sostenibilità come fattore abilitante per la gestione dei data center
Gli esperti di A&O Shearman puntano innanzitutto i riflettori sull’impronta idrica, di carbonio e di suolo che i data center generano nei territori che li ospitano.
Una recente ricerca dello United Nations University Institute for Water, Environment and Health ha evidenziato che, se considerati come una nazione, i data center globali sarebbero l’undicesimo maggiore consumatore di elettricità al mondo nel 2025, dopo la Francia e prima dell’Arabia Saudita.
Entro il 2030, si prevede che l’impronta idrica dei data center globali eguaglierà il fabbisogno idrico domestico minimo annuo di tutti gli 1,3 miliardi di abitanti dell’Africa subsahariana. Nello stesso anno, i rifiuti elettronici generati annualmente dalle infrastrutture di intelligenza artificiale, inclusi i data center, potrebbero equivalere allo smaltimento di quasi 250 Torri Eiffel.
Ma lo studio legale segnala anche gli impatti negativi sui diritti umani che possono essere collegati alle catene del valore dei data center, a partire dalle problematiche relative ai diritti dei lavoratori nelle catene di approvvigionamento minerarie, soprattutto nelle aree colpite da conflitti e ad alto rischio, da cui provengono i minerali critici necessari per la costruzione e il funzionamento dei data center. C’è poi il tema dello spostamento e dell’emarginazione delle comunità in cui vengono costruiti i data center, in particolare laddove manca il coinvolgimento della comunità locale e di altri stakeholder. A questo si aggiunge la potenziale violazione del diritto a un ambiente sano, a causa dell’aumento delle temperature, dell’inquinamento acustico e atmosferico, della scarsità d’acqua e di altre ripercussioni localizzate.
Come si evolve la regolamentazione
A&O Shearman ricorda poi che le raccomandazioni approvate a livello internazionale hanno stabilito che tutti gli attori della catena del valore dell’AI, inclusi gli hyperscaler e gli altri operatori di data center, hanno la responsabilità dell’impatto ambientale e sociale dell’AI. In particolare, gli attori della catena del valore dovrebbero garantire che i diritti umani e le libertà fondamentali siano “rispettati, protetti e promossi durante l’intero ciclo di vita dei sistemi di AI” e ridurre l’impatto ambientale diretto e indiretto dei sistemi di AI e delle infrastrutture dati. Di conseguenza, i governi stanno utilizzando strumenti legislativi e politici per promuovere pratiche più sostenibili nel settore dei data center.
Rispetto ai temi strettamente ambientali, è lecito supporre che un numero crescente di Paesi richiederà che i data center siano alimentati da una quota minima (a volte incrementale) di energia rinnovabile o verde. Tali requisiti sono già emersi nelle leggi e/o nei criteri di valutazione delle proposte di diverse giurisdizioni, tra cui Germania, Irlanda, Giappone e Singapore.
I vincoli della rete elettrica rappresentano un punto critico sia per le comunità locali che per gli operatori di data center. In risposta, alcuni Paesi richiedono o stanno valutando l’introduzione di requisiti che impongano ai data center di autoalimentarsi o di ricavare energia da fonti separate dalla rete elettrica (per esempio, Irlanda, Regno Unito e Stati Uniti). Inoltre, per proteggere le comunità locali dai costi associati alla gestione dei data center, le autorità stanno imponendo condizioni per le interconnessioni alla rete (ad esempio, requisiti per il finanziamento di ammodernamenti infrastrutturali e altri impegni finanziari).
Lo studio legale parla anche dell’introduzione di requisiti di trasparenza per i parametri energetici e ambientali e standard minimi di prestazione in termini di sostenibilità e sistemi di valutazione per i data center. Ci sono già iniziative avviate in questo senso, e A&O Shearman cita in particolare la Connection Policy for Data Centers dell’Irlanda, l’Energy Conservation Act del Giappone, il Green Mark for Data Centers di Singapore, il National Australian Built Environment Rating System e le prossime proposte del Data Center Efficiency Package dell’Ue, che mira a incentivare la diffusione di data center efficienti dal punto di vista energetico.
Sul piano dei diritti umani, operatori e investitori dovranno invece porre sempre più attenzione sulla legislazione relativa alla due diligence nella catena di approvvigionamento: sono previsti requisiti sempre più stringenti per identificare, prevenire, mitigare e porre rimedio agli impatti negativi sui diritti umani nelle loro attività, catene di approvvigionamento e altre relazioni commerciali. I player della filiera possono aspettarsi di essere sottoposti a un maggiore controllo per gli impatti delle loro catene di approvvigionamento, anche attraverso una crescente pressione per la pubblicazione di valutazioni d’impatto sui diritti umani e l’istituzione di meccanismi di responsabilità.
I regimi obbligatori volti a minimizzare e affrontare tali impatti negativi su persone, pianeta e società includono la Direttiva Ue sulla due diligence per la sostenibilità aziendale, il Regolamento Ue sui minerali provenienti da zone di conflitto, la Legge norvegese sulla trasparenza, la Legge statunitense sulla prevenzione del lavoro forzato degli uiguri, il divieto di importazione di manodopera forzata in Indonesia e le leggi sulla schiavitù moderna nel Regno Unito.
Sebbene possa sembrare poco vantaggioso sul piano economico costruire una solida governance per la gestione del rischio in materia di diritti umani, l’Ocse ha ribadito che le imprese con una reputazione di pratiche responsabili possono aspettarsi di “accedere più facilmente ai mercati dei capitali, attrarre relazioni commerciali di alto livello e muoversi con maggiore facilità nel panorama normativo“.
L’integrazione dei criteri di sostenibilità e il coinvolgimento degli stakeholder
La capacità di adattarsi in modo flessibile per soddisfare o superare i nuovi e mutevoli criteri di sostenibilità “best-in-class” (per esempio, in termini di efficienza energetica e idrica) avrà un effetto sempre più positivo sulla posizione competitiva di un operatore di data center in un mercato affollato, influenzando anche il modo in cui i finanziatori percepiscono l’investibilità di un progetto.
Il fabbisogno di terreno, i limitati benefici locali derivanti dalla creazione di data center, i problemi di accessibilità economica dell’elettricità, le preoccupazioni ambientali relative all’elevato fabbisogno di risorse e l’impatto sociale dell’intelligenza artificiale sono tra le ragioni per cui le comunità locali possono opporsi ai progetti di data center.
Pertanto, al di là degli standard tecnici, i processi di valutazione per l’assegnazione di progetti di data center dovrebbero considerare sempre più il modo in cui i progetti si allineino con gli interessi dei paesi e delle comunità ospitanti e li promuovano.
Ciò mette in evidenza l’importanza di un coinvolgimento autentico con le parti interessate e della consultazione con le comunità e i governi locali. In questo contesto, gli operatori possono rafforzare la propria licenza sociale a operare fornendo benefici tangibili (ad esempio, organizzando l’utilizzo della capacità energetica e dei servizi del data center da parte delle comunità/imprese locali) e mantenendo impegni economici significativi che vadano oltre i semplici investimenti nei data center.
Per A&O Shearman la legittimità attraverso una strategia di sostenibilità è un prezioso elemento di differenziazione: alla luce dei mutevoli quadri normativi, dei criteri di valutazione dei progetti e delle aspettative degli stakeholder, una strategia di sostenibilità credibile sta diventando sempre più un elemento distintivo per gli sviluppatori e i gestori di data center.
Gli operatori in grado di gestire in modo proattivo i rischi legali e reputazionali riusciranno infatti a ottenere priorità nelle approvazioni normative e nei processi di appalto, ampliando l’accesso ai finanziamenti, godendo di sovvenzioni e agevolazioni fiscali e riscuotendo una maggiore accettazione sociale.







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