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Il pubblico può accendere l’orbita. Ma senza capitale privato l’industria non decolla


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All’International Space Summit di Parigi il ministro Urso fa emergere la priorità per Italia ed Europa: trasformare gli investimenti statali in crescita, consolidamento delle Pmi e nuove risorse finanziarie per portare le eccellenze tecnologiche su scala globale

Pubblicato il 10 set 2026

Alessandro Sannini

Private Equity Investor, Membro della Commissione Nazionale Space Economy Federmanager e investitore



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Il pubblico può accendere l’orbita. Ma senza capitale privato l’industria non decolla




Nello spazio si può comprare tempo con denaro pubblico. Non si può comprare per decreto un’industria competitiva. È questa la parte più interessante dell’intervento di Adolfo Urso all’International Space Summit di Parigi: l’investimento pubblico deve «generare mercato». Quattro parole che sembrano tecniche e sono, invece, una scelta di politica industriale. Perché generare mercato significa usare lo Stato per aprire una traiettoria, ridurre il rischio iniziale, creare domanda e mettere le imprese nelle condizioni di correre. Non significa trasformare la space economy in una processione permanente di bandi, contributi e programmi che finiscono per diventare il mercato stesso.

Il pubblico deve accendere l’ignizione

Il capitale pubblico serve. Eccome. In un settore dove i cicli tecnologici sono lunghi, i costi di qualificazione elevati, la domanda istituzionale decisiva e la dimensione geopolitica ineliminabile, fingere che tutto possa essere lasciato al mercato sarebbe ingenuo. Ma proprio perché il pubblico è necessario, va usato bene: come kicker, come de-risker, come primo cliente, come anchor. Deve accendere l’ignizione. Poi deve entrare altro capitale, quello che seleziona, misura, disciplina e scala. Se non succede, non abbiamo creato un mercato: abbiamo semplicemente allungato un programma.

Urso ha ricordato che, nel rapporto OCSE presentato a Parigi, Italia e Francia figurano ai vertici per quota di investimenti pubblici in ricerca e sviluppo nella space economy, con il 14,1%. È un dato che può essere letto come una medaglia. Sarebbe più utile leggerlo come un obbligo. Se il pubblico investe molto, la domanda non è quanto ha speso. La domanda è quanta capacità industriale ha generato per ogni euro impegnato: quanta produzione in più, quanto export, quante tecnologie passate dal laboratorio alla commessa, quante imprese diventate abbastanza grandi da acquisire anziché essere acquisite, quanto capitale privato è stato trascinato dentro.

Dalla spesa pubblica alla capacità di attrarre capitali

Mariana Mazzucato ha sintetizzato il punto con una formula che dovrebbe stare sulla scrivania di chiunque disegni politica industriale: «Modern industrial policy should shape markets, not just fix their failures». E, parlando del ruolo della finanza pubblica, aggiunge che un investimento iniziale può «catalyze innovation and “crowd in” private investment across multiple sectors». Il passaggio cruciale è tutto lì: il pubblico non deve limitarsi a coprire un vuoto, deve costruire condizioni nelle quali altri capitali abbiano convenienza a entrare.

Questo cambia radicalmente il metro di giudizio. Non basta annunciare un fondo, aprire una call o finanziare cento progetti. Una politica industriale funziona se orienta una direzione di crescita e poi mobilita risorse aggiuntive. Se crea domanda prevedibile, segnali di mercato, piattaforme finanziarie, capacità produttiva e consolidamento. Il suo successo non è la quantità di Stato presente nell’economia, ma la qualità del mercato che resta quando lo Stato arretra di un passo.

Il nodo delle PMI italiane

Ed è qui che la narrativa europea sulle startup mostra il suo limite. Le startup sono indispensabili: portano discontinuità, velocità, nuove architetture tecnologiche. Ma l’Italia spaziale non è fatta soltanto di startup. È una galassia molto più ampia di PMI specialistiche che producono elettronica, meccanica di precisione, componentistica, materiali avanzati, sottosistemi, payload, software, ground segment, propulsione, servizi e tecnologie dual use. Aziende con decenni di storia, heritage di volo, certificazioni e competenze rare. Non hanno un problema di idea. Hanno un problema di scala.

Ed è un problema diverso. Una società pre-revenue ha bisogno di venture capital, pazienza tecnologica e capacità di assorbire rischio. Una PMI che fattura 20, 40 o 70 milioni, ha backlog, margini, impianti e clienti ma vuole raddoppiare la capacità produttiva, aprire un sito, comprare un concorrente o entrare in una nuova geografia, ha bisogno di altro: growth equity, private equity industriale, co-investimento, debito strutturato, strumenti di lungo periodo. Continuare a trattare entrambe come se fossero la stessa creatura finanziaria significa usare la grammatica dell’incubatore per risolvere un problema di politica industriale.

Qui si apre il vero dossier italiano. Abbiamo imparato a parlare di innovazione, molto meno di consolidamento. Celebriamo il prototipo, ma finanziamo con più fatica la fabbrica. E lasciamo spesso scoperto il momento in cui servono decine di milioni, management strutturato, acquisizioni e internazionalizzazione. È lì che molte eccellenze diventano vulnerabili: la tecnologia è già stata de-rischiata, il capitale per fare scala no.

Una politica industriale lungo tutta la curva della crescita

Una politica industriale moderna dovrebbe coprire l’intera curva. Il pubblico può entrare come anchor investor in fondi privati verticali; può costruire meccanismi di co-investimento; può usare il procurement per rendere leggibile la domanda futura; può favorire piattaforme di buy-and-build tra PMI complementari; può ridurre le asimmetrie informative che tengono lontani fondi pensione, assicurazioni, family office e corporate investors. Non deve scegliere ogni vincitore al posto del mercato. Deve rendere investibile una traiettoria industriale oggi troppo frammentata o troppo piccola per il capitale istituzionale.

Questo è il senso più utile di una politica orientata alla missione: fissare una direzione abbastanza chiara da coordinare soggetti diversi senza soffocare l’iniziativa privata. Nello spazio le missioni sono persino più leggibili che altrove: autonomia strategica europea, resilienza delle supply chain, accesso allo spazio, telecomunicazioni sicure, osservazione della Terra, navigazione, capacità in-orbit, esplorazione e dual use. Il pubblico può dare direzione e visibilità. Ma il mercato deve trasformare quella direzione in imprese più grandi, più capitalizzate e più capaci di competere.

L’Europa guarda oltre l’early stage

Anche l’Europa sta lentamente riconoscendo che l’early stage non basta. La proposta sul prossimo quadro del programma spaziale estende CASSINI verso le fasi di crescita e introduce una logica di industrial scale-up per nuovi impianti e rafforzamento delle catene di fornitura. È un passaggio importante perché rompe un equivoco: la sovranità tecnologica non si misura dal numero di pitch deck finanziati. Si misura dalla capacità di produrre, integrare, consegnare, mantenere e aggiornare tecnologie critiche su scala europea.

Il capitale privato, però, non può essere chiamato a tavola quando il menu è già deciso. Deve entrare prima. Deve contribuire a selezionare, aggregare, governare e portare disciplina finanziaria. E deve poter guadagnare. In Europa lo si pronuncia ancora con un certo imbarazzo, quasi che il rendimento fosse incompatibile con l’interesse strategico. È l’opposto: senza ritorni adeguati al rischio non nasce una classe stabile di investitori specializzati, ma una sequenza di operazioni episodiche.

Dal venture capital al private equity: servono più strumenti

Per questo la frase di Urso va presa sul serio fino alle sue conseguenze. Se l’investimento pubblico deve generare mercato, allora il successo non sarà avere più sussidi, ma avere più capitale privato che investe dopo di essi. Non solo venture capital. Anche private equity, growth capital, credito specializzato, fondi infrastrutturali quando serve, corporate capital. E capitale capace di vedere nelle PMI la piattaforma sulla quale costruire i prossimi campioni europei.

Il rischio di finanziare imprese che altri compreranno

La questione, alla fine, è semplice. Il pubblico può finanziare il decollo. Può ridurre il rischio, comprare il primo servizio, creare domanda, indicare la rotta. Ma la distanza si percorre con capitale, scala e mercato. Se continuiamo a finanziare soltanto il momento dell’accensione, avremo ottima tecnologia e aziende troppo piccole; prototipi eccellenti e bilanci fragili; supply chain strategiche che, una volta mature, finiranno nel radar di chi dispone di capitali più profondi. Il paradosso sarebbe perfetto: usare denaro pubblico europeo per de-rischiare imprese che altri compreranno quando saranno pronte.

Lo spazio non perdona le mezze missioni. E nemmeno l’industria. Lo Stato deve accendere il motore, non tenerlo acceso per sempre. Il capitale privato deve prendere velocità, finanziare la scala e trasformare tecnologia in potere industriale. Perché la sovranità non si perde quando manca un lancio. Si perde quando finanziamo il decollo e lasciamo ad altri il controllo dell’orbita.

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