L’epigrafe che apre il volume di Arturo Di Corinto “Guerra profonda. Hacker, bugie e l’architettura segreta dei nuovi conflitti” tratta da Bruce Schneier – «La democrazia è un sistema socio-tecnico. E tutti i sistemi socio-tecnici possono essere hackerati» – ne condensa già la tesi. Per Di Corinto, giornalista e studioso che da oltre trent’anni si occupa di hacking, cultura digitale e sicurezza informatica, i conflitti contemporanei non si combattono più soltanto con missili e droni, ma con software, algoritmi, piattaforme e, soprattutto, con la manipolazione delle percezioni. È ciò che l’autore chiama «guerra algoritmica»: l’uso di software, intelligenza artificiale e piattaforme digitali «per sviluppare strategie politiche ed economiche, ma anche interventi militari, operazioni cibernetiche e di influenza informativa» (p. 22).
Il racconto prende avvio dalla guerra in Medio Oriente del marzo 2026. Agli attacchi militari si affiancano, prima e dopo le operazioni sul terreno, centinaia di attacchi informatici e una circolazione incessante di contenuti sintetici su X, Telegram e YouTube. In questo scenario, i prediction market come Polymarket svolgono una funzione ambivalente: registrano le aspettative sugli sviluppi geopolitici, ma possono anche diventare canali attraverso cui si alimentano narrazioni fuorvianti, giacché anticipare un evento, o far credere che sia probabile, da un lato, contribuisce inevitabilmente a orientare le condotte e, dall’altro, può incidere sugli eventi stessi.
L’impianto del libro, illustrato nell’introduzione, procede per passaggi successivi. I primi tre capitoli esaminano la competizione per la sovranità digitale fra Big Tech e Big State e l’impiego dell’intelligenza artificiale nelle minacce ibride, mentre i capitoli quarto e quinto approfondiscono la guerra cognitiva, distinguendo infowar, netwar e cyberwar e ripercorrendo l’evoluzione dell’hacktivism. Gli ultimi due capitoli, che si segnalano per la loro tragica attualità, applicano queste categorie alla guerra russo-ucraina e al conflitto che coinvolge Israele, Hamas e Iran. La tesi che unisce le diverse parti sembra essere netta: attacchi informatici, manipolazione dell’informazione e impiego letale dell’IA incidono sulla sovranità digitale e, con essa, sulla libertà di Stati e cittadini.
Indice degli argomenti
Propaganda computazionale e disinformazione: l’arte di dividere
Uno degli aspetti più interessanti (e anche avvincenti) del volume è l’analisi della propaganda computazionale e della disinformazione, considerate non come una semplice produzione di notizie false, ma come pratiche orientate a incrinare la coesione sociale. Di Corinto separa opportunamente le nozioni: la propaganda tende a essere riconoscibile e mira a costruire consenso; la disinformazione consiste invece nel «tentativo occulto di manipolare l’informazione per fuorviare il ricevente» (p. 99). La distingue inoltre dalla misinformation, falsa informazione diffusa senza intenzione ingannatoria, e dalla malinformation, che impiega invece contenuti autentici con finalità dannose, secondo la tassonomia di Wardle e Derakhshan (p. 56).
Il tratto comune è l’uso strategico dell’informazione per influenzare il comportamento altrui, anche contro gli interessi di chi la riceve, laddove la tecnologia moltiplica la portata di queste pratiche.
Partendo da un solido impianto teorico, l’autore definisce la propaganda computazionale come l’impiego combinato di algoritmi, automazione e intervento umano per diffondere deliberatamente informazioni ingannevoli sui social media (p. 97). Si tratta di una categoria che abbraccia soggetti molto diversi – individui, gruppi organizzati, volontari e professionisti – che sfruttano social network, motori di ricerca e modelli linguistici con contenuti emotivamente intensi che riescono a catturare l’attenzione più facilmente di argomentazioni articolate. In altri termini, notizie false e rappresentazioni distorte sono alimentate per mezzo del ricorso a strategie più efficaci che fanno leva su paure, indignazione, minacce e teorie del complotto.
La polarizzazione, in questa ricostruzione, non è un esito accidentale, ma una finalità perseguita. È particolarmente intrigante che le piattaforme siano presentate come ambienti progettati per massimizzare il coinvolgimento e, spesso, accentuare la contrapposizione fra opinioni, come dimostrano le campagne che hanno accompagnato le elezioni statunitensi del 2016, la Brexit e il voto romeno del 2024. Di Corinto rintraccia precedenti storici nelle «misure attive» sovietiche, concepite per rendere incerta la percezione della realtà e sfruttare fratture già presenti, richiamando inoltre le strategie attribuite ad Aleksandr Dugin e il modello delle «4D» – dismiss, distort, distract, dismay – riconducendoli alla logica del controllo riflessivo, oggi trasposta nella propaganda algoritmica (pp. 90-91).
Muovendo verso confini che si muovono oltre l’Occidente, uno dei fulcri del volume è la descrizione della «guerra cognitiva algoritmica» cinese, organizzata in sei fasi: profilazione, cattura dell’attenzione, suggerimento di un riferimento, induzione di una reazione, intervento tempestivo e gestione della gratificazione. Il passaggio cruciale è la segmentazione degli utenti in gruppi sempre più omogenei, attraverso sistemi di raccomandazione che consolidano veri e propri bozzoli informativi. In questo modo, la polarizzazione può essere alimentata in maniera sistematica, dove non manca anche l’esempio italiano della campagna social del 2018 che invocava l’impeachment del presidente Mattarella: secondo il volume, i messaggi provenivano da 360 account creati appositamente nello stesso giorno (p. 103).
Nel contesto che proviamo a descrivere, l’intelligenza artificiale generativa consente invece di portare la produzione di propaganda a una scala industriale. La rete russa Pravda avrebbe diffuso nel 2025 circa 6,3 milioni di articoli in 49 lingue, con una media di 17.000 contenuti quotidiani, anche allo scopo di contaminare le risposte dei chatbot. Secondo i test citati da NewsGuard, alcuni dei principali assistenti di IA avrebbero riproposto narrazioni false nel 33% dei casi esaminati, dove, poi, negli Stati Uniti, i siti che simulano testate giornalistiche per diffondere disinformazione sarebbero diventati più numerosi dei siti di informazione autentici (p. 58). La cosiddetta slopaganda (neologismo che fonde propaganda e slop, i contenuti digitali di bassa qualità prodotti dall’AI) completa il quadro: una persuasione basata sulla saturazione visiva e simbolica più che sulla forza degli argomenti, con l’erosione di una base di realtà condivisa, indispensabile perché le società possano discutere e cooperare (p. 58).
L’attacco alla mente: dallo spazio cognitivo al neurohacking
Il quarto capitolo, intitolato «Attacco alla mente», rappresenta, almeno a parere di chi scrive, il centro teorico dell’opera. Il ragionamento di partenza è che le decisioni individuali dipendono dalle informazioni disponibili: quando queste vengono costruite intenzionalmente per ingannare, diventano esse stesse strumenti di aggressione (p. 87). La guerra cognitiva viene descritta come l’azione di un soggetto esterno che sfrutta l’opinione pubblica per influenzare le politiche e destabilizzare le istituzioni, dove la sua specificità risiede nell’intenzione ostile, nell’attacco ai processi mentali e negli effetti prodotti sulla percezione degli avvenimenti, capaci di generare paura, rabbia e frustrazione e di tradursi in mobilitazione (non solo social), instabilità politica o conflitto (pp. 87-88).
Non si tratta, osserva Di Corinto, di una metafora a uso giornalistico. Le dottrine militari riconoscono ormai la dimensione cognitiva come parte del campo di battaglia e il rapporto dello Stato maggiore della Difesa del 2023 la colloca accanto agli spazi terrestre, marittimo, aereo, spaziale e cibernetico, sottolineando il ruolo di strumenti in grado di condizionare l’opinione pubblica e le decisioni collettive (pp. 88-89). In questo caso, le operazioni finalizzate a influenzare il pubblico fanno leva sui bias cognitivi: siamo inclini a respingere le informazioni percepite come minacciose per la nostra identità e ad accogliere quelle coerenti con convinzioni ed emozioni già consolidate. Gli ambienti digitali possono amplificare tale tendenza, aggregando gli utenti intorno a narrazioni comuni e reciprocamente rinforzanti.
A questo condizionamento si aggiunge la capacità persuasiva delle tecnologie. Il libro ricorda gli studi di B.J. Fogg, psicologo comportamentale e ricercatore alla Stanford University, noto per aver fondato il Behavior Design Lab e coniato il termine captologia: i computer possono influenzare le persone in quanto strumenti, mezzi di comunicazione e attori sociali; la fiducia che attribuiamo loro è favorita dall’apparenza di neutralità. Allo stesso modo, gli assistenti conversazionali possono alimentare questa dinamica quando scivolano nella sycophancy, assecondando le convinzioni dell’utente anche se inesatte (p. 70), così come il vibe-hacking porta la medesima logica nell’ambito delle frodi, sfruttando lo stato emotivo e i momenti di vulnerabilità della vittima per renderla più facilmente manipolabile (pp. 82-83).
Il passaggio, per dir così, più perturbante è quello sul cosiddetto hacking cerebrale (pp. 96-97). Le interfacce cervello-computer, anche sulla scia dei progetti di Neuralink, prospettano forme di intervento che non si limitano a influenzare l’elaborazione mentale dall’esterno, ma potrebbero incidere direttamente sui processi neurofisiologici. Di Corinto evoca la possibilità di indurre ricordi falsi, alterare percezioni e accedere a informazioni custodite nella mente: in caso di connessione in rete, anche dati apparentemente ordinari, come una password, potrebbero diventare parte di una nuova superficie d’attacco.
Il filo che collega questi fenomeni è l’incidenza sull’autonomia personale. Dal nudge che orienta le scelte di consumo, alla costruzione di comunità chiuse da narrazioni manipolate, fino all’ipotetica interferenza con i segnali neuronali, muta la profondità dell’intervento, ma resta costante il tentativo di condizionare la capacità di giudizio. Il capitolo conclusivo riprende perciò l’attacco alla mente come chiave di lettura dell’intera ricerca e descrive la guerra cognitiva quale esito estremo delle operazioni di intelligence fondate sulle “Misure Attive” (p. 172).
Conclusioni
Da quanto detto, dovrebbe essere evidente che siamo al cospetto di un volume che si presta a molteplici letture, capace di unire il ritmo della ricostruzione giornalistica alla ricerca documentale. In tutti i casi, sia quando è più tecnico sia quando ricorre alla divulgazione, si percepisce un forte rigore metodologico, dove ogni affermazione è supportata da studi e ricerche.
In questo senso, il merito forse maggiore consiste nel mettere in relazione ambiti che spesso vengono studiati separatamente: geopolitica delle infrastrutture, cybersecurity, psicologia della persuasione e storia della propaganda, dalle origini della comunicazione religiosa organizzata fino a Bernays e alla disinformazione sovietica. L’autore fa ampio ricorso alla letteratura grigia, scelta comprensibile quando si affrontano fenomeni recenti e in rapida evoluzione (p. 23). I riferimenti al contesto italiano sono particolarmente utili: dalle campagne DDoS di NoName057(16) contro istituzioni, aeroporti e banche, alle letture propagandistiche delle dimissioni del direttore dell’Agenzia per la cybersicurezza nazionale. Non è privo di significativo, peraltro, che la prefazione sia affidata proprio a Roberto Baldoni, direttamente coinvolto in quell’episodio.
Il volume di Di Corinto risulta stimolante anche se letto nella prospettiva giuridica, abituale per chi scrive: quasi inevitabile collegare il dibattito sui neurorights con alcune recenti interventi normativi, tra cui la riforma costituzionale cilena del 2021, il divieto previsto dall’art. 5 dell’AI Act per determinate tecniche manipolative e subliminali e gli obblighi del Digital Services Act relativi ai rischi sistemici per il discorso civico e i processi elettorali. La lettura evidenzia come le risposte legislative – dal GDPR al DSA, dal DMA all’AI Act e al Cyber Resilience Act – siano tasselli importanti, che dovranno essere però integrati, in un contesto geopolitico fortemente globalizzato, con ulteriori strumenti di contrasto.
In questa prospettiva possono essere sistematizzate le proposte conclusive: rafforzare la difesa psicologica sul modello dell’agenzia svedese istituita nel 2022, investire nel pre-bunking oltre che nel fact-checking, promuovere l’alfabetizzazione digitale lungo tutto il percorso educativo e affrontare la dipendenza algoritmica e la manipolazione selettiva.
Sono misure che presuppongono la consapevolezza e l’adesione al paradigma fondamentale dell’opera: lo spazio cognitivo è divenuto un teatro di confronto strategico, nel quale la disgregazione delle società aperte può essere perseguita con strumenti e metodi industriali. Difendere l’integrità del pensiero, individuale e collettivo, significa dunque proteggere una condizione essenziale della sovranità democratica e dell’esercizio dei diritti fondamentali.




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