lavoro e occupazione

Zte, intesa sugli esuberi: tetto a 55. Microsoft in agitazione


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La multinazionale cinese aveva inizialmente previsto 81 licenziamenti su 177 dipendenti. L’intesa con i sindacati introduce uscite volontarie, incentivi economici e percorsi di ricollocazione. Nel gruppo statunitense coinvolti 62 lavoratori, proclamato lo stato di agitazione

Pubblicato il 6 nov 2026

Federica Meta

Direttrice



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Facciata aziendale ZTE tra il verde


Punti chiave

  • Zte riduce gli esuberi da 81 a un massimo di 55; accordo al Ministero con incentivi, adesioni volontarie e percorsi di ricollocazione.
  • Non opposizione come criterio unico per le uscite; incentivi fino a 30 mensilità secondo anzianità e scadenze, outplacement finanziato e verifiche bimestrali.
  • Microsoft apre una procedura per 62 esuberi; sindacati in stato d’agitazione, criticano ricollocazioni insufficienti e chiedono un piano nazionale per le Tlc.
Riassunto generato con AI


Zte riduce da 81 a un massimo di 55 gli esuberi annunciati in Italia e raggiunge un accordo con i sindacati per gestire le uscite attraverso incentivi economici, adesioni volontarie e percorsi di ricollocazione professionale. L’intesa è stata sottoscritta al ministero del Lavoro, al termine di una vertenza che aveva portato alla proclamazione di uno sciopero nazionale il 20 ottobre. La multinazionale cinese delle telecomunicazioni aveva avviato l’11 settembre una procedura di licenziamento collettivo che coinvolgeva 81 dei 177 dipendenti italiani, quasi la metà dell’organico.

L’accordo arriva mentre un’altra multinazionale tecnologica, Microsoft, affronta una nuova vertenza occupazionale nel nostro Paese. Il gruppo statunitense ha aperto una procedura per 62 licenziamenti su 995 dipendenti, la terza in tre anni, provocando la proclamazione dello stato di agitazione da parte di Filcams Cgil, Fisascat Cisl e Uiltucs. Due situazioni differenti per andamento delle trattative e dimensioni aziendali, accomunate dalla preoccupazione delle rappresentanze dei lavoratori per la progressiva riduzione delle attività e delle competenze tecnologiche presenti in Italia.

Zte, l’accordo riduce di 26 unità gli esuberi previsti

L’intesa raggiunta al ministero del Lavoro modifica il piano inizialmente presentato da Zte Italia. La società aveva dichiarato 81 eccedenze su un organico di 177 persone, una riduzione potenziale del 45,8% della forza lavoro. Con il nuovo accordo, il numero massimo delle uscite scende a 55, pari al 31,1% dei dipendenti indicati all’apertura della procedura.

La riduzione di 26 posizioni rappresenta il principale risultato della trattativa condotta da Slc Cgil, Fistel Cisl e Uilfpc Uil insieme alle rappresentanze sindacali aziendali. Il negoziato è stato accompagnato dalla mobilitazione dei lavoratori, culminata nello sciopero del 20 ottobre, che secondo le organizzazioni sindacali ha registrato un’adesione massiccia.

La procedura era stata aperta in un quadro di progressivo ridimensionamento delle attività italiane della multinazionale. Già a settembre le organizzazioni sindacali avevano denunciato un calo del fatturato e dell’occupazione, segnalando il rischio di chiusura di quattro sedi territoriali e una contrazione delle attività legate allo sviluppo delle reti mobili di quinta generazione.

In particolare, le preoccupazioni riguardavano le prospettive del business delle infrastrutture radio e delle attività di implementazione del 5G, uno degli ambiti nei quali operano le professionalità tecniche e ingegneristiche dell’azienda. La vertenza occupazionale si inserisce dunque in un processo di riorganizzazione che interessa la presenza industriale di Zte nel mercato italiano delle telecomunicazioni.

Licenziamenti solo con la non opposizione del lavoratore

Uno degli aspetti più rilevanti dell’accordo riguarda i criteri individuati per gestire le eccedenze. Le parti hanno stabilito che l’unico criterio per procedere alle uscite sarà la preventiva manifestazione di non opposizione al licenziamento da parte del lavoratore interessato.

La soluzione è stata concordata nell’ambito della procedura prevista dalla legge 223 del 1991, introducendo una deroga ai criteri ordinari di scelta dei lavoratori da licenziare.

In concreto, il meccanismo consente di raccogliere le disponibilità individuali all’uscita, evitando che la selezione avvenga attraverso criteri imposti unilateralmente dall’azienda. La disponibilità del dipendente diventa quindi il presupposto per l’applicazione del programma concordato.

La clausola assume particolare importanza considerando l’entità del piano originario. La prospettiva di una riduzione di quasi metà dell’organico aveva alimentato forti preoccupazioni per il futuro occupazionale dei dipendenti e per la permanenza in Italia delle competenze sviluppate negli anni.

La soluzione negoziata introduce una maggiore tutela per i lavoratori coinvolti, pur lasciando aperta la questione delle dimensioni che assumerà l’organizzazione italiana al termine della ristrutturazione.

Incentivi fino a 30 mensilità in base all’anzianità

L’accordo prevede un trattamento economico lordo complessivo articolato in funzione dell’anzianità aziendale e della data di cessazione del rapporto di lavoro.

Il pacchetto comprende l’incentivo all’esodo, il corrispettivo per specifiche rinunce e transazioni e l’indennità sostitutiva del preavviso. Le componenti vengono considerate congiuntamente ai fini del trattamento riconosciuto al dipendente.

Secondo il comunicato unitario pubblicato da Uilfpc, per i lavoratori con oltre otto anni di anzianità che cessano il rapporto entro il 31 dicembre 2026 sono previste 30 mensilità lorde complessive. Per la stessa fascia di anzianità il trattamento scende a 24 mensilità per le uscite tra gennaio e marzo 2027 e a 18 per quelle tra aprile e giugno.

Per chi ha un’anzianità compresa tra quattro e otto anni, gli importi corrispondono rispettivamente a 24, 18 e 12 mensilità. Per i dipendenti con un’anzianità fino a quattro anni sono previste 18 mensilità per le cessazioni entro dicembre 2026, 12 entro marzo 2027 e 8 entro giugno.

La struttura degli incentivi attribuisce quindi un valore economico maggiore alle uscite effettuate entro la fine dell’anno e riconosce condizioni più favorevoli ai lavoratori con un rapporto di lunga durata.

La definizione di questi importi costituisce un elemento significativo della trattativa, perché permette ai dipendenti interessati di valutare le condizioni economiche dell’eventuale cessazione del rapporto e le conseguenze sulle proprie prospettive professionali.

Ricollocazione professionale e verifiche ogni due mesi

Accanto agli incentivi, Zte si è impegnata a finanziare integralmente servizi di outplacement per i lavoratori che ne faranno richiesta.

Si tratta di percorsi di accompagnamento finalizzati alla ricerca di una nuova occupazione, che possono comprendere attività di orientamento professionale, valorizzazione delle competenze e supporto nell’individuazione di opportunità sul mercato del lavoro.

Per i lavoratori con un profilo tecnico e ingegneristico, il programma rappresenta uno degli strumenti individuati per affrontare il passaggio verso altre realtà aziendali. L’efficacia delle misure dipenderà tuttavia dalle opportunità concretamente disponibili e dalla capacità di mettere in relazione le competenze dei dipendenti con la domanda delle imprese.

L’accordo stabilisce inoltre un sistema di monitoraggio periodico. Sindacati e azienda torneranno a incontrarsi tra il 30 novembre e il 31 dicembre 2026, per poi proseguire il confronto con una cadenza almeno bimestrale.

Gli incontri serviranno a verificare l’andamento delle uscite e il loro rapporto con la nuova organizzazione operativa. Il monitoraggio permetterà anche di seguire l’applicazione degli strumenti concordati e le eventuali criticità che emergeranno durante la gestione del programma.

Le organizzazioni sindacali hanno inoltre previsto assemblee con i lavoratori per illustrare nel dettaglio i contenuti dell’intesa e le modalità di applicazione delle diverse misure.

I sindacati: «Non è una vittoria»

Pur riconoscendo i miglioramenti ottenuti rispetto alla proposta originaria, Slc Cgil, Fistel Cisl e Uilfpc Uil esprimono un giudizio fortemente critico sulle conseguenze industriali e occupazionali della riorganizzazione.

“Abbiamo chiuso una vertenza complessa strappando le migliori condizioni possibili di tutela edi accompagnamento per i lavoratori coinvolti, ma non è una vittoria – commentano i sindacati – Gestire gli esuberi con strumenti non traumatici è dovere sindacale per non lasciare nessuno da solo, ma non può diventare la normalità. Senza un’inversione di rotta radicale e senza un piano strategico nazionale per le Tlc, l’Italia continuerà a smantellare il proprio futuro digitale, impoverendo il capitale umano e industriale”.

La posizione delle tre sigle riflette una distinzione tra il risultato raggiunto nella gestione della procedura e il giudizio sul ridimensionamento delle attività.

La riduzione degli esuberi e le maggiori tutele economiche vengono considerate un risultato della mobilitazione, ma resta la preoccupazione per la perdita di professionalità specializzate e per la capacità del settore di mantenere occupazione qualificata.

Le organizzazioni sindacali collegano la vicenda Zte alle difficoltà più generali delle telecomunicazioni italiane, chiedendo un intervento delle istituzioni sulle prospettive industriali del comparto.

“La chiusura della procedura in Zte non è una vittoria da festeggiare, ma l’ennesima spia di allarme di un lento depauperamento professionale e industriale che sta colpendo il nostro Paese e, in modo drammatico, il settore delle Telecomunicazioni. Ogni posto di lavoro che si perde, ogni professionalità ingegneristica e tecnologica altamente qualificata che viene espulsa dai grandi player globali, rappresenta una ferita mortale per il tessuto produttivo italiano e per quello digitale. In questo contesto, registriamo la totale inadeguatezza della politica e la distanza siderale di un Governo incapace di intervenire con riforme strutturali, investimenti e regole stringenti a difesa dell’occupazione tecnologica”.

La richiesta di un piano strategico nazionale per le Tlc riguarda dunque, nella valutazione sindacale, anche la salvaguardia delle competenze tecnologiche necessarie allo sviluppo delle infrastrutture digitali.

Microsoft, nuova procedura per 62 dipendenti in Italia

Mentre per Zte si chiude la procedura con un accordo, in Microsoft il confronto sindacale si fa più difficile.

Filcams Cgil, Fisascat Cisl e Uiltucs hanno proclamato lo stato di agitazione dei dipendenti della società in Italia, disponendo l’immediata sospensione delle prestazioni di lavoro straordinario e supplementare e delle flessibilità orarie.

La mobilitazione è stata decisa dopo il Coordinamento nazionale unitario del 26 ottobre e l’Assemblea nazionale del personale del 30 ottobre, in risposta alla procedura di licenziamento collettivo aperta dall’azienda il 2 ottobre.

Il piano riguarda 62 dei 995 dipendenti italiani, compreso un dirigente, nelle sedi di Milano e Roma. La quota interessata corrisponde a circa il 6,2% dell’organico.

Si tratta della terza procedura di riduzione del personale avviata dalla multinazionale statunitense in Italia nell’arco di tre anni, una circostanza che alimenta la preoccupazione delle rappresentanze sindacali sulla continuità occupazionale e sul mantenimento delle attività tecnologiche nel Paese.

A differenza della vertenza Zte, dove è stato raggiunto un compromesso sulle modalità di gestione degli esuberi, nel caso Microsoft le organizzazioni dei lavoratori contestano l’adeguatezza delle soluzioni presentate dall’azienda.

La riorganizzazione interessa cloud, AI e sicurezza informatica

La procedura avviata da Microsoft rientra in una riorganizzazione internazionale che l’azienda motiva con la necessità di rendere più efficiente e competitivo il proprio modello operativo.

Il piano prevede una maggiore centralizzazione delle attività, la concentrazione delle competenze specialistiche e una revisione dell’organizzazione dei servizi.

Le aree coinvolte comprendono il supporto tecnico, l’assistenza ai clienti, le attività commerciali e di marketing, la sicurezza informatica e lo sviluppo delle soluzioni cloud e di intelligenza artificiale.

Secondo quanto riportato dalla Fisascat Cisl, una parte delle attività attualmente svolte in Italia è destinata a essere trasferita verso hub internazionali, tra cui Stati Uniti, Irlanda, India, Israele, Portogallo e Romania.

La redistribuzione geografica delle funzioni comporta quindi una revisione del ruolo delle strutture nazionali all’interno dell’organizzazione globale del gruppo.

Nella riorganizzazione incidono anche l’evoluzione tecnologica, la crescente automazione e la diffusione degli strumenti di assistenza digitale, che contribuiscono a modificare le modalità di erogazione dei servizi e la distribuzione delle attività tra i diversi centri operativi.

Per i sindacati, la questione riguarda soprattutto il trasferimento all’estero di funzioni e competenze oggi presenti nelle sedi italiane, comprese quelle maturate in ambiti tecnologici particolarmente rilevanti per il mercato.

La vertenza Microsoft porta così il tema occupazionale anche nelle attività legate ai servizi digitali avanzati, in un momento in cui cloud, cybersecurity e AI rappresentano aree di sviluppo per le imprese tecnologiche.

Undici opportunità di ricollocazione, ma le misure sono giudicate insufficienti

Durante l’incontro del 4 novembre, Microsoft ha illustrato alle organizzazioni sindacali un piano di incentivi all’esodo e ha individuato undici possibilità di ricollocazione.

Per i profili tecnici coinvolti nella procedura, l’azienda ha inoltre prospettato colloqui individuali con imprese partner, con l’obiettivo di favorire l’accesso a nuove opportunità di lavoro.

Le proposte sono state considerate insufficienti da Filcams Cgil, Fisascat Cisl e Uiltucs, sia per il numero delle opportunità di ricollocazione sia per le condizioni economiche offerte ai dipendenti.

In particolare, le organizzazioni sindacali sostengono che gli incentivi prospettati risultino peggiorativi rispetto a quelli previsti nella precedente procedura.

Le tre sigle chiedono che ogni eventuale uscita avvenga esclusivamente su base volontaria e sollecitano ulteriori interventi per salvaguardare l’occupazione e valorizzare le competenze dei lavoratori interessati.

Il confronto sulle condizioni economiche e sulle possibilità di ricollocazione resta quindi aperto, mentre lo stato di agitazione rappresenta la risposta sindacale all’andamento della trattativa.

Lo scontro sul contratto integrativo aziendale

Alle preoccupazioni per i licenziamenti si aggiunge un secondo elemento di tensione: il rifiuto attribuito alla casa madre statunitense di avviare il confronto sul primo contratto integrativo aziendale.

La piattaforma unitaria era stata presentata dalle organizzazioni sindacali lo scorso aprile, con l’obiettivo di rafforzare i diritti di informazione e partecipazione dei lavoratori e migliorare le condizioni contrattuali.

Tra le materie indicate figurano la regolamentazione dello smart working e del diritto alla disconnessione, le tutele relative a welfare, genitorialità e salute e l’introduzione di un premio di risultato.

Secondo Filcams Cgil, Fisascat Cisl e Uiltucs, il mancato avvio della trattativa rappresenta un ulteriore elemento di criticità nelle relazioni industriali, soprattutto in presenza di trasformazioni organizzative che incidono sull’occupazione e sulle condizioni di lavoro.

I sindacati contestano inoltre il ricorso ripetuto ai licenziamenti da parte di una multinazionale che continua a registrare risultati economici rilevanti.

«Inaccettabile il continuo ricorso ai licenziamenti in un gruppo che registra utili miliardari. Insufficienti le misure sugli esodi e sulle ricollocazioni, mentre resta chiusa la strada alla contrattazione integrativa aziendale», affermano le tre organizzazioni.

La questione della contrattazione integrativa amplia quindi il confronto oltre la gestione immediata degli esuberi, coinvolgendo il ruolo delle rappresentanze sindacali nelle decisioni che riguardano l’organizzazione del lavoro.

Le trasformazioni tecnologiche e il futuro dell’occupazione

Le vertenze Zte e Microsoft coinvolgono segmenti differenti dell’industria digitale, ma richiamano l’attenzione su un problema comune: la conservazione delle competenze tecnologiche nelle strutture italiane dei grandi gruppi internazionali.

Nel caso Zte, la riduzione dell’organico si accompagna al ridimensionamento delle attività legate alle infrastrutture di telecomunicazione, comprese quelle destinate alle reti 5G. Per Microsoft, il processo riguarda una più ampia riorganizzazione dei servizi e delle funzioni aziendali su scala internazionale, con il trasferimento di alcune attività verso altri Paesi.

In entrambe le situazioni, le rappresentanze dei lavoratori chiedono che le decisioni organizzative siano accompagnate da strumenti adeguati per la salvaguardia dell’occupazione e da maggiori garanzie sulla valorizzazione delle professionalità.

Il confronto assume un rilievo particolare per le competenze ingegneristiche e informatiche, la cui formazione richiede investimenti e tempi significativi. La perdita di personale qualificato può incidere sulla capacità delle strutture italiane di seguire progetti complessi e mantenere attività ad alto contenuto tecnologico.

Il tema riguarda anche le opportunità di ricollocazione. Per i dipendenti coinvolti nelle riorganizzazioni, i percorsi di accompagnamento devono tenere conto delle specializzazioni maturate e della possibilità di utilizzarle presso altre imprese del settore.

L’intesa raggiunta in Zte offre un primo quadro operativo per gestire le uscite, con condizioni economiche definite e un programma di sostegno alla ricerca di nuove opportunità professionali. In Microsoft, invece, la disponibilità delle misure presentate dall’azienda e il confronto sul contratto integrativo restano oggetto della mobilitazione sindacale.

Le organizzazioni dei lavoratori chiedono inoltre una maggiore attenzione delle istituzioni alle conseguenze occupazionali delle riorganizzazioni industriali, soprattutto quando coinvolgono attività strategiche per lo sviluppo delle infrastrutture e dei servizi digitali.

Per Zte, i prossimi passaggi saranno le assemblee dei dipendenti e il primo incontro di monitoraggio previsto entro dicembre. Per Microsoft, il proseguimento della vertenza dipenderà dalle risposte dell’azienda sulle condizioni di uscita, sulle ricollocazioni e sulla disponibilità ad aprire un confronto sulla contrattazione integrativa.

La tutela dell’occupazione qualificata e la permanenza delle attività tecnologiche in Italia restano i due principali temi sollevati dai sindacati nelle rispettive vertenze.

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