FRONTE DEL VIDEO. Publishing on demand: così il Web 2.0 ci sommerge di carta

Pubblicato il 21 Mar 2011

AI Questions Icon
Chiedi all'AI
Riassumi questo articolo
Approfondisci con altre fonti
FRONTE DEL VIDEO. Publishing on demand: così il Web 2.0 ci sommerge di carta

Non è un articolo sugli e-book, sulle librerie online, su altri
aspetti virtuosi del passaggio al digitale ma su un curioso
paradosso: l’avvento di Internet e particolarmente del 2.0 e
successivi ci sta riempiendo di carta stampata inutile.
Meri vettori di pubblicità commerciale travestiti da giornali
tagliando e incollando lanci di agenzia, ma anche libri traballanti
pubblicati da case editrici improbabili che non troverete in
nessuna libreria ma servono a soddisfare le ambizioni di qualche
erudito di provincia o a affrontare qualche concorso
universitario.
Si chiama “publishing on demand”: si paga un tanto a pagina, si
presenta un manoscritto e questo viene trasformato in qualcosa di
simile ad un libro, con copertina, indici, e nessun controllo o
intervento sulla qualità e il contenuto.
L’editore appone il sospirato codice Isbn, l’International
Standard Book Number, un codice di 13 cifre che identifica
permanentemente il volume e lo qualifica come tale
(http://www.isbn.it/HOME.aspx), fa stampare un piccolo quantitativo
di copie del manoscritto e le consegna all’autore. La
distribuzione è un optional.
Naturalmente, si tratta di iniziative legittime, che rientrano
nella libertà di espressione costituzionalmente sancita. Ma la
libertà di critica è altrettanto garantita e ci sentiamo di fare
alcune osservazioni. Adesso è possibile stampare micro-tirature;
l’editing del testo e la messa in pagina si fanno al computer, la
componente redazionale del lavoro editoriale in molte mini-case
editrici è ridotta al minimo. L’editore – in questi casi –
non ha una sua linea editoriale orgogliosamente ribadita dai libri
che pubblica e che vengono a formare il suo catalogo; non sceglie,
non discute con l’autore, non raduna comitati editoriali e non
acquisisce valutazioni scientifiche sul testo che gli viene
proposto. Non distribuisce diritti d’autore ma anzi si fa pagare
per la pubblicazione, come se si trattasse di biglietti da visita o
di calendari natalizi.
È possibile affermare, senza essere scambiati per nemici del
libro, che questa traballante editoria on demand poco aggiunge alla
cultura? Che produce un rumore di fondo e viene meno ad alcuni
importanti principi della professione di editore? Un editore che
non è né un autore, né un libraio, né un tipografo, ma un
organizzatore di cultura di cui io mi fido, quando acquisto un
volume con il suo marchio. Questi principi non vengono intaccati
dall’avvento degli ebook. La distribuzione digitale anzi li
conferma, e in qualche modo li rafforza.

Valuta la qualità di questo articolo

La tua opinione è importante per noi!

Partecipa alla community

guest

0 Commenti
Più recenti
Più votati
Inline Feedback
Vedi tutti i commenti

Canali

Articoli correlati

0
Lascia un commento, la tua opinione conta.x