la recensione

Guerra algoritmica, quando il controllo delle menti diventa un’arma geopolitica


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Nel libro Guerra profonda, Arturo Di Corinto analizza il ruolo di intelligenza artificiale, propaganda computazionale e disinformazione nei conflitti contemporanei. Una lettura che intreccia cybersecurity, manipolazione delle percezioni e diritti fondamentali, mettendo al centro i rischi per la libertà di giudizio e la tenuta delle democrazie

Pubblicato il 27 ott 2026

Giovanni Maria Riccio

Professore ordinario di Diritto comparato, Università di Salerno



Casco futuristico su circuito verde




L’epigrafe che apre il volume di Arturo Di Corinto “Guerra profonda. Hacker, bugie e l’architettura segreta dei nuovi conflitti” tratta da Bruce Schneier – «La democrazia è un sistema socio-tecnico. E tutti i sistemi socio-tecnici possono essere hackerati» – ne condensa già la tesi. Per Di Corinto, giornalista e studioso che da oltre trent’anni si occupa di hacking, cultura digitale e sicurezza informatica, i conflitti contemporanei non si combattono più soltanto con missili e droni, ma con software, algoritmi, piattaforme e, soprattutto, con la manipolazione delle percezioni. È ciò che l’autore chiama «guerra algoritmica»: l’uso di software, intelligenza artificiale e piattaforme digitali «per sviluppare strategie politiche ed economiche, ma anche interventi militari, operazioni cibernetiche e di influenza informativa» (p. 22).

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