Rendere la Cina non più una fabbrica tecnologica mondiale ma un innovatore vero e proprio, scalzando la leadership tecnologica statunitense: questo l’obiettivo dell’ambizioso piano quinquennale di 141 pagine pubblicato da Pechino. Non solo AI: il Paese del Grande Drago vuole “conquistare la supremazia nello sviluppo scientifico e tecnologico” entro il 2030.
“È un piano che si propone di andare ben oltre gli investimenti nell’intelligenza artificiale e nelle infrastrutture tecnologiche cinesi per allargare la leadership su scala globale”, osserva Alina Polyakova, presidente e ceo del Center for European Policy Analysis (Cepa), sulla rivista online dello stesso Cepa. “E, “se Pechino dovesse ottenere davvero un vantaggio tecnologico, sarebbe avviata verso un vantaggio che è anche strategico nei confronti dell’Occidente“.
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Le implicazioni globali di una leadership tecnologica cinese
Né gli Stati Uniti né l’Europa possono competere con la Cina da soli, scrive Polyakova. Washington deve collaborare con i suoi alleati asiatici ed europei per affrontare con successo la sfida cinese. L’Europa, a sua volta, dovrebbe abbandonare quelle che la ceo del Cepa definisce “illusioni controproducenti di sradicare la tecnologia americana nel tentativo di inseguire un miraggio di sovranità digitale“.
L’America non può farcela da sola. Per quanto riguarda i modelli di intelligenza artificiale, ad esempio, gli Stati Uniti sono leader in settori chiave, ma la Cina li sta rapidamente raggiungendo.
La Cina sta vincendo la battaglia sull’Ai
Nel 2024, gli Usa hanno prodotto 40 modelli di Ai di rilievo, rispetto ai 15 della Cina e ai tre dell’Europa. Tuttavia, la Cina sta colmando rapidamente il divario qualitativo dei modelli, pur mantenendo la leadership in termini di pubblicazioni e brevetti nel campo dell’Ai. I modelli open-weight cinesi rappresentano ora il 17,1% dei download globali di modelli di Ai di questo genere, superando gli Stati Uniti, fermi al 15,8%. Solo due anni fa, i modelli americani dominavano il mercato, con oltre il 60% dei download. E la competizione è ormai globale, con nuovi modelli di Ai di rilievo lanciati in Medio Oriente, America Latina e Sud-est asiatico.
Ma non si tratta solo di intelligenza artificiale. Secondo il Critical Technology Tracker dell’Australian Strategic Policy Institute, che valuta 64 categorie di tecnologie critiche in 8 ambiti, la Cina è leader in 57, mentre gli Stati Uniti lo sono solo in sette sottocategorie tecnologiche.
Inoltre, “Pechino non vuole solo essere leader”, osserva Polyakova: “Vuole definire le regole e gli standard globali in materia di tecnologia per creare dipendenze di vasta portata da utilizzare a fini coercitivi”.
Gli Usa hanno bisogno dell’alleanza con l’Europa
Gli Stati Uniti possono sfruttare gli ampi vantaggi economici e tecnologici per primeggiare e mantenere la leadership, ma solo collaborando con gli alleati. La nuova coalizione Pax Silica, promossa dalla Casa Bianca, mira proprio a questo: garantire la catena di approvvigionamento del silicio, dai minerali critici e dall’energia alla produzione di fascia alta e al software.
Nel promuovere Pax Silica, gli Stati Uniti riconoscono la necessità di accedere alla tecnologia europea, giapponese, coreana e taiwanese, nonché alle materie prime australiane e canadesi. Le aziende tecnologiche americane beneficiano dell’accesso ai 450 milioni di consumatori europei, fondamentali per il surplus commerciale statunitense di 75 miliardi di dollari nel settore dei servizi. Ogni anno, attraverso l’Atlantico transitano scambi commerciali per un valore di 2 trilioni di dollari, il che rende la relazione economica tra Stati Uniti ed Europa di gran lunga la più importante al mondo.
La sovranità digitale dell’Ue come ostacolo alla leadership Usa
Allo stesso tempo, secondo la presidente e ceo del Cepa, la strategia europea di “derisking” agli Stati Uniti fallirà.
“I tentativi di sostituire la tecnologia, il software, l’hardware e i servizi statunitensi costerebbero, secondo diverse stime recenti, oltre 5 trilioni di euro. L’Europa non può permettersi un simile disaccoppiamento. Anche se riuscisse a mobilitare una somma così ingente, la duplicazione sarebbe controproducente, danneggiando la sua stessa capacità di innovazione”, afferma Polyakova.
Non è facile in questo momento immaginare un ritorno a una partnership di fiducia tra Stati Uniti e Europa. Ma, secondo Polyakova, ai fini del contrasto alle mire della Cina sulla leadership tecnologica globale, l’unica chance di successo dell’Occidente è la collaborazione. A cominciare dai minerali critici.
Tecnologie critiche per l’indipendenza dell’Occidente: i minerali
“Dopo che il Primo Ministro giapponese Sanae Takaichi ha rilasciato un commento su Taiwan che Pechino ha disapprovato, la Cina ha reagito imponendo controlli sulle esportazioni di materie prime e minerali critici”, ricorda Polyakova. “La Cina ha fatto lo stesso con gli Stati Uniti in risposta ai dazi. L’Europa è altrettanto vulnerabile: un rapporto appena pubblicato dai revisori dei conti dell’Ue rivela che il continente dipende dalla Cina per sette dei 26 minerali analizzati, importando il 97% del suo magnesio e il 71% del suo gallio”.
Il Giappone, dunque, indicherebbe la strada da seguire per allentare la morsa cinese: “Dopo che la Cina ha interrotto la fornitura di metalli a causa di una disputa territoriale nel 2010, Tokyo ha costruito una catena di approvvigionamento alternativa, investendo in attività minerarie australiane e di altri paesi non cinesi. Gli Stati Uniti e l’Europa dovrebbero seguire questo esempio, collaborando con il Giappone per diversificare le catene di approvvigionamento di minerali critici e materie prime”.
La leadership europea nei semiconduttori
Un altro elemento fondamentale per il futuro tecnologico sono i semiconduttori. L’Europa vanta punti di forza unici e inimitabili, evidenzia Polyokova. L’olandese Asml detiene un virtuale monopolio sulla produzione di macchine per la litografia necessarie per realizzare i chip più avanzati. Il leader tecnologico tedesco Merck produce i prodotti chimici necessari per la produzione di chip. L’istituto belga imec, parte dell’Università di Lovanio, è all’avanguardia mondiale nella ricerca sulla litografia e sui materiali speciali per la produzione di chip.
“La produzione di chip per l’intelligenza artificiale è complessa e richiede specializzazioni diffuse in tutto il mondo”, scrive la ceo di Cepa. “Gli Stati Uniti dominano la progettazione di chip per l’Ai, con l’americana Nvidia che detiene l’80% della quota di mercato dei semiconduttori più all’avanguardia. Ma Taiwan domina la produzione di chip, con Tsmc che si aggiudica una quota di mercato del 70%. Tsmc produce i chip progettati da Nvidia e altre aziende americane. Tutte dipendono da imec per testare i nuovi progetti nel laboratorio di Lovanio e dalle macchine Asml per l’incisione del silicio”.
Prosegue Polyojova: il Regno Unito dovrebbe essere incluso in un’alleanza democratica per i chip. Arm, nata a Cambridge, ha rivoluzionato la progettazione di chip a basso consumo energetico che alimentano tutti i nostri telefoni cellulari. “In definitiva, l’Europa non può fare a meno dei chip progettati negli Stati Uniti e nel Regno Unito, e gli Stati Uniti non possono fare a meno dell’accesso alle competenze europee nel campo della microscopia elettronica a scansione”, si legge nell’analisi.
Polyokova ricorda anche che l’Europa è forte nel calcolo quantistico e nelle biotecnologie, mentre il Giappone da solo rappresenta il 45% della produzione mondiale di robot.
La minaccia della leadership tecnologica della Cina secondo Cepa
Tuttavia, anziché collaborare per trovare soluzioni reciprocamente vantaggiose e sfruttare questi rispettivi punti di forza, oggi Polyokova vede “un rischio che i partner democratici perseguano strategie individualistiche controproducenti, o addirittura si avvicinino alla Cina. Gli europei sottovalutano i rischi per la sicurezza derivanti dal disimpegno dagli Stati Uniti, una strategia che porta in un’unica direzione: la dipendenza da Pechino”.
L’analista ammette che gli Stati Uniti hanno minato il rapporto con gli alleati inasprendo le tensioni in materia di commercio, difesa e politica tecnologica. Queste mosse sono controproducenti e alimentano il timore che Washington possa interrompere l’accesso a tecnologie americane chiave, tra cui il cloud computing e i servizi di pagamento.
Ma “il rischio a lungo termine rimane la perdita della leadership tecnologica”, conclude Polyokova. “A meno che gli Stati Uniti e i loro alleati non collaborino, rischiamo di assistere a un mondo tecnologico frammentato che rallenterebbe l’innovazione. La Cina ne uscirebbe vincitrice, accelerando e lasciando l’Occidente a inseguirla”.






