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Buono Digitale: le imprese chiedono una misura triennale in Legge di Bilancio



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Il Manifesto per l’Italia connessa punta su software, cloud, AI e cybersecurity per colmare il divario delle realtà più piccole, con benefici legati all’adozione effettiva

Pubblicato il 9 lug 2026



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Il Buono Digitale si fa spazio nel dibattito sulla prossima Legge di Bilancio come possibile risposta a una fragilità strutturale dell’economia italiana: la bassa capacità di portare innovazione, software e competenze nelle realtà più piccole del tessuto produttivo. La proposta arriva dal Manifesto per l’Italia Digitale, promosso da Aiip, AssoSoftware, Confartigianato, Confcommercio, Confimi Industria e Confprofessioni, con l’obiettivo di introdurre una misura triennale, semplice e verificabile, dedicata agli investimenti digitali immateriali di micro, piccole e medie imprese, studi professionali ed enti del terzo settore.

Il punto politico e industriale non riguarda solo un nuovo incentivo. Riguarda la capacità del Paese di superare una frattura che resta profonda. Da una parte ci sono le grandi imprese, spesso già inserite nei percorsi di trasformazione 4.0 e 5.0. Dall’altra c’è una platea molto più ampia di soggetti che fatica ancora ad adottare strumenti gestionali, cloud, piattaforme digitali, cybersecurity e soluzioni di intelligenza artificiale. È proprio qui che il Buono Digitale prova a posizionarsi: non come bonus all’acquisto, ma come leva di adozione reale.

Il nodo delle microimprese

Il Manifesto parte da un dato che fotografa bene la specificità italiana. Il 94,7% delle imprese ha meno di dieci addetti, ma solo il 29,4% delle microimprese tra 2 e 9 addetti utilizza un software gestionale. Nelle imprese con almeno 10 addetti la quota sale invece al 51,4%.

Questo divario pesa sulla produttività, sulla qualità dei processi e sulla capacità di competere. Non riguarda soltanto l’adozione di tecnologie avanzate. Molto spesso riguarda strumenti di base, come gestionali, piattaforme per la relazione con i clienti, soluzioni cloud, sistemi di sicurezza, servizi per l’e-commerce e applicazioni per la compliance.

Il Buono Digitale intercetta quindi un problema che le politiche industriali hanno spesso trattato in modo indiretto. I piani 4.0 e 5.0 hanno spinto investimenti rilevanti, soprattutto nella manifattura e nell’ammodernamento degli impianti. Tuttavia una parte consistente del sistema produttivo resta fuori da quelle traiettorie, perché non ha dimensioni, competenze o capacità amministrativa sufficienti per accedere a strumenti complessi.

Per questo la parola chiave diventa semplicità. La misura proposta vuole ridurre gli ostacoli burocratici e collegare l’incentivo alla messa in funzione delle soluzioni. In questo passaggio si trova uno degli elementi più rilevanti del progetto: il beneficio non dovrebbe premiare il semplice acquisto di tecnologia, ma l’effettivo utilizzo nei processi aziendali.

Una misura complementare ai piani 4.0 e 5.0

Il Manifesto descrive il Buono Digitale come uno strumento complementare ai piani 4.0 e 5.0, pensato per intercettare la domanda diffusa di digitalizzazione delle micro e piccole imprese, dei professionisti e degli enti del terzo settore.

La proposta amplia il perimetro degli investimenti ammissibili. Non solo software gestionali, ma anche cloud, piattaforme digitali, intelligenza artificiale, cybersecurity, e-commerce, consulenza, formazione e compliance. La misura si rivolgerebbe alle imprese tra 2 e 99 addetti, con intensità di aiuto più alta per le realtà più piccole e una premialità per le soluzioni Made in Ue.

La scelta di includere consulenza e formazione appare decisiva. Molte piccole organizzazioni non rinviano la trasformazione per assenza di interesse. La rinviano perché non hanno competenze interne per valutare le soluzioni, integrarle nei flussi di lavoro e misurarne gli effetti. Senza accompagnamento, anche il miglior software rischia di restare sottoutilizzato.

Il tema vale ancora di più per l’intelligenza artificiale. L’Ai può automatizzare attività ripetitive, migliorare analisi e customer care, supportare marketing, amministrazione e gestione documentale. Tuttavia produce valore solo se entra in processi chiari, con dati affidabili e responsabilità definite. Il Buono Digitale, nella lettura delle associazioni promotrici, dovrebbe finanziare proprio questo salto organizzativo.

Investimenti per oltre 7 miliardi

La proposta ha anche una dimensione finanziaria definita. La platea stimata è di circa 578mila beneficiari nel triennio. Il fabbisogno pubblico indicato arriva a 3,951 miliardi di euro, mentre gli investimenti complessivi attivati vengono stimati in 7,05 miliardi.

Questi numeri mostrano l’ambizione dell’intervento. Non si tratta di una misura marginale, ma di un possibile capitolo di politica industriale. Il punto, però, sarà la qualità del disegno attuativo. Un incentivo troppo complesso rischierebbe di non raggiungere proprio i soggetti a cui si rivolge. Al contrario, un meccanismo troppo generico potrebbe produrre spesa senza trasformazione.

Il criterio della verificabilità diventa quindi centrale. Collegare il beneficio all’adozione effettiva significa chiedere evidenze sull’uso delle soluzioni, sulla loro integrazione nei processi e, quando possibile, sui risultati ottenuti. È una prospettiva più matura rispetto alla logica del contributo una tantum. Inoltre permette di orientare il mercato verso soluzioni realmente utili alle imprese.

In questo senso il Buono Digitale potrebbe favorire anche una crescita della domanda qualificata. Le piccole imprese non chiederebbero solo “un software”, ma strumenti capaci di migliorare contabilità, vendite, logistica, sicurezza, gestione dei dati e relazione con clienti e fornitori. La trasformazione diventerebbe così meno astratta e più misurabile.

Software, dati e sovranità tecnologica

Nel Manifesto emerge con forza anche il tema della sovranità tecnologica. La proposta prevede una premialità per le soluzioni Made in Ue, con l’obiettivo di sostenere un ecosistema più vicino alle regole e alle esigenze del mercato europeo.

Il presidente di Aiip Giuliano Peritore collega il Buono Digitale alla necessità di superare il divario tecnologico delle imprese italiane e promuovere soluzioni Ict europee. “AIIP sostiene attivamente l’iniziativa del Buono Digitale perché molte nostre imprese scontano un divario digitale importante che va superato promuovendo l’impiego di soluzioni Ict “Made in Europe”, che garantiscano la proprietà dei dati in un’ottica di sovranità e indipendenza operativa da altri soggetti. Oltre il 99% delle nostre imprese sono Mpmi, la struttura economica che sostiene il nostro Pil, permettendoci di rappresentare il quarto paese per esportazioni a livello mondiale. Questo è un successo che dobbiamo continuare a sostenere facilitando e supportando la digitalizzazione delle nostre imprese”.

Il passaggio sui dati è rilevante. La digitalizzazione delle imprese produce informazioni su clienti, processi, fornitori, pagamenti, contratti e performance. Senza governance, questi dati restano dispersi. Con strumenti adeguati, diventano un patrimonio competitivo. Tuttavia la loro gestione richiede attenzione a sicurezza, interoperabilità, compliance e controllo delle infrastrutture.

Per le micro e piccole imprese, questo salto non avviene spontaneamente. Serve un mercato accessibile, ma serve anche una cornice pubblica che riduca il rischio dell’investimento iniziale. Il Buono Digitale si colloca proprio in questo spazio.

L’adozione conta più dell’acquisto

La posizione di AssoSoftware chiarisce il cambio di approccio. Il presidente Pierfrancesco Angeleri sottolinea che l’obiettivo non consiste nel finanziare tecnologia fine a se stessa. “Il Buono Digitale è uno strumento necessario per portare software, competenze e processi digitali nelle micro e piccole imprese, dove il ritardo è ancora più evidente. L’obiettivo non è incentivare il semplice acquisto di tecnologia, ma la sua reale adozione: soluzioni gestionali, cloud, cybersecurity, intelligenza artificiale e formazione devono diventare leve concrete di produttività. Investire nel software significa rafforzare la competitività delle imprese e dell’intero sistema Paese”, dichiara.

Questa impostazione risponde a un limite ricorrente degli incentivi tecnologici. Acquistare una piattaforma non significa cambiare il modo in cui lavora un’organizzazione. Per ottenere risultati servono configurazione, formazione, revisione dei processi, gestione del cambiamento e monitoraggio.

La trasformazione digitale, soprattutto nelle realtà meno strutturate, non può quindi ridursi a una voce di spesa. Deve diventare un percorso. Un gestionale migliora la produttività se sostituisce fogli di calcolo disordinati e informazioni duplicate. Una soluzione di cybersecurity riduce il rischio se viene accompagnata da procedure e consapevolezza. L’Ai genera efficienza se lavora su dati ordinati e casi d’uso realistici.

Il ruolo dei corpi intermedi

Le associazioni promotrici rivendicano un ruolo di mediazione tra istituzioni, imprese e professionisti. La trasformazione delle realtà più piccole richiede infatti prossimità. Non basta definire una misura nazionale. Serve accompagnare la domanda, spiegare le opportunità, aiutare nella selezione dei fornitori e rendere comprensibili gli adempimenti.

Confartigianato insiste proprio sull’accessibilità. Secondo il vicepresidente Fabio Mereu, “il Buono Digitale risponde alle esigenze del 94,7% delle imprese italiane, quelle con meno di dieci addetti, che rappresentano il cuore del nostro sistema produttivo. Le imprese artigiane e le micro e piccole imprese sono già da tempo impegnate nella transizione digitale, investendo in innovazione e competenze, ma necessitano di strumenti semplici e accessibili che ne accelerino il percorso. Auspichiamo che il Buono Digitale possa trovare spazio nella prossima Legge di Bilancio. È una misura di politica industriale capace di sostenere l’adozione concreta di software, intelligenza artificiale, cybersecurity e formazione, rafforzando la produttività e la competitività del Paese. Investire nella digitalizzazione delle micro e piccole imprese significa investire nella crescita dell’intero sistema economico italiano”.

Il messaggio è chiaro: la digitalizzazione delle piccole realtà non rappresenta una nicchia. Coinvolge il cuore del sistema economico italiano. Per questo l’efficacia del Buono Digitale dipenderà anche dalla capacità di arrivare nei territori e nei settori dove il ritardo appare più marcato.

Dal territorio alla competizione globale

Il Manifesto lega la trasformazione digitale alla competitività dei territori. Confcommercio interpreta la misura come uno strumento per portare innovazione dentro la microimpresa, senza separarla dalla vita quotidiana di negozi, servizi, filiere locali e professioni.

Paola Generali, consigliere Confcommercio con incarico alla digitalizzazione, presidente Assintel ed Edi, afferma: “Il Manifesto per l’Italia Digitale non è solo un documento di proposte, ma la testimonianza di una consapevolezza matura: la trasformazione del Paese non si gioca nelle grandi infrastrutture, ma nella capacità di portare l’innovazione fin dentro la micro-impresa. Come Confcommercio, il nostro contributo si focalizza su questo legame vitale tra tecnologia e territorio. Non puntiamo a una digitalizzazione astratta, ma a un percorso pragmatico che trasformi le soluzioni digitali, l’intelligenza artificiale e la cybersicurezza in strumenti quotidiani di efficienza per chi, ogni giorno, crea valore reale. Il nostro obiettivo è abbattere il gap tecnologico che ancora frena le nostre piccole realtà, dotandole di quelle competenze specifiche e di quegli incentivi strutturali necessari per competere nel mercato globale”.

Qui emerge un punto spesso sottovalutato. La competitività globale non riguarda solo chi esporta o opera su grandi mercati. Riguarda anche la capacità delle piccole realtà di gestire meglio costi, clienti, sicurezza, pagamenti, documenti e canali digitali. In un’economia sempre più connessa, anche una microimpresa compete attraverso la qualità dei propri processi.

Il segretario generale di Confcommercio Marco Barbieri aggiunge che “la trasformazione digitale è una leva strategica per la competitività del Paese che richiede un impegno condiviso tra istituzioni e corpi intermedi. Il Buono Digitale rappresenta uno strumento concreto per sostenere gli investimenti delle imprese in innovazione, competenze e cybersicurezza contribuendo a ridurre il divario tecnologico e a rafforzare il nostro sistema produttivo”.

Professionisti e manifattura nel perimetro della misura

Il Buono Digitale non guarda soltanto al commercio o all’artigianato. La proposta include anche manifattura e studi professionali, due ambiti nei quali dati, software e sicurezza stanno diventando fattori sempre più strategici.

Per Confimi Industria Digitale, il tema riguarda la possibilità di ridurre la distanza tra Pmi manifatturiere e imprese più strutturate. Il presidente Domenico Galia spiega: “Per le nostre Pmi manifatturiere, il Buono Digitale è un’opportunità per ridurre il divario con le realtà più grandi e strutturate, trasformare un’idea in un progetto pilota e acquisire consapevolezza del valore dei propri dati e, quindi, della necessità di tutelarli. Per il legislatore, è invece uno strumento per ridurre la burocrazia e partecipare attivamente al processo di innovazione del Paese”.

Il riferimento ai progetti pilota è importante. Molte Pmi non hanno bisogno, almeno all’inizio, di trasformazioni radicali. Hanno bisogno di sperimentare su casi d’uso mirati, misurare benefici e poi scalare. Un incentivo ben costruito potrebbe ridurre il rischio di questi primi passi e favorire una cultura più consapevole del dato.

Anche il comparto professionale rivendica un ruolo attivo. Paola Fiorillo, componente della giunta nazionale di Confprofessioni con delega alla digitalizzazione, osserva: “I dati dell’Osservatorio di Confprofessioni mostrano con chiarezza che il comparto professionale è uno dei protagonisti della trasformazione digitale del Paese, con oltre l’80% degli studi che investe in soluzioni ICT. Per sostenere questo percorso servono strumenti semplici e accessibili anche alle realtà più piccole. Il Buono Digitale va esattamente in questa direzione: una misura concreta, immediatamente fruibile e costruita sulle esigenze di studi professionali e microimprese, in piena coerenza con i principi del nuovo Codice degli incentivi e della legge delega di riforma”.

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