l'intervista

Data center, Beltramino: “Senza tempi certi l’Italia rischia di perdere investimenti”



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Il presidente dell’Italian Datacenter Association (Ida): «Le norme sono un passo avanti, ma ora vanno tradotte in procedure chiare e uniformi». Energia, autorizzazioni e valutazioni ambientali i nodi decisivi per competere con Spagna e Nord Europa

Pubblicato il 20 mag 2026

Federica Meta

Direttrice



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Il riconoscimento dei data center come infrastrutture strategiche deve ora tradursi in procedure chiare e tempi certi. È questo, secondo il presidente di IDA (Italian Data Center  Association) Luca Beltramino, il passaggio decisivo per non perdere investimenti miliardari a favore di Paesi europei più rapidi e prevedibili. In questo contesto, l’associazione si candida a fare da ponte tra imprese, istituzioni e territori.

Presidente Beltramino, dopo il via libera della Camera della proposta di legge “Delega al Governo per la disciplina, la realizzazione e lo sviluppo dei centri di elaborazione dati” possiamo dire che i per i data center si apre una fase nuova? Qual è oggi il vero banco di prova per il settore?

Si chiude sicuramente un capitolo molto importante. Ida ha partecipato molto a questo percorso: siamo stati costantemente in contatto sia con tutti i parlamentari coinvolti. E il dato politico più rilevante, a mio avviso, è che questa legge sia arrivata con l’accordo di tutte le parti politiche. Per noi è già una grande vittoria: significa che, senza conflitti ideologici, si è riconosciuto che i data center sono infrastrutture strategiche per il Paese. Questa cornice normativa era necessaria da qualche anno ed è importante averla. Ma il vero banco di prova comincia adesso, con l’auspicata approvazione anche in Senato.

La nuova cornice normativa è dunque un importante passo avanti. Ma quali sono, concretamente, i passaggi amministrativi che rischiano ancora di rallentarne l’execution e, quindi, gli investimenti?

Il primo nodo, in questo senso, riguarda la frammentazione. I progetti devono passare dallo Stato alle regioni, dai Comuni alle Soprintendenze, fino alle autorità ambientali. Ho calcolato che, potenzialmente, possono essere coinvolti circa quaranta enti. Naturalmente non tutti intervengono in ogni progetto, ma il punto è che ciascuno ha i propri tempi, le proprie prassi e spesso anche una diversa interpretazione delle norme. E, in Italia, l’interpretazione è una delle questioni più delicate. Poi ci sono due passaggi particolarmente critici. Il primo riguarda la disponibilità di energia elettrica, il secondo la Valutazione di impatto ambientale. Sono passaggi che, se non gestiti con criteri chiari e tempi certi, rischiano di rallentare investimenti che, invece, dovrebbero essere trattati come strategici.

La frammentazione è anche territoriale però. Questo cosa significa?

C’è, sì, anche un tema territoriale. I data center in Italia che negli anni passati erano concentrati in Lombardia ora si stanno aprendo su nuove traiettorie. Torino, ad esempio, è una città che sta guardando con attenzione allo sviluppo di infrastrutture perché dispone di capacità elettrica e di aree “brownfield” lasciate libere dall’industria dell’automotive; quindi può diventare un’alternativa concreta a Milano. Inoltre stiamo osservando che non sono pochi gli operatori verso altre province lombarde e, in parallelo, stanno nascendo realtà che costruiscono data center regionali ed edge data center distribuiti nel Paese. Saranno forse strutture più piccole, ma contribuiranno progressivamente a rendere più equilibrato il parco data center italiano.

Tornando alla semplificazione: se ne parla molto come “bestia nera” della burocrazia italiana ma poco si dice sul “come” farla funzionare davvero. Che cosa serve perché autorizzazioni, conferenze di servizi e istruttorie diventino più prevedibili e uniformi sul territorio?

Serve prima di tutto una semplificazione che sia “concreta”. Oggi abbiamo diverse norme: la legge nazionale, il progetto di legge regionale lombardo, il decreto Bollette e altri interventi. Tutto questo deve essere reso uniforme, anche attraverso linee guida pratiche. Non bastano principi generali: servono strumenti operativi. Questa situazione noi la viviamo sul campo, ogni giorno. Quando ci si presenta nei Comuni, ad esempio, molti enti locali non sanno ancora bene come procedere. Hanno bisogno di un aiuto concreto, di un vademecum che dica in modo chiaro quali passaggi seguire. Perché è necessario che un operatore, andando a Roma, Milano, Napoli o Palermo, trovi procedure coerenti e prevedibili.

Dal punto di vista degli operatori, quanto pesa oggi l’incertezza sui tempi e sui criteri autorizzativi nella scelta di investire in Italia rispetto ad altri Paesi europei?

Pesa moltissimo. In diverse sedi IDA ha già evidenziato che in Italia ci sono molti investimenti fermi o che procedono molto lentamente proprio perché gli investitori internazionali aspettano di capire che cosa succederà. Il problema è che non siamo soli a competere in questo mercato strategico ma siamo in concorrenza con altri Paesi. Competiamo, ad esempio. con la Spagna, in particolare con la regione dell’Aragona che oggi è in prima linea per attirare data center dedicati all’intelligenza artificiale. Competiamo con il Nord Europa, dove il raffreddamento è più semplice e l’elettricità costa meno. Il punto è che l’Italia non parte da una posizione di forza. Rispetto al peso della sua economia, infatti, il Paese dispone ancora di una capacità data center inferiore a quella di altri mercati europei. Proprio per questo non può permettersi di aggiungere ulteriori ostacoli sul fronte amministrativo: se energia e condizioni climatiche favoriscono altrove alcuni competitor, l’Italia deve almeno rendere più semplice, prevedibile e rapido ciò che dipende dalle proprie procedure. Siamo il terzo Pil dell’Eurozona, abbiamo una popolazione rilevante e un’economia che dovrà usare sempre di più l’intelligenza artificiale, ma altri Paesi europei hanno, in proporzione, una capacità data center tre o quattro volte superiore alla nostra.

Questo che impatto può avere?

Si rischia di importare servizi e, allo stesso tempo, di esportare capitali. L’intelligenza artificiale e i servizi digitali dovranno essere vicini agli utenti per ridurre la latenza. È un fenomeno di industrializzazione: un tempo si producevano autoveicoli, oggi si producono data center, dati e intelligenza artificiale. L’Italia deve essere in grado di attirare questi capitali. Su questo il Mimit e il ministro Urso hanno mostrato consapevolezza. Ma dopo il consenso politico bisogna agire. Se consideriamo davvero i data center strategici per la nazione e per la transizione digitale, dobbiamo consentire che vengano costruiti nei tempi tecnici giusti. I clienti che sviluppano applicazioni cloud e di intelligenza artificiale chiedono impegni precisi: data center pronti in 12 o 18 mesi. Se si va oltre, il rischio è perdere l’opportunità. È una richiesta che viene direttamente dagli investitori. I nuovi investimenti sui data center, soprattutto quelli legati all’intelligenza artificiale, richiedono capitali molto rilevanti, spesso esteri. Parliamo ormai di miliardi di euro per singolo data center. In questo scenario è chiaro che i fondi internazionali vogliono sapere che cosa accadrà e in quanto tempo potranno ottenere le autorizzazioni. Serve chiarezza: un sì o un no in tempi rapidi e criteri comprensibili.

Le norme che ha citato sopra possono essere una assist in questo senso?

I segnali che arrivano dalle norme sono positivi, perché convergono su principi importanti: utilizzo di aree brownfield, sostenibilità, recupero e bonifica di aree contaminate. Sono valori che IDA promuove da tempo. Ma ora devono essere messi a terra in modo chiaro e fattibile. In questa direzione va anche il lavoro fatto sul decreto Bollette, con l’introduzione di un procedimento unico autorizzativo ambientale. È un primo passo, coerente con ciò che l’associazione auspicava. Ma anche qui bisogna vigilare sull’attuazione e dare feedback concreti affinché la norma produca effetti reali.

Quale ruolo può avere Ida nel dialogo tra imprese, amministrazioni e territori per trasformare la legge in procedure chiare, tempi certi e iter che si chiudano davvero?

IDA ha già fatto un lavoro molto importante. Sono stato tra i fondatori dell’associazione e, quando è nata circa quattro anni fa, in Italia quasi nessuno, al di fuori degli addetti ai lavori, sapeva che cosa fosse un data center. Questo generava paure e falsi miti. La prima cosa che Ida ha fatto è stata contribuire al riconoscimento del settore. Oggi tutti parlano di data center, non solo la stampa tecnica ma anche il dibattito pubblico più ampio. È un risultato rilevante, perché significa che si è iniziato a comprendere l’importanza di questi investimenti e delle infrastrutture che li rendono possibili. Un altro risultato fondamentale è stato il codice Ateco. Prima il mondo dei data center non era neppure riconosciuto come industria autonoma: era considerato un sottogruppo delle telecomunicazioni. Ottenere un codice specifico è stato un passaggio essenziale per dare identità al settore.

E adesso qual è il vostro obiettivo su questo fronte?

Ora dobbiamo continuare a dialogare con le istituzioni e mettere a disposizione le competenze dei nostri gruppi di lavoro, che sono uno dei pilastri dell’attività di IDA. Non basta produrre white paper o parlare agli eventi dedicati ai data center. Come presidente, vorrei che Ida uscisse da una logica autoreferenziale: dobbiamo andare sul mercato, partecipare a tutti gli eventi in cui si discute di industria, energia, digitale, territori e sviluppo. Puntiamo a lavorare con Mimit, Mase e amministrazioni locali per trasformare le norme in un modus operandi. La forza dell’associazione è rappresentare tutta la filiera: operatori, costruttori, consulenti, progettisti e tutti i soggetti coinvolti nel processo. Questo know-how deve essere messo a disposizione per aiutare le istituzioni a rendere gli iter più semplici, uniformi e chiudibili davvero. Il nostro compito è mettere in contatto pubblica amministrazione, stakeholder, cittadini, parti politiche, operatori e costruttori di data center. Dobbiamo consentire all’intero ecosistema di comunicare chiaramente ciò di cui ha bisogno per dotare il Paese di un’infrastruttura tecnologica ormai indispensabile. Solo così la legge potrà trasformarsi in procedure chiare, tempi certi e iter che si chiudono davvero.

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